Cala la fiducia nell’informazione: nei dati la via d’uscita
Il Digital News Report 2026 fotografa una crisi di fiducia profonda nell’informazione italiana. Ma dentro quei numeri c’è anche l’indicazione di una via d’uscita
Ogni volta che escono i dati sulla fiducia nell’informazione contenuti nel Digital News Report del Reuters Institute la tentazione di cercare un colpevole e attivare la lamentela scatta immediatamente. Urlare alla fine del giornalismo diventa quasi necessario. Ma se c’è una cosa che ho imparato, studiando il giornalismo costruttivo e il solutions journalism, è che i dati nascondono infinite sfumature e la nostra narrazione, così come la nostra percezione, dipende da quali intercettiamo e da come proviamo a riconoscerle. Sono convinta che il giornalismo non stia morendo affatto. Come possiamo pensare a una società senza informazione? Quello che sta accadendo, però, è molto più complesso: il giornalismo sta sbagliando lingua. E intendo dire che ha frainteso l’evoluzione tecnologica, ha mal interpretato le opportunità che si sono presentate sul cammino. E ancora oggi continua ad alimentare la presunzione di una professione che un tempo, forse, aveva l’esclusiva dell’informazione ma oggi no.
Stanchi dell’informazione ma interessati alla complessità
Il punto di partenza non può che essere un numero, quello che corro a guardare ogni anno come primo dato. È severo: il 32% degli italiani dichiara di fidarsi delle notizie. Sono 4 punti percentuali in meno di un anno fa, e ben al di sotto della media globale del 37%. Le ragioni le conosciamo e sono strutturali. Le grandi piattaforme si sono prese la distribuzione, l’attenzione e ormai la gran parte della pubblicità, lasciando alle testate il ruolo di fornitrici di contenuti su un terreno che non è il loro. La proprietà dei giornali nazionali propone un’informazione schierata e il servizio pubblico resta ostaggio della politica. Tre pressioni che si sommano. Ma fermarsi qui, alla diagnosi, è esattamente l’errore che ci ha portati dove siamo oggi.
Perché sotto il crollo della fiducia c’è qualcosa che i numeri dicono a chi li sa ascoltare. Un italiano su tre, ormai, le notizie le evita. E il tema qui non è il disinteresse ma la stanchezza. Il pubblico appare esausto per via di un’informazione che lo lascia ansioso, impotente, solo davanti ai problemi. Le persone continuano a voler comprendere il mondo ma non si accontentano più di come glielo raccontiamo.
Guardiamo la classifica della fiducia per testata. In cima c’è l’ANSA, di cui si fida il 74% degli italiani e diffida solo l’8%. I grandi marchi generalisti, invece, dividono. La Rai raccoglie il 56% di fiducia, ma anche il 22% di sfiducia. Mediaset News il 54%, con il 23% di sfiducia. Sono i più seguiti e risultano anche i più polarizzanti. Nelle pieghe di questi dati possiamo leggere che la fiducia non la conquista chi grida più forte sostenendo una posizione ma chi viene percepito davvero come utile e neutrale. È la condanna del giornalismo di tifo e, al tempo stesso, l’indizio della cura.
Costruttivo è la parola chiave
Gli autori del report, nell’introduzione, invitano a smettere di cercare colpevoli e a spostare lo sguardo. Scrivono che «è forse più costruttivo riconoscere le ansie e le preoccupazioni espresse dal pubblico e concentrarsi su ciò che il giornalismo può fare per aiutare le persone a interpretare quello che accade e la sua rilevanza nella loro vita quotidiana».
La parola che scelgono, quindi, è “costruttivo”. A indicare la rotta dell’informazione sono l’ascolto e la predisposizione a suggerire la cura dopo aver misurato la malattia. Questo non ci esime dalla narrazione del problema ma ci invita a farne il contesto in cui si inserisce la soluzione. Lo diciamo spesso da queste parti ma sappiamo che serve ripeterlo per renderlo sempre più forte. L’intenzione del giornalismo che abbiamo scelto non addolcisce la realtà e non insegue le buone notizie, è un modo di fare informazione rigoroso e con un metodo ben definito che sussurra, approfondisce e restituisce alle persone strumenti per capire e per agire. È l’esatto contrario tanto del catastrofismo che spinge a spegnere, quanto del tifo che divide.
Un articolo alla volta proviamo a riconquistare la fiducia
Che funzioni non è un auspicio: è già sotto i nostri occhi. I lettori più giovani premiano chi spiega: testate native digitali, creator capaci di rendere semplice il complesso. Quasi metà delle persone, nel mondo, si informa ormai anche attraverso voci che trova più chiare e comprensibili. La profondità non spaventa nessuno, sebbene si continui a farci credere che le persone non leggano articoli lunghi. Quello che spaventa davvero è la confusione. E spiegare bene è oggi l’unica cosa che una redazione sa fare meglio di un algoritmo o di un’intelligenza artificiale, perché richiede ciò che la macchina non ha: la fatica di andare a vedere, di verificare, di mettere in fila cause, conseguenze e rimedi con onestà.
Ed è questo che scegliamo qui a News48 ogni giorno. Cerchiamo storie che vanno oltre i problemi proponendo risposte che diano contesto invece che allarmare. Noi siamo dalla parte di chi si informa per non lasciarlo solo davanti alla complessità. È il nostro modo di rispondere a questo report e ai suoi dati.
La sfida, allora, non è rincorrere le piattaforme né rimpiangere il telegiornale delle venti. È molto più semplice da dire e durissima da fare: far risalire quel 32%. Difendendo l’indipendenza delle redazioni, pretendendo regole che riequilibrino i rapporti con i giganti del web e soprattutto scegliendo ogni giorno di spiegare invece di urlare. Perché la fiducia non si compra e non si legifera, si guadagna un articolo alla volta.

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