Il maestro silenzioso

Quando dalla battigia si guarda il mare, a volte accade di esserne misteriosamente attratti, quasi ipnotizzati.
Come se percepissimo una sorta di lontano richiamo.
Succede, soprattutto, quando è tumultuoso.
Forse per sfidarlo, per domarlo o, più semplicemente, per far divertire il fanciullino che vive ancora nascosto in noi.
Attendiamo l’onda e con un tuffo, non sempre coordinato, la buchiamo.
A volte ci riesce.
Ogni tanto, quando distrazione o spavalderia prendono il sopravvento, ne veniamo travolti.
Rotoliamo come i sassi che ci colpiscono e perdiamo la percezione dello spazio, finendo per spaventarci.
Basterebbe appoggiare i piedi e rialzarci, ma il panico ci confonde e in modo goffo veniamo risputati a riva.
Ubriachi, affranti. Feriti nell’orgoglio.
Verrebbe da pensare che abbiamo imparato la lezione e che forse si potrebbe essere più cauti.
Questo buon proposito viene supportato dalla nostra vocina razionale che, paziente, ci consiglia di ritornare sull’asciugamano a fare le parole crociate.
Ne siamo persuasi, ma non completamente.
Una volta in piedi, dopo aver accettato lividi e imbarazzo, volgiamo ancora il nostro sguardo verso il movimento pericoloso e suadente.
E via, le urla del fanciullino sovrastano il pensiero prudente ed eccoci ancora immersi e roteanti.

Non so bene se questa tendenza intrepida debba essere placata, ma l’eccesso è sempre rischioso.
Il consiglio di un amico o di un amore potrebbe convincerci a non tuffarci.
A volte, più delle persone a educarci possono essere dei luoghi.
Se ci lasciassimo affascinare, potremmo scoprire che la tranquillità è raggiungibile anche attraverso un posto speciale.
Una sorta di passaggio segreto per la serenità.

Anche nella vita spesso veniamo rapiti da movimenti affascinanti e pericolosi, che ci trascinano in vortici complicati da interpretare.
Ci ritroviamo ribaltati o risucchiati in correnti che ci trascinano al largo, come la più perfida delle risacche.
Immaginiamo avventurose peripezie, ma ci ritroviamo travolti da scadenze, obblighi e impegni.
E mestamente ci accorgiamo che tra le priorità non indichiamo mai i nostri sogni.
A quelli non mettiamo una data di scadenza. Li lasciamo lì ad aspettare. Fino a dimenticarli.
A volte, nell’oceano dell’oblio ci finiamo perché corriamo ad occhi chiusi.
O era ciò che il destino aveva disegnato per noi?
Purtroppo capita anche di venire trascinati da qualcuno o, peggio ancora, spinti.
Non credo, però, sia molto importante il motivo per cui siamo sommersi.
Invece di investire tempo ed energia per capire come mai ci troviamo al largo, sarebbe più utile imparare a nuotare.
Per riguadagnare la riva. Per riposarci, per pensare.

Non deve essere bello, panoramico, accattivante o intrigante.
Potrebbe essere un luogo che genera riflessioni interiori e leggerezza.
Insomma, che ci ispiri a fare ciò che tendiamo a perdere per strada.
O nelle onde.
Un posto speciale viene definito dalla sua storia, dalle leggende, dagli usi e dalle abitudini.
Un luogo così particolare si identifica nella gente che lo vive.
Gli antichi romani lo avrebbero individuato con Genius Loci: lo spirito di un luogo che finisce per abitare chi lo attraversa.


Eccolo il maestro silenzioso.

Ci sono territori eroici, a volte pomposi e talvolta vanitosi.
Credo però che un luogo da antieroi sia semplice, per alcuni tratti umile, ma dalla forza disarmante e magnetica.
Potrebbe essere un paesino appoggiato sul fianco di una montagna, dove il sole, durante l’inverno, non arriva neppure.
La necessità di stringersi per sfuggire al gelo sviluppa una forma di aggregazione più salda che concede di esprimere sentimenti ancora più autentici.

