Figli delle stelle

A volte il desiderio di scoprire qualcosa di confortante ci fa sognare ad occhi aperti.
È come se, desiderosi di reagire a una situazione complessa, uno stimolo esterno possa regalarci inaspettatamente un sorriso.
Perché, anche se spesso ci viene raccontato che sia più facile cedere al fascino del male, la ricerca del bene rimane sempre viva in noi.
E quando capita è come una boccata d’aria in fondo al mare.
Ad esempio, a volte basta una canzone per essere catapultati all’interno della vita di un antieroe.
Potrebbe accadere mentre guido sommerso da mille pensieri.
Alla radio passa un vecchio motivo pop degli anni ’70 e la mente, senza un apparente ragione, si sbizzarrisce.
Mi porta a immaginare che, mentre era impegnata nella revisione della sua biografia, la stessa canzone possa essere stata ascoltata da una donna.
Una donna che per tutta la sua vita ha fatto ricerca.
Una donna con capelli grigi non sempre pettinati che si divideva tra estensione e curvatura.
Si allungava per guardare dentro un telescopio e si piegava su un’infinità di fogli pieni di calcoli.
Una scienziata.
Sto immaginando Margherita Hack.
È super concentrata, perché non vuole che si scrivano bischerate.
Mentre sta pensando a come sia stato possibile condensare in un libro un’intera esistenza, durata quasi un secolo, la canzone le arriva indistinta, quasi nemmeno l’avverte, ma le note elettroniche si insinuano e le rubano un po’ di concentrazione.
Alza la testa un po’ scocciata per la distrazione imprevista.
Da quella melodia, ma soprattutto dal testo, si riaccende un antico pensiero.
Qualcosa che ha proprio a che fare con la sua storia.
Sorride.
Ricorda come tutto è cominciato.
Lei che dopo il liceo classico si era inevitabilmente iscritta a Lettere.
Le bastò una lezione di letteratura per annoiarsi e capire che non era tagliata per le materie umanistiche.
Lo stesso giorno decise senza indugio di iscriversi alla facoltà di Fisica.
La divertiva quella materia fatta di calcoli e deduzioni.
O forse, ad essere onesti, nella confusione dell’attimo, la scelse per stare vicina alla sua amica che, avendo idee più chiare, si era già iscritta.
Un pensiero malinconico fa capolino, ma è solo un attimo.
Un sorriso compiaciuto si riprende la scena quando dalla radio nascosta da mille libri la voce di Alan Sorrenti arriva al ritornello.
Noi siamo figli delle stelle, figli della notte che ci gira intorno …
Adesso sta lì soddisfatta e assorta nei ricordi.
Dal nome delle vie in cui è vissuta a Firenze a un insieme di fattori premonitori sembra proprio che la scienza delle stelle fosse nel suo destino.
Ma lei si schernisce e pensa ad alta voce con quella “c” aspirata che quando parla con se stessa è più accentuata: “Ma non è mi ha vero, il destino non esiste, sono solo coincidenze”.
È davanti ad una scrivania ingombra di appunti, seduta sulla punta della sedia.
Avvolta in un cardigan beige senza forma, sembra da sempre in urgenza. Come se dovesse partire immediatamente per fare qualcosa di importante.
Sta pensando.
Pensa a quante fatiche e quanti complimenti hanno costellato la sua vita da astrofisica.
Nel 1964 ottenne la cattedra di astronomia all’Università di Trieste e divenne la prima donna in Italia a dirigere un osservatorio astronomico. Pensa anche agli apprezzamenti ricevuti come divulgatrice, anche se non ha mai capito bene il perché.
Le hanno detto che la sua capacità comunicativa ha permesso a molti giovani, e non solo a quelli, di avvicinarsi al mondo delle stelle, di studiare astrofisica.
Le hanno detto che la schiettezza toscana, abbinata alla sua profonda conoscenza, le permetteva di rendere facile ciò che i suoi colleghi trasmettevano in modo troppo complesso per essere compreso dalle masse.
A lei questi complimenti piacevano, eccome.
Ma alla fine delle conferenze non comprendeva perché ci fosse bisogno di tutti quegli abbracci e baci di cortesia e riconoscimento.
Che poi io non credo d’essere nemmeno questa grande scienziata.
Ma quale segreto aveva nascosto dentro di sé questa studiosa, per risultare così accattivante?
Per diventare personaggio parlando di scienza immersa in un mondo accademico ancorato a galatei narrativi tanto rigidi?
