La povertà non aspetta la crescita: la nuova roadmap
Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Thomas Piketty, Kate Raworth, Jason Hickel e altri economisti e ricercatori da tutto il mondo hanno pubblicato una proposta radicale: smettere di trattare la crescita del PIL come condizione preliminare per ridurre la povertà. La tesi è che il modello dominante ha fallito. E che la povertà non è un dato naturale, ma il prodotto deliberato di scelte politiche che possono essere cambiate.
La “Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth” è stata presentata formalmente sotto il mandato del Relatore Speciale ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, Olivier De Schutter, ed è stata resa pubblica il 10 giugno 2026. È il risultato di diciotto mesi di lavoro collettivo che ha coinvolto oltre 400 persone — agenzie ONU, governi nazionali, esperti accademici, sindacati, movimenti di base, economie solidali — dal nord e dal sud del mondo. I firmatari sono includono nomi di influenti economisti come Stiglitz, Piketty, Raworth, Hickel, Tim Jackson.
Il documento contiene policy concrete, ognuna corredata da evidenze empiriche, passi di implementazione ed esempi reali da tutto il mondo, disponibili sul sito dedicato. Un manifesto, quindi, ma anche una pratica cassetta degli attrezzi.
L’obiettivo è superare quella che gli autori chiamano la sequenza “grow-tax-transfer” – cresci, poi tassa, poi redistribuisci – che ha dominato la politica economica degli ultimi decenni. Il punto non è che la redistribuzione non serva, ma che non basta: bisogna cambiare le regole del gioco prima che il mercato produca i suoi effetti, non solo correggere quegli effetti a posteriori.
La diagnosi: crescita disaccoppiata da prosperità e sostenibilità
Il punto di partenza è una constatazione empirica scomoda: la crescita del PIL si è separata dal benessere condiviso. Per decenni la ricetta è stata semplice — fai crescere l’economia e la povertà scomparirà. Ma la promessa non è stata mantenuta.
Mentre i redditi nazionali si espandevano, i salari stagnavano, il lavoro diventava più precario e i servizi pubblici venivano tagliati. In cima, i patrimoni esplodevano; in basso, le famiglie non arrivavano a fine mese.
La crisi sociale è connessa a quella ecologica. Il 92% delle emissioni globali in eccesso è attribuibile al nord globale. Il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di quasi la metà delle emissioni da consumi, e l’1% più ricco da solo genera il 41% delle emissioni legate alla proprietà di capitale — quasi il doppio dell’intero 90% rimanente. Nel frattempo, sono i più poveri a pagare per primi il conto: fallimento dei raccolti, prezzi alimentari alle stelle, disastri climatici sempre più frequenti.
Il dato più radicale nel documento, pur nella sua semplicità, è che la scarsità non appare essere il problema. La ricerca mostra che i bisogni umani fondamentali potrebbero essere soddisfatti universalmente con meno della metà dell’energia e dei materiali che il mondo consuma attualmente. Il problema è l’allocazione: circa il 70% dell’energia globale va in beni e servizi che contribuiscono poco al benessere umano.
Le proposte concrete
La roadmap articola le sue proposte intorno a sei “pilastri”, pensati per funzionare in modo interdipendente — non misure isolate, ma un sistema.
- Trasformare i sistemi economici significa riformare la fiscalità (tassare la ricchezza accumulata, far contribuire equamente le multinazionali, introdurre riforme fiscali ecologiche) e orientare le politiche industriali e creditizie verso priorità sociali ed ecologiche, sviluppando un’economia sociale e solidale.
- Lavoro, cura e democrazia economica: salari dignitosi, garanzie di occupazione, rafforzamento dei sindacati e democrazia nei luoghi di lavoro. Ma soprattutto: riconoscere e redistribuire il lavoro di cura – retribuito e non – su cui le società reggono e che ancora oggi ricade quasi interamente sulle donne.
- Servizi pubblici universali e protezione sociale: investimento universale in infanzia, abitazione, salute, istruzione, trasporti. Non assistenza selettiva per chi dimostra di meritarla, ma diritti come base della convivenza. Il documento ricorda che il fabbisogno per chiudere il gap di protezione sociale nei paesi a basso e medio reddito è stimato in 1.400 miliardi di dollari l’anno – una cifra enorme, ma che va comparata con i trasferimenti netti di risorse che ancora oggi fluiscono da sud a nord.
- Giustizia ecologica: costruire un’economia entro i confini planetari, con politiche di sufficienza, tutela dei beni comuni, finanza climatica riparativa.
- Trasformare l’ordine economico internazionale: questo è forse il pilastro più sistematicamente ignorato dal dibattito europeo. Circa 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che spendono più per il servizio del debito che per sanità o istruzione. La roadmap chiede cancellazione del debito, riforma della governance fiscale globale – inclusa una Convenzione ONU sulla cooperazione fiscale – e la possibilità per ogni paese di definire sovranamente il proprio percorso di sviluppo