Barriere, argini e habitat perduti: perché l’Europa (e l’Italia) vuole ‘liberare’ i fiumi
Canalizzazioni, habitat frammentati e rischio alluvioni: la rinaturalizzazione propone un modo diverso di gestire i corsi d’acqua
Restituire spazio ai fiumi invece di limitarne sempre di più il corso. Riaprire vecchi rami, recuperare zone umide, ricostruire boschi lungo le sponde e, dove possibile, eliminare barriere artificiali ormai obsolete. In poche parole, riportare i fiumi il più possibile al loro stato originale. È questa la logica della rinaturalizzazione fluviale, una delle soluzioni basate sulla natura su cui l’Europa sta puntando per affrontare insieme diversi problemi: perdita di biodiversità, deterioramento degli ecosistemi acquatici ( e della qualità dell’acqua) e maggiore vulnerabilità del territorio agli eventi climatici estremi.
In Italia il banco di prova più importante è il Po. Come vedremo, il progetto di rinaturazione finanziato dal PNRR interessa decine di siti lungo il più lungo fiume italiano e prevede interventi sul letto, sulle aree laterali e sulla vegetazione ripariale. Ma la rinaturalizzazione non è una formula magica e non significa riportare un fiume a un passato incontaminato. Significa piuttosto recuperare alcune delle funzioni che le attività umane – come urbanizzazione, agricoltura, industria, navigazione – hanno progressivamente ridotto.
Cosa significa rinaturalizzare un fiume
Un corso d’acqua naturale non è soltanto il canale nel quale scorre l’acqua. È un sistema composto dal letto fluviale, dalle sponde, dalle aree golenali (ovvero gli spazi piani compreso tra la riva e l’argine), dai rami secondari, dalle zone umide, dalla vegetazione e dagli organismi che ci vivono.
Rinaturalizzarlo significa quindi restituirgli parte delle sue dinamiche naturali: consentire un maggiore libero scorrimento, ripristinare il trasporto dei sedimenti, riconnettere rami laterali e affluenti, recuperare la vegetazione lungo le sponde e ricostruire collegamenti tra habitat acquatici e terrestri. Gli interventi ricomprendono anche la rimozione o la modifica di dighe, briglie, canalizzazioni, traverse e altre opere che interrompono la continuità del fiume e ne alterano l’ecosistema.
Nel mondo, solo un terzo dei grandi fiumi scorre libero. Il fenomeno della frammentazione è particolarmente evidente su scala europea. Uno studio realizzato nell’ambito del progetto AMBER ha registrato circa 630mila barriere, comprese quelle di piccole dimensioni, ma ne ha stimato la presenza in almeno 1,2 milioni lungo i fiumi di 36 Paesi europei, con una media di 0,74 per chilometro. Il 68% ha un’altezza inferiore ai due metri: non si tratta quindi soltanto di grandi dighe, ma anche di briglie, traverse e piccoli ostacoli spesso poco considerati. E spesso obsoleti. Eliminarle può riaprire i percorsi utilizzati dai pesci e ripristinare il movimento di sedimenti e nutrienti. È anche per questo che l’Unione europea, nella sua Nature Restoration Law (Legge sul ripristino della natura), per quanto riguarda i fiumi ha fissato l’obiettivo di riportarne almeno 25 mila chilometri a scorrimento libero entro il 2030, rimuovendo le barriere e ripristinando le pianure alluvionali e le zone umide.
Qualcosa si muove: secondo l’ultimo report di Dam Removal Europe, una coalizione di ong tra cui il Wwf, nel 2025 sono state rimosse lungo i fiumi d’Europa 603 barriere inutili e obsolete di dighe e piccoli ostacoli, in aumento dell’11% rispetto all’anno precedente. Secondo il rapporto, almeno 3.740 chilometri di corsi d’acqua sono stati riconnessi, con il ripristino di ecosistemi degradati, aumento della biodiversità e della capacità di adattamento al cambiamento climatico.
Secondo l’EEA (Agenzia europea dell’ambiente), solo il 39,6% delle acque superficiali raggiunge uno stato ecologico buono o elevato. E tra le principali pressioni figurano proprio le alterazioni idromorfologiche, che interessano il 57% dei corpi idrici considerati e tra le cui cause principali annoverano proprio le barriere.
Perché può servire all’Italia
Ma la rinaturalizzazione come potrebbe aiutare? In primis contrastando la perdita di biodiversità a cui né l’Italia né l’Europa sfuggono. Secondo il Living Planet Index di WWF e Zoological Society of London, gli ecosistemi d’acqua dolce sono i più danneggiati dalle attività umane, con un calo stimato della fauna in media dell’83% dell’83% tra il 1970 e il 2018.
Venendo all’Italia, nel suo rapporto pubblicato da ISPRA nel 2026, su oltre 7.700 corpi idrici superficiali monitorati solo il 43,6% degli ecosistemi acquatici raggiunge uno stato o potenziale ecologico buono o superiore. Tra i vertebrati, il 28% dei pesci d’acqua dolce e dei gruppi affini risulta minacciato di estinzione. Una cifra che in Europa sale al 42% secondo la nuova Lista Rossa (European Red List of Freshwater Fishes) pubblicata dalla IUCN nel 2026, con un ulteriore 18% classificato come ‘quasi minacciato’.