Si potrebbe pensare al coraggio o all’autenticità, qualità che di sicuro le sono appartenute, ma credo che Margherita Hack possa entrare di diritto nel gruppo degli antieroi per la sua innegabile e invidiabile naturalezza.
Ogni libro, intervista o intervento lo viveva con la stessa faccia, gli stessi gesti, la stessa determinazione.
Come tutti gli esseri umani rappresentava se stessa su diversi palcoscenici, in diversi ruoli, ma non cambiava mai il suo atteggiamento.
Non mutava maschera.
Arrivava all’essenza delle cose e la trasmetteva.
Non rendeva mai difficili le cose facili e trasformava in semplici i concetti più complessi.
Ad ascoltarla o leggerla non sembra nemmeno che si sforzasse.
È come se dentro di lei fosse impiantato, chissà dove, un meccanismo segreto.
Una sorta di semplificatore di concetti che, attivandosi automaticamente, rendeva tutto accessibile a tutti.
Credo che tale naturalezza si sia radicata in lei sin dalla giovane età.
Forse per indole o più probabilmente grazie all’educazione ricevuta.
Mamma e papà erano due persone che decisero che loro figlia dovesse essere sin da ragazza responsabile e autonoma nelle sue scelte.
Il babbo era antifascista e subì il licenziamento a causa della mancata adesione al fascio.
Nonostante questo non si oppose alle scelte di una Margherita che quasi adolescente, come tutti i ragazzi e ragazze dell’epoca, frequentava il percorso della gioventù fascista.
Questo le permise di partecipare a diverse discipline sportive, tra cui salto in alto e in lungo, ottenendo ottimi risultati.
Siccome risultava tra le migliori atlete del Giglio Rosso, società sportiva di atletica che ospitava una manifestazione nazionale a cui avrebbero partecipato diversi gerarchi ed eminenti rappresentanti del fascio, le fu chiesto di leggere il giuramento degli atleti.
In lei nacque un conflitto enorme perché non voleva andare contro gli ideali e i valori paterni.
La Hack dichiarò che fu proprio il suo babbo a lasciarle la libertà di scegliere senza che lei si sentisse obbligata.
In un’intervista lei stessa, con la semplicità che l’ha connotata per una vita intera, spiegò che per amore dello sport, e forse anche per l’innocenza del tempo, decise di leggere davanti allo stadio pieno quelle parole dense di retorica.
Disse che in seguito se ne pentì.
Che fu una sorta di spergiuro, ma non poteva farne a meno.
Definì quella scelta un compromesso e lo confermò mentre, durante l’intervista televisiva, guardava fissa e senza vergogna in camera.
Senza sfida. Libera da pregiudizi.
Semplicemente raccontando con onestà cosa si muoveva dentro di lei in quel momento.
Come era sua abitudine, non cercò scuse o giustificazioni.
È come se dicesse, questa sono io.
Questo è quello che penso.
Margherita Hack non ha mai tradito la sua indole, portava la stessa naturalezza in ogni ambito della sua vita.
Era il suo marchio, che si parlasse di scienza, di aneddoti personali o di questioni sociali.
Anche quando parlava del suo ateismo.
Spiegava che credere in un essere superiore è l’espressione di antiche superstizioni dettate dall’ignoranza e che la scienza, e le sue deduzioni, potevano permetterle di dichiarare che tutto è spiegabile.
Allo stesso tempo, riteneva che ciò che ancora non sappiamo definire non richiedesse necessariamente un’interpretazione soprannaturale.
In un’intervista, Enzo Biagi le chiese se potesse spiegare il perché fosse nato l’uomo.
Lei candidamente rispose che non era ancora spiegato il perché e probabilmente non sarebbe stato possibile spiegarlo mai.
Era dimostrabile la nascita dell’universo e le leggi fisiche che ne regolano la natura. Anche la nascita della vita stessa. Ma il perché fosse accaduto che da un filamento impazzito di DNA si sia innescata l’evoluzione dell’uomo, beh, quello no.
Lo esprime con la serenità di chi si accontenta di sapere tanto.
E che vorrebbe sapere sempre di più.
Ma se non è tutto, non importa.
Non si cruccia di aver fatto una fatica incredibile per arrivare al riconoscimento della sua competenza, del resto in un mondo così prettamente maschile era ovvio che avrei dovuto faticare più di un uomo per arrivare. Ma la competizione che ho imparato e allenato facendo sport mi ha molto aiutato.
