Dalla “Babele dell’io” alla fraternità: la lezione di Zuppi nell’era dell’IA
In un momento storico attraversato da guerre, polarizzazioni, accelerazioni comunicative e trasformazioni tecnologiche senza precedenti, le parole pubbliche acquistano peso quando riescono a indicare una direzione, a nominare una ferita collettiva e, insieme, a suggerire una via d’uscita. È in questa cornice che si colloca l’intervento del cardinale Matteo Zuppi al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli di Rimini, svoltosi il 23 agosto, un messaggio che merita attenzione, perché intercetta una questione che riguarda l’intera società: il rapporto tra individuo, comunità, tecnologia e responsabilità condivisa.
È interessante, in questo senso, l’articolo pubblicato da Vatican News e firmato da Edoardo Giribaldi, che ricostruisce con chiarezza i nuclei essenziali dell’omelia pronunciata da Zuppi nell’Auditorium Intesa Sanpaolo D3. Il cardinale, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Bologna, ha proposto una riflessione di forte intensità simbolica e culturale. Il Meeting viene descritto come un “crocevia per la Chiesa e per la società”, capace di generare incontri, percorsi, aperture. In un tempo segnato da chiusure, irrigidimenti identitari e paure diffuse, l’immagine del crocevia restituisce bene l’idea di uno spazio in cui si incrociano esperienze, sensibilità e speranze.
La “Babele dell’io”
Tra le espressioni più incisive rilanciate da Zuppi vi è quella della “Babele dell’io”, formula che sintetizza con notevole efficacia una delle derive più evidenti del presente. L’individualismo contemporaneo, alimentato da una cultura dell’autopromozione permanente, spinge infatti verso una centralità esasperata del sé, spesso accompagnata da una progressiva erosione del senso del limite, della reciprocità e del bene comune. La “Babele” evocata dal cardinale richiama una frammentazione dei linguaggi e delle appartenenze, un rumore di fondo nel quale ciascuno parla soprattutto di sé, misura il mondo sulla propria visibilità e fatica a riconoscere l’altro come presenza significativa.
Dentro questo scenario, il tema delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale si impone con particolare evidenza. Le piattaforme contemporanee, costruite per trattenere l’attenzione e moltiplicare l’engagement, premiano esposizione, reazione immediata, semplificazione emotiva, chiusure identitarie. In molti casi favoriscono una connessione continua, ma anche una crescente difficoltà a costruire legami stabili e conversazioni meditate. La dimensione algoritmica seleziona, ordina, suggerisce, orienta. L’intelligenza artificiale, in questo contesto, rappresenta al tempo stesso una straordinaria opportunità e una delicata prova etica. Può ampliare l’accesso alla conoscenza, sostenere l’apprendimento, alleggerire compiti ripetitivi, rafforzare processi di assistenza, ricerca e organizzazione. Può anche accentuare dipendenze cognitive, rafforzare bolle informative, favorire manipolazioni persuasive, ridurre lo spazio dell’interiorità e della riflessione.

Vuoi leggere altre riflessioni di Francesco Pira?
Sociologo saggista e giornalista, è professore associato di Giornalismo Web e Comunicazione Strategica presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove è Direttore del Master in “Esperto della Comunicazione Digitale” e Delegato del Rettore alla Comunicazione.
Le sue riflessioni toccano temi importanti per la nostra società: il mondo digitale, i giovani, l’informazione.
Distaccare la tecnologia dai business della morte
Le parole di Zuppi aiutano allora a collocare il tema tecnologico dentro una cornice più ampia. Quando invita a “distaccare la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”, propone una vera agenda antropologica e sociale. La questione digitale non riguarda soltanto gli strumenti, ma la qualità del progetto umano che li orienta. In questo passaggio si coglie una consonanza significativa con il pensiero di Sherry Turkle, sociologa e psicologa statunitense, che da anni osserva come gli ambienti digitali abbiano modificato il modo in cui ci parliamo, ci ascoltiamo e stiamo insieme. Anche Manuel Castells, sociologo spagnolo, riflettendo sulla società in rete, ha mostrato quanto il potere si giochi sempre più nei flussi comunicativi, nella capacità di influenzare senso, percezioni e immagini del reale.
Stelle in un cielo troppo buio
L’invito di Zuppi a contrastare la “cultura della potenza” acquista così una rilevanza ulteriore. L’epoca dell’IA rischia di alimentare un’immaginazione sociale centrata sull’efficienza, sulla prestazione, sull’accelerazione incessante. Tuttavia, proprio l’avanzata delle tecnologie intelligenti rende ancora più urgente una domanda di fraternità, di discernimento, di sapienza relazionale. Se le macchine diventano sempre più abili nel processare dati e produrre testi, immagini, sintesi, cresce il valore di ciò che resta irriducibilmente umano: la responsabilità morale, l’empatia, l’attenzione verso il fragile, la capacità di dare senso e orientamento all’azione collettiva.
In questa direzione risuona con particolare forza anche l’altra immagine proposta dal cardinale: “Tutti noi possiamo essere stelle in un cielo troppo buio”. In questa espressione prende forma una consegna sociale molto chiara. La risposta alla frammentazione passa attraverso una rinnovata disponibilità a costruire prossimità, a generare fiducia, a rimettere al centro l’umanità dei rapporti. Nello spazio pubblico digitale, questo significa educare all’uso responsabile delle piattaforme, promuovere alfabetizzazione critica, coltivare tempi di riflessione, difendere la dignità della parola. Significa anche chiedere che l’innovazione tecnologica sia guidata da criteri di giustizia, trasparenza e inclusione.
Muoversi per un altro
Nella parte finale dell’omelia emerge il punto più significativo della proposta di Zuppi: “darsi all’altro significa muoversi per un altro”. In una società spesso ripiegata sull’autorappresentazione e su forme diffuse di egoismo, questa espressione rimette al centro il dinamismo della dedizione, il valore del farsi carico dell’altro, la concretezza del bene. È un appello che parla alla Chiesa, ma anche alla cultura, alla scuola, ai media, alla politica, ai mondi dell’innovazione. Il significato più attuale di questa riflessione riguarda la consapevolezza che la grande questione del nostro tempo non tocca soltanto ciò che la tecnologia saprà fare, ma ciò che l’uomo saprà diventare mentre la tecnologia avanza. L’intelligenza artificiale aprirà scenari sempre più complessi; la qualità del futuro dipenderà dalla capacità di accompagnarla con pensiero critico, responsabilità pubblica e visione umanistica.
La fraternità evocata da Zuppi indica, in fondo, una direzione possibile: far crescere strumenti potenti senza smarrire il primato della persona, del dialogo e della coscienza. Ed è proprio da qui che può nascere una speranza credibile per il domani.
- Il coraggio di alzare la mano: ritrovare la relazione nell’era dei chatbot - Ottobre 1, 2026
- Dalla “Babele dell’io” alla fraternità: la lezione di Zuppi nell’era dell’IA - Settembre 17, 2026
- Governare l’Intelligenza Artificiale per governare l’umano - Luglio 23, 2026