E la relazione con la rinaturalizzazione è molto forte: secondo la IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura), dighe e altre modificazioni fisiche dell’habitat interessano il 69% delle specie valutate. Recuperare meandri, vegetazione, fondali diversificati, aree di riproduzione e continuità longitudinale significa quindi ricostruire gli habitat che molte specie hanno perso a causa della degradazione ambientale, ma anche creare nuove zone umide e nuove interazioni ecologiche tra piante, uccelli, anfibi e insetti.
Poi c’è il discorso della qualità delle acque: i corsi d’acqua rinaturalizzati forniscono servizi ecosistemici essenziali, come la purificazione dell’acqua e la regolazione del microclima. La vegetazione riparia agisce come filtro naturale, trattenendo i sedimenti e assorbendo sostanze inquinanti, contribuendo così a mantenere l’acqua più pulita e sana, per le specie ittiche ma anche per uso umano, riducendo la necessità di costose operazioni di trattamento.
In Italia viviamo in aree di pericolosità: la rinaturalizzazione riduce gli effetti delle alluvioni
Un ulteriore aspetto fondamentale da considerare sono le alluvioni. Secondo ISPRA, in Italia 1,28 milioni di persone (2,2% del totale) vivono in aree a pericolosità PAI elevata e molto elevata, e circa 6,8 milioni di persone, l’11,5% della popolazione, in aree a pericolosità media. Nelle stesse zone si trovano oltre 1,5 milioni di edifici e più di 640 mila attività produttive e di servizi. Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Liguria sono tra le regioni con i valori più elevati di popolazione esposta.
Gli eventi che mel maggio 2023 hanno interessato la porzione orientale del Distretto del fiume Po hanno mostrato la portata economica e sociale del problema: le esondazioni e le oltre 80mila frane provocarono 16 vittime e danni stimati in quasi 9 miliardi di euro – circa lo 0,5% del Pil italiano del 2022 -. Quasi la metà riguarda fiumi, strade e infrastrutture pubbliche.
Rinaturalizzare non impedisce un’alluvione, ma può concorrere a ridurne gli effetti in determinati contesti. Se il fiume viene riconnesso alle sue aree di espansione naturale, una parte dell’acqua può essere temporaneamente accumulata nelle pianure alluvionali anziché concentrarsi interamente nell’alveo principale. Attraverso il ripristino delle vegetazioni ripariali e l’ottimizzazione del letto dei fiumi, è possibile favorevolmente influenzare il flusso delle acque superficiali e sotterranee. Questo processo è fondamentale per evitare fenomeni di allagamento, specialmente nelle aree urbane ad alta densità abitativa, Ripristinare i flussi d’acqua allo stato naturale significa anche ricostituire la capacità del fiume di autoregolarsi, ridurre il rischio di inondazioni e minimizzare l’erosione delle sponde.
Lo stesso principio può contribuire alla gestione dei periodi secchi. Rami laterali, zone umide, suoli permeabili e vegetazione rallentano il deflusso e aumentano la capacità del territorio di trattenere acqua. Non risolvono da soli la siccità, che dipende anche da precipitazioni, temperature, consumi e gestione della risorsa, ma possono rendere un bacino meno dipendente da una logica nella quale l’acqua viene allontanata il più rapidamente possibile.
Infine, i ritorni per le comunità, grazie al possibile aumento del turismo ‘green’ e alla conseguente creazione di opportunità di lavoro nei settori legati all’ecoturismo e all’agricoltura sostenibile.
Il grande intervento sul Po
Un esempio che tiene un po’ tutti questi aspetti è in Italia il ‘Progetto di Rinaturazione dell’area del Po’, un maxipiano finanziato con 357 milioni di euro provenienti dai fondi europei del PNRR e gestito dall’Autorità di bacino distrettuale insieme ad AIPo, Ministero dell’Ambiente e Regioni interessate (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto.
Nel bacino del Po vivono oltre 16 milioni di persone e si concentra circa la metà degli allevamenti zootecnici, un terzo delle industrie e della produzione agricola nazionale. Nel corso del Novecento argini e opere idrauliche sono stati indispensabili per proteggere territori e attività economiche, ma canalizzazioni, escavazioni e altre trasformazioni hanno contemporaneamente ridotto la naturalità di molti tratti del sistema fluviale.
Sarebbe impensabile smantellare indiscriminatamente le opere esistenti. La rinaturalizzazione può dunque essere un modo per affrontare il degrado ambientale del fiume in modo più ‘chirurgico’. Gli interventi del piano comprendono l’abbassamento di alcuni vecchi pennelli di navigazione, la riapertura di canali laterali per ricollegare le lanche al corso principale, il recupero di zone umide e la ricostituzione dei boschi ripariali con la messa a dimora di oltre 560mila alberi e arbusti autoctoni. A questi si affiancano misure contro le specie vegetali invasive e, dove necessario, interventi per la sicurezza degli argini.
