Amazzonia 2025: la foresta brucia e la strategia di Marina Silva è al bivio

Maggio 2025, Stato del Pará. Una coltre di fumo nero cancella il cielo sopra la foresta pluviale. Non siamo di fronte alla normale stagione secca: questi sono roghi dolosi, appiccati per rubare terra. Nel solo mese di maggio, la foresta ha subìto un’impennata del 92% della deforestazione rispetto all’anno precedente, perdendo 960 chilometri quadrati di vegetazione in appena trenta giorni. È il racconto di un paradosso drammatico e della donna che sta tentando l’impossibile per risolverlo.

Un’emergenza continentale

L’Amazzonia oggi si trova ad affrontare una crisi profonda, stretta nella morsa tra incendi criminali, espansione dei pascoli e miniere illegali. Nei primi due mesi del 2025, i roghi hanno divorato oltre 806.000 ettari di vegetazione in tutto il Brasile, con un aumento vicino al 60% rispetto al 2024. Le terre indigene, come il territorio di Alto Turiaçu, stanno arretrando sotto i colpi dei taglialegna: 69 chilometri quadrati cancellati a gennaio, l’equivalente di quasi 7.000 campi da calcio. Se non si inverte la rotta, il climatologo Carlos Nobre avverte che la foresta rischia una savanizzazione irreversibile, un collasso che libererebbe fino a 250 miliardi di tonnellate di CO2 entro la fine del secolo.

Come funziona il piano di Marina Silva

Per arginare il disastro, la Ministra dell’Ambiente Marina Silva ha messo in campo una strategia istituzionale solida, che poggia su tre pilastri fondamentali:

● Decreti d’urgenza: piani straordinari per arruolare e schierare sul campo migliaia di brigatisti federali.

● La “sala di situazione”: una cabina di regia interministeriale nata per incrociare i dati meteorologici e coordinare i fondi d’emergenza verso i comuni più a rischio.

● Il Fondo Amazzonia: risorse finanziarie internazionali destinate direttamente alla vigilanza e al sostegno economico dei territori indigeni.

In una recente dichiarazione, la ministra ha scosso l’opinione pubblica con parole che lasciano poco spazio ai dubbi: “Gli sforzi globali e locali sono ancora insufficienti di fronte alla realtà scientifica di una foresta che perde umidità. I dinosauri non potevano avere la consapevolezza della loro estinzione; noi umani non abbiamo questa scusa.”

Risultati e limiti di una strategia complessa

Andamento storico della deforestazione (linea blu) ed emissioni di CO2. Fonte: Inpe-EM – Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais

Esistono prove concrete che questo piano funzioni? I dati dicono di sì. Le politiche coordinate dal ministero hanno permesso, nel biennio 2023-2024, di ridurre la deforestazione complessiva del 30,6%, toccando il livello più basso dal 2015. Il monitoraggio satellitare in tempo reale gestito dall’INPE garantisce interventi rapidi sul campo da parte dei Ranger.

Inoltre, le mappe georeferenziate dimostrano che laddove le comunità indigene sono protette e attive, il successo dei progetti di riforestazione aumenta del 70%.

È un modello scalabile? Sicuramente sì. L’esperienza del Perù dimostra che legare i progetti REDD+ (i crediti di carbonio) ai diritti territoriali dei nativi è la strada più efficace per proteggere le aree verdi.

Tuttavia, i nodi strutturali restano enormi. Il mercato dei crediti di carbonio è pesantemente inquinato dalla criminalità: proprio quest’anno la Polizia Federale ha svelato maxi-frodi in cui finti sigilli ecologici venivano usati per riciclare legname illegale. A questo si aggiunge una forte contraddizione logistica, sollevata da attivisti e osservatori: i preparativi per la COP30 a Belém, dove intere aree verdi urbane sono state rase al suolo per fare spazio alle infrastrutture e agli hotel che ospiteranno il vertice sul clima.

Cosa succede adesso?

Siamo davanti a un vero punto di svolta. Se l’azione integrata di Marina Silva riuscirà a sanare le falle del mercato del carbonio e a imporre controlli preventivi duri prima della stagione secca, il Brasile potrà davvero guidare la transizione ecologica globale. Altrimenti, il collasso di una quota compresa tra il 50% e il 70% della foresta accelererà il riscaldamento globale di un intero grado entro il 2050, con impatti diretti sulla vita di ognuno di noi.

Questo scenario dimostra che la lotta alla deforestazione non è solo uno slogan politico, ma una complessa operazione logistica e finanziaria dove il meteo estremo può vanificare anche il piano meglio strutturato. L’Amazzonia regola il clima del pianeta: comprendere i suoi meccanismi di protezione – e le truffe che vi ruotano intorno – è l’unico modo che abbiamo, come cittadini, per distinguere le promesse reali dal greenwashing.


Questo articolo è stato scritto da Gandrabur Grigore e Tortola Riccardo, studenti dell’ISIS Fermi – Mattei di Isernia all’interno del progetto “Oltre il problema: scrivi la notizia che manca” ideato dal Constructive Network APS e da News48.it

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