Amministrazione condivisa: il progetto ‘QUA’ di Reggio Emilia
Da ‘Quartiere Bene Comune’ alla piattaforma civica Hamlet, la città emiliana ha provato a trasformare la partecipazione locale. Un’esperienza al momento conclusa ma che ha dato vita a un innovativo modello di città collaborativa
Mentre si discute se i robot e l’intelligenza artificiale sostituiranno l’essere umano, alcuni progetti ci ricordano quanto (almeno per ora) la vicinanza, la collaborazione e la partecipazione siano importanti e quanto abbiano il potere di cambiare davvero le cose, da quelle più grandi a quelle più piccole. Un esempio è il progetto ‘Quartiere bene Comune (QUA)’ realizzato dal Comune di Reggio Emilia a partire dal 2015. Il programma non è più attivo, ma rimane un esempio concreto di cambiamento, ha vinto il premio Buone Pratiche 2025 di City Vision, e a tutt’oggi porta dei benefici. Come nel caso della rete sentieristica CAI: 200 km di percorsi cittadini per la mobilità sostenibile e l’esercizio fisico, che è anche uno dei progetti più iconici che Nicoletta Levi, Dirigente del Servizio Comunicazione, Partecipazione e Innovazione sociale del Comune, ha raccontato a News48.
Ma ci arriveremo. Prima c’è un punto di partenza: da cosa nasce il progetto QUA.
La fine delle circoscrizioni
“Nel 2014 ci siamo ritrovati senza circoscrizioni per effetto del Decreto Calderoli, che prevedeva che le città sotto i 250mila abitanti non votassero i propri rappresentanti negli organismi di decentramento territoriale. Era l’epoca della spending review”, racconta Levi. Ma rimaneva il bisogno di “mantenere un rapporto centro-periferia, un effettivo dialogo tra amministrazione e territori, pur essendo Reggio Emilia una città piccola”.
Il comune, infatti, non è strutturalmente dispersivo come le metropoli tentacolari, ma mostra le caratteristiche tipiche di una città policentrica. Sviluppato in orizzontale sulla Pianura padana su circa 232 km², il Comune conta oltre 170mila residenti ed è articolato in quartieri (55, raggruppati in 9 ambiti) e frazioni (circa 50), con identità e servizi propri.
Originariamente la città era divisa in otto circoscrizioni, ognuna delle quali gestiva un gruppo di quartieri e di frazioni storiche chiamate ‘Ville’. Lo Statuto del Comune le definiva “organismi di partecipazione, di consultazione, di gestione dei servizi di base nonché di esercizio delle funzioni delegate”. Dal 2009 al 2014, per ridurre i costi, il Comune ha prima dimezzato il loro numero, poi lo ha azzerato.
In quegli anni, spiega Levi, prendevano vita esperienze come l’amministrazione condivisa a Bologna, col regolamento Labsus che trasformava i cittadini da semplici utenti a partner attivi dell’ente pubblico, o le case di quartiere a Torino, “intuizioni molto interessanti di hub di ibridazione di servizi, di welfare di comunità e di prossimità”.
QUA: un modello di città collaborativa
Reggio Emilia decise così di mettere a punto “un protocollo di collaborazione pubblico-privato che partiva dal presupposto territoriale”. La città venne divisa in quartieri “non più secondo il principio amministrativo delle vecchie circoscrizioni, ma secondo un principio identitario – cioè rispetto a dove i cittadini sentono di appartenere”.
L’idea era, chiarisce la dirigente comunale, di “dare vita a un circolo virtuoso dei progetti: definizione del problema, definizione della soluzione, azione e gestione dell’azione, valutazione dei risultati, follow-up”.
L’approccio si basava sulla “pianificazione strategica: tutti coloro che vivono, lavorano, studiano in un dato ambito territoriale venivano coinvolti in momenti di confronto sulle esigenze del quartiere, qualsiasi esse fossero, e nella definizione delle priorità”, dettaglia Levi.
Il passo successivo era quello di “una gestione condivisa della soluzione disegnata insieme, con la firma di un accordo di corresponsabilità che si chiamava accordo di cittadinanza”, in cui “tutti coloro che avevano partecipato alla fase del co-design si impegnavano a metterci delle risorse proprie, che fossero tempo, competenze, spazi o denaro”. Inoltre “venivano individuati, sempre in modalità collaborativa, gli indicatori di misurazione dei risultati”, spiega ancora la dirigente.