Lo scorso giugno 2026 a Parma sono stati presentati i primi risultati del progetto, con importanti target raggiunti: tredici grandi interventi dislocati in tredici province nelle quattro regioni, 56 siti di intervento sul fiume, il ripristino dell’ampiezza dell’alveo fluviale del Po per una lunghezza totale di 37 chilometri, la realizzazione e la riqualificazione di 440 ettari di boschi con la messa a dimora di 561.500 alberi.
È però importante non confondere gli interventi completati con i loro effetti ecologici di lungo periodo, come Elisa Venturini, assessora regionale Veneto all’Ambiente, Clima, Parchi e Protezione civile e presidente Comitato di Indirizzo AIPo, ha sottolineato durante la presentazione dei risultati: “Oggi la sfida non è solo quella di realizzare opere come questa ma di manutenerle nel tempo. Curare e gestire il Po e il suo bacino significa avere una capacità di compartecipazione istituzionale tra Regioni, AIPo, Comuni e Province. Anche i cittadini sono chiamati ad essere custodi del territorio”.
Perché non si può semplicemente “tornare alla natura”
E qui veniamo a uno dei limiti della rinaturalizzazione, ovvero lo spazio. Secondo Andrea Goltara, direttore del Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, in un Paese fortemente antropizzato come l’Italia, come nella maggior parte dei casi, è impossibile riportare i corsi d’acqua a una condizione completamente naturale. Occorre piuttosto individuare un riferimento ecologico possibile e fissare obiettivi pragmatici compatibili con gli usi del territorio.
Altro limite è che riconnettere un fiume alle sue pianure alluvionali può significare arretrare argini o recuperare superfici oggi utilizzate per l’agricoltura, infrastrutture o insediamenti. Ma in questo modo la soluzione ecologica entra in conflitto con interessi economici e sociali consolidati, ad esempio di agricoltori, industrie, sviluppatori immobiliari e amministrazioni locali. Per questo, avvisa chi si occupa di rinaturalizzazione, è fondamentale coinvolgere il territorio.
C’è poi la questione dei finanziamenti, non sempre facile da destinare a progetti simili, soprattutto in tempi in cui le risorse scarseggiano e vista la necessità di sostenere in modo continuo non soltanto la costruzione delle opere ma anche la manutenzione e il monitoraggio per molti. Spesso, i benefici economici e ambientali della rinaturalizzazione non sono immediati, rendendo difficile per i decisori giustificare l’investimento iniziale.
Anche la burocrazia può rappresentare un ostacolo: il quadro normativo, infatti, è intricato e spesso varia anche parecchio da una regione all’altra. La complessità stessa delle leggi può diventare un problema, bloccando di fatto i progetti o allungandone i tempi. Inoltre, a volte le disposizioni sono obsolete e non tengono conto delle pratiche più innovative, lasciando un vuoto normativo.
Anche i cambiamenti climatici vanno considerati: l’aumento degli eventi meteorologici estremi e le alterazioni degli habitat possono infatti vanificare gli sforzi profusi nei progetti di rinaturalizzazione, e rendono necessario pianificare a lungo termine e in modo flessibile, tenendo conto delle previsioni per il futuro. Non da ultimo, possono rendere difficili la raccolta dei dati e il loro monitoraggio, che, come abbiamo visto, sono essenziali.
Come trasformare un esperimento in un modello
Il caso del Po mostra che la rinaturalizzazione è tecnicamente possibile anche in territori densamente abitati e produttivi. Replicarla, però, richiede molto più della disponibilità di fondi.
La prima condizione è conoscere approfonditamente i corsi d’acqua: mappare gli ostacoli, individuare quelli realmente inutili, capire dove esiste ancora spazio per recuperare aree golenali e stabilire quali habitat possono essere riconnessi.
La seconda è coinvolgere chi utilizza il territorio. Enti locali, gestori delle aree protette, agricoltori, pescatori, associazioni e cittadini devono essere inclusi nella progettazione, soprattutto quando il recupero di spazio per il fiume modifica usi consolidati del suolo, secondo quanto indicato anche dal report Legambiente Biodiversità a rischio 2026.
La terza è misurare i risultati. Non basta contare alberi piantati, chilometri interessati o barriere rimosse. Bisogna verificare negli anni se aumentano le popolazioni delle specie autoctone, se migliorano gli habitat, se il fiume mantiene maggiore continuità e se le aree recuperate producono davvero i servizi ecosistemici previsti.
A questo devono affiancarsi piani e/o strategie di adattamento a diverse scale (nazionale, regionale) e per le singole specie e/o habitat o per tipologie di aree protette terrestri e marine, per contrastare i cambiamenti climatici.
Ricordando sempre un fatto fondamentale: la rinaturalizzazione non sostituisce le altre politiche ambientali. Una zona umida può filtrare nutrienti e sedimenti, ma non elimina alla fonte l’inquinamento industriale, urbano o agricolo.
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