Per goderne, dopo averlo scovato, bisognerebbe adeguarsi a pochi principi saldi e antichi.
In questo luogo immaginario non esistono elenchi di norme stringenti, ma molti consigli basati sull’esperienza.
Forse proprio per questo senso di libertà, i ragazzi crescono autonomi e responsabili.
Anche i giovani forestieri lo capiscono presto.
Restano affascinati dall’idea di una maggior indipendenza e forse tornano a casa un pizzico più maturi.

Osservando con attenzione la vita dei borghi come questo, si potrebbe imparare che non si deve sprecare energia per cose inutili, così da conservarla per quando servirà davvero.
Come se si dovesse essere sempre pronti ad affrontare le difficoltà.
Non perché ci si senta sfortunati, ma per la consapevolezza che prima o poi i problemi arrivano.
Tra le vie strette, schiacciate tra i muri di sassi di case antiche, si potrebbe imparare anche cosa vuol dire essere tenaci.
A volte questo talento sfocia in caparbietà, quasi testardaggine.
Ma ciò che viene mostrato è solo una piccola punta nell’iceberg.
Quello che c’è sotto è un talento condiviso.
Un credo comune capace di influenzare chi passa di lì.
La fatica non fa paura. È tua amica.
La fatica ti determina. I muscoli sono la conseguenza, non l’obiettivo.
La vera ricchezza è la potenza che esprimono, quella che ti permette di salire veloce e di correre in discesa.
Una cosa che si impara subito è che quando si sale è inutile osservare la vetta dove è previsto l’arrivo, perché alimenteresti l’impazienza.
Così come non devi guardare quanta strada hai già fatto, perché è passata e non serve vantarsi.
Un buon modo per salire è stare attento a dove metti i piedi.

Anche la comunicazione è essenziale: poche parole, molto precise.

A volte traspare rudezza, ma dietro quell’atteggiamento potrebbe nascondersi un personaggio come il nonno di Heidi.
Burbero, ma allo stesso modo amorevole.
Se si vive di regole e galateo, questo atteggiamento schietto potrebbe ferire.
E se fosse invece la più elegante forma di umiltà?

Oltre alle chiacchiere, ci sono anche gli antichi mestieri: veri e propri maestri di vita.
Fare la legna è un rito.
Si sceglie una pianta e la si taglia attendendo la luna calante, così renderà di più quando brucerà nel focolare.
La si sfronda nel bosco, la si riduce a pezzi trasportabili e se ne fanno ceppi su misura, ideali per il camino o la stufa.
Un lavoro faticoso certo, ma che porta con sé una storia millenaria fatta di attenzione al territorio e sopravvivenza.
Questo è il minimo comune denominatore di luoghi così: non sprecare mai.
Perché la natura ti dona molto, ma non ti perdona nulla.
Accendere il fuoco dopo aver fatto la legna o mangiare ciò che abbiamo coltivato con pazienza restituisce una soddisfazione antica.
Qualcosa di ancestrale che dovremmo recuperare, frenando il desiderio spasmodico di comodità.

Gli abitanti di questi territori sono consapevoli di essere particolari, ma per loro non è motivo di vanto o imbarazzo.
Semplicemente sono.
Sembra che abbiano la percezione che il loro essere originali influenzi positivamente i forestieri curiosi.
La fierezza per il paesino illumina il loro viso, solitamente serio e concentrato.
Come il vecchio dell’alpe quando vedeva arrivare la sua nipotina.