“In tutte le fasi di questo processo, pubblico e privato (comunità) erano tendenzialmente pari nella gestione del bene comune”. E “questa era la parte molto innovativa, era davvero amministrazione condivisa, cioè occuparsi in modo diretto e concreto dell’amministrazione del proprio territorio, facendolo insieme all’amministrazione”, sottolinea Levi.
L’Architetto di quartiere
Il progetto veniva gestito da una figura professionale nuova, l’Architetto di quartiere, che lavorava a coppie per ogni macro-ambito applicando le diverse fasi del ciclo di vita del protocollo: collaboravano all’apertura dei laboratori (la prima fase di messa in comune dei problemi), all’individuazione delle necessità e delle soluzioni, alla sottoscrizione del patto da parte dei singoli responsabili di progetto. La soluzione proposta diventava poi “una bozza di atto di deliberazione di giunta” e ne seguiva l’iter.
Si occupavano inoltre del monitoraggio dell’iniziativa e dei suoi risultati, insieme a chi aveva partecipato all’esperienza collaborativa, fungevano da tramite con l’amministrazione e risolvevano possibili conflitti.
Case di quartiere, Usi temporanei e Mobilità sostenibile
Tra la prima e la seconda stagione di QUA avvenne una discontinuità, a causa della pandemia da Covid-19. L’amministrazione comunale, durante il primo lockdown, decise di realizzare una survey per indagare le necessità della popolazione in quella situazione di emergenza. Il risultato fu l’individuazione di tre macro-filoni su cui poi si basarono gli accordi di cittadinanza della seconda stagione.
Il primo ha riguardato le Case di quartiere, cioè “centri sociali tradizionali trasformati in luoghi di prossimità per l’erogazione di servizi alla comunità”: inclusione sociale e interculturale, educazione e cittadinanza, alfabetizzazione digitale, sport e tempo libero, socialità. Durante la pandemia “le persone avevano capito che le comunità di riferimento erano un’ancora di salvataggio, una forma di resilienza di fronte alla situazione di crisi e desideravano che queste comunità esistessero anche oltre quel periodo”, spiega la dirigente comunale.
Un secondo filone fu poi quello degli Usi temporanei, cioè “della rigenerazione di alcuni luoghi pubblici, prevalentemente parchi e spazi all’aperto, abbandonati e non più fruiti dalla cittadinanza”.
Il terzo filone è stato infine quello della Mobilità sostenibile, al cui ambito appartiene il progetto ‘Reggio Emilia città dei sentieri’, che ha visto amministrazione e cittadini collaborare nel disegnare e costruire una rete di percorsi CAI in città (“sì, in Pianura padana”, scherza Levi), con l’obiettivo di stimolare il movimento, ma anche la socializzazione e gli spostamenti green.
Hamlet, l’incompiuto
Sempre durante la pandemia prende forma anche un’altra iniziativa, quella della piattaforma online Hamlet, pensata per facilitare dialogo, scambi e connessioni tra cittadini, associazioni, Comune, scuole, centri sociali, parrocchie e attività commerciali. “Sarebbe stata, secondo me, molto utile a gestire una terza stagione di Quartiere Bene Comune che però non c’è stata”, afferma la dirigente. Di conseguenza, l’esperienza con Hamlet è stata breve e non se ne può fornire una valutazione basata su dati concreti o indicatori.
I progetti di Qua
Ma se su Hamlet non ci sono numeri su cui ragionare, QUA, invece, di numeri ne ha prodotti: nel periodo 2015-2019, il programma ha dato vita a 27 accordi con oltre 730 soggetti, che hanno portato a realizzare 163 progetti di innovazione sociale e a dare risposte ai bisogni di quasi 14mila utenti, con oltre 30mila ore di attività privata. “Nella seconda sono state quasi 800 le azioni realizzate”, aggiunge Levi.