In diversi suoi interventi si dispiace solo di una cosa: di dover morire e non poter vedere le evoluzioni scientifiche dei prossimi secoli.
La sua curiosità, dice, nonostante le sue tante primavere, non è mai stata domata dalla conoscenza.
Questo approccio alla vita è sintomatico di un cuore leggero e libero.
Senza artifici.
In modo del tutto inconsapevole e non ricercato, è come se dentro di lei vi fosse stata depositata una lampada sempre accesa che poteva illuminare le coscienze.
E forse è proprio questa luce naturale che ha attratto il suo Aldo.
L’amore di una vita.
Si sono conosciuti da bambini.
Lei, pur non sapendo bene il perché, era affascinata da questo ragazzo che non temeva di integrarla nel gruppo.
Gli altri compagni di giochi tendevano a escluderla per la singolarità di alcuni suoi atteggiamenti, ma Aldo coglieva ogni occasione per proteggerla.
Ad esempio, con un’emozione sempre viva negli occhi, racconta che quando giocavano a nascondino, Aldo rimaneva spesso ultimo e riusciva a toccare la tana per liberare se stesso e gli altri, ma quando batteva la mano sull’albero urlava: “Libero me e Margherita”.
La loro unione è durata quasi settant’anni.
Dopo una vita trascorsa insieme se ne sono andati a nemmeno un anno uno dall’altra.
A giugno del 2013 toccò per prima a Margherita.
Aveva 91 anni.
Ora, ancora un poco distratta dalla musica, sta sfogliando la sua biografia. Ormai la stesura è definitiva.
Pensa che sia stata scritta in modo accessibile e un po’ se ne compiace.
Soprattutto la parte più strettamente scientifica.
Tra le sue attività specialistiche c’era la spettroscopia dei corpi celesti.
Procedendo le scappa un ghigno quando, raccontando di una sua scoperta, rilegge la sua personale definizione di scienziato: “È come un poliziotto che attraverso delle ipotesi investigative compie delle indagini per svelare dei misteri. È lo stesso approccio che ho messo in atto per quella importante scoperta sul sistema binario di Epsilon Aurigae durante il mio soggiorno a Barkeley. Ipotizzai che la componente invisibile del sistema che stavo studiando potesse essere una stella calda circondata da un grande involucro o disco di materia.
Era questa struttura a provocare una particolarissima eclissi della stella principale.
Ben ventuno anni dopo, grazie alle osservazioni nell’ultravioletto del satellite IUE, la mia ipotesi trovò conferma.
Mi ricordo ancora l’ansia di quando aspettavamo in diretta la trasmissione dei risultati dal nuovo satellite”.
Adesso sul suo volto appare la soddisfazione di aver vinto una sfida.
Non c’è arroganza e nemmeno troppa umiltà.
Semplicemente esprime i fatti, le sue aspettative e la sua gioia.
Senza imbarazzo.
Senza teatralità.
Non si gonfia il petto. Le spalle continuano ad essere incurvate, un po’ chiuse in avanti, ma quegli occhi.
In quegli occhi sembra fissata la luce delle migliaia di stelle che ha osservato.
Quel loro essere ineluttabili.
Come se dicessero:
“Non possiamo che essere governate da leggi universali”.
La canzone è terminata.
Spengo la radio per lasciare depositare in me la sorpresa di aver scovato un’isola accogliente in un mare in tempesta.
Una sorta di magia che, se mantenessimo occhi curiosi e un pizzico di coraggio, potremmo riuscire a cogliere più spesso nei piccoli segnali che ci circondano.
Quelli che si nascondono in un sorriso.
O in una canzone.
Senza storia, senza età, eroi di un sogno.
Anche per Margherita la canzone è ormai terminata e nella testa ne rimane solo l’eco.
Riordina i fogli sciolti davanti a lei con mani ancora forti.
Lo fa con gesti precisi ed essenziali.
Legge il titolo che non ha nulla a che fare con le stelle.
Nove vite come i gatti. I miei primi novant’anni laici e ribelli.
Accarezza con un gesto distratto il plico e cerca di ricordare quando lo ha scelto quel titolo così bizzarro.
Proprio in quell’istante uno dei suoi mici, il più schivo tra loro, con un balzo inaspettato le si accoccola sulle gambe.
Lei sobbalza.
Le sfugge un pensiero contrastato, quasi magico, ma subito si riscuote e sussurra a se stessa: “È solo una coincidenza”.
*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti
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