In un paesino così, se esistesse, si potrebbe immaginare che ci sia un solo bar gestito dalla stessa famiglia da più di un secolo, magari da un pronipote che ha un nome da re.
Come se solo gli appartenenti a quella stirpe possano reggere il trono dell’accoglienza.
Un oste che genera connessioni. Stringe mani e prepara aperitivi e piatti tipici.
Nella sua osteria si raccontano storie antiche e ci si diverte con le carte.
Come in una sorta di sfida cavalleresca medievale, si gioca spesso a coppie.
Cavaliere e scudiero.
Uno contro l’altro, ma la volta dopo si cambia socio e colui che era nemico, diventa complice.
Talvolta con le carte, come nella vita, ci si illude che il metodo possa prevalere sul destino.
Solitamente vincono coloro che sono più rapidi a intuire e coraggiosi nelle giocate.
Non è perché si codifica tutto che la vita è gestibile, ma perché si è pronti all’imprevisto che risulta accettabile.
Al tavolo da gioco, nascono battute per mortificare la fortuna sfacciata di qualcuno: se fossero anche bravi… 
Nessuno si offende, è una sorta di tacito accordo.
Si chiama amicizia.

Questi sono territori dove le leggende non sono eroiche, ma evocative.
Ce ne potrebbe essere una che parla di un sacerdote un po’ scaltro.


Immaginandola, suonerebbe più o meno così.

Tanto tempo fa un podestà dovette dirimere una contesa tra due comuni: definire la reale proprietà di alcune malghe di vitale importanza per il territorio.
Si organizzò un incontro proprio sugli alpeggi causa della diatriba e l’autorevole emissario chiese di chi fosse la terra che stavano calpestando.
L’astuto prete, inviato dalla popolazione per difendere i propri interessi, non ebbe alcun timore a dire il vero.
Asserì che la terra su cui posava i piedi era proprio del suo paese.
Di fronte al giuramento del sacerdote, il podestà non ebbe dubbi e le terre furono così assegnate ai suoi compaesani.
Solo dopo un po’ di tempo si scoprì che, non potendo mentire davanti a Dio e agli uomini, il prelato aveva messo della terra raccolta per le strade del suo paese all’interno degli scarponi.

Che questi luoghi abbiano una forza attrattiva importante viene confermato dal fatto che la maggior parte dei nativi, talvolta obbligati ad andare lontano alla ricerca della buona sorte, al termine del loro vagare denso di nostalgia, ritornino sempre a casa.
Consapevoli che la vera fortuna sia sempre stata lì ad attenderli.

Frammenti di ferro sparsi per il mondo che riconoscono una sola calamita.

Un posto così è come un giardino in mezzo alle rocce.
Non attrae tutti. Ma chi impara a rispettarlo finisce per mettervi radici.
E chissà, con un pizzico di fortuna, riesce anche a sbocciare.

Non sempre l’antieroe è una persona.
A volte può essere un territorio che ti restituisce l’eco della tua essenza.
Che, anche se non c’è il mare, ti insegna a nuotare.
E magari, nei suoi boschi, impari pure a bucare le onde.
Un luogo che pur non essendo necessariamente casa, diventa il tuo buen retiro.
Ci sono posti che non ti chiedono nulla.
Che non ti donano superpoteri.
Ma che per la loro semplicità finiscono per svelarti chi sei.

*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti


Stefano Pigolotti
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Stefano Pigolotti

Autore e giornalista pubblicista, con un percorso professionale costruito nel tempo tra impresa, management e formazione. Negli ultimi trent’anni ho maturato esperienze imprenditoriali nella consulenza aziendale e nel settore immobiliare. Ho ricoperto incarichi come fractional change manager in diverse società e sviluppato diversi percorsi formativi come mental coach professionista. Ho condensato queste esperienze in diversi lavori editoriali, più specificatamente nei tre rami del coaching: • Personal, con “Il tuo destino è sbocciare” • Business, con “Oltre l’azienda” • Sport, con “Gioca Facile” in collaborazione con Annalisa Biolghini A sostegno dei percorsi di cambiamento che promuovo nelle organizzazioni, ho recentemente co-firmato con Andrea Ziletti: • “ESG PER LE IMPRESE: il nuovo modo per crescere” un volume sull’importanza della sostenibilità come veicolo per un’imprenditoria visionaria e performante Percorsi diversi in contesti differenti, ma con un obiettivo comune: l’osservazione delle persone attraverso le loro attitudini e le loro fragilità, per favorire consapevolezza e generare valore condiviso.

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