Per la prima stagione di QUA, il tasso di ricaduta positiva dei progetti sul territorio è stato del 59,95%. I protagonisti della collaborazione, interpellati alla fine dell’esperienza, hanno affermato che l’85% delle iniziative è stato portato a termine positivamente, e oltre l’85% di loro ha promosso l’efficacia dell’Accordo di cittadinanza; quasi il 70% infine ha valutato in modo favorevole le ricadute del progetto nell’area e sulla comunità di riferimento.
I progetti ‘iconici’
Ma quali sono i progetti più significativi? Levi cita ‘Coviolo Wireless’, un’iniziativa per cui un centro sociale era diventato provider di internet in una zona di campagna non servita dai privati, attraverso un accordo con il Comune di Reggio Emilia e Lepida, una società in-house della regione Emilia-Romagna che fornisce connettività pubblica a banda ultra-larga.
“Ci sono state esperienze molto belle, ad esempio anche a Marmirolo dove il rischio, non essendoci il tempo lungo, era di perdere iscritti e quindi di dover chiudere la scuola pubblica”, ricorda la dirigente spiegando che in quel caso si è lavorato “a un doposcuola autogestito dalle mamme e finanziato dal Comune”. “Un altro progetto bellissimo è il recupero di Villa Levi, che è un bene tutelato, e in generale le iniziative sugli usi temporanei”. E naturalmente ‘Reggio Emilia città dei sentieri’, a tutt’oggi fruibile.
I problemi
Ma perché l’esperienza di QUA non è stata portata avanti? La dirigente del Comune fa capire che con la nuova legislatura, dopo il Covid, la visione dell’amministrazione è cambiata e si è indirizzata su iniziative di co-programmazione e progettazione meno strutturate che però, di fatto, “lasciano un vuoto praticamente assoluto”. “È chiaro che non si tratta di un’attività che va fatta obbligatoriamente, come l’anagrafe o un servizio sociale. Le amministrazioni pubbliche sono anche il frutto di una visione politica del mondo. Era un progetto sperimentale, è piaciuto a un’amministrazione e non è piaciuto all’altra”, spiega.
Levi non nasconde i limiti che il programma ha mostrato. Il primo “è, dal punto di vista della partecipazione, la mancanza di una certa capacità di poter parlare a pubblici diversi, associazioni o comunque comunità con background internazionale, quindi stranieri e immigrati”, o, in parte, i giovani.
In secondo luogo, continua la dirigente, “non abbiamo avuto una capacità di intercettare interessi privati e player in grado di aumentare la dotazione economica, pubblica e no profit”. Altro tema è la dimensione organizzativa di un servizio di questo tipo: i processi collaborativi, infatti, hanno un impatto trasversale sulle politiche pubbliche e possono mettere in discussione priorità, contenuti delle decisioni e modalità operative consolidate.
Questo approccio richiede inoltre all’amministrazione di confrontarsi con soluzioni meno standardizzabili, più costruite sulle esigenze specifiche dei territori, spesso più efficaci nella risposta ai bisogni locali ma più impegnative per il Comune.
Un modello replicabile?
Quanto è pensabile QUA fuori da Reggio Emilia? “Il metodo è quello lì e non ha ostacoli a priori”, afferma Levi. Ma tutto parte da una scelta politica precisa e condivisa, “da un programma elettorale e quindi dall’inizio della legislatura, per poter impostare il programma di lavoro in modo trasversale ai diversi ambiti di policy”. Questa è la “chiave vera”, sottolinea. Servono poi “un minimo di risorse che l’amministrazione deve mettere in campo, perché l’operazione deve avere una sua forma di sponsorship politica e un livello di istituzionalizzazione abbastanza importante”.
Naturalmente ci sono dei fattori facilitanti. Ad esempio, nel territorio emiliano “certe forme di partecipazione, di interesse verso la cosa pubblica” sono più forti. Reggio Emilia “ha sempre incoraggiato il dialogo, è sempre stata una città molto aperta, inclusiva e queste caratteristiche aiutano”, purché, conclude, ci siano “delle condizioni di lavoro all’interno dell’amministrazione che lo rendano praticabile”.
- Alberi contro le trappole di calore: la regola 3-30-300 può cambiare le città - Luglio 10, 2026
- Agricoltura sotto il mare, la sfida di Nemo’s Garden - Giugno 29, 2026
- Amministrazione condivisa: il progetto ‘QUA’ di Reggio Emilia - Giugno 26, 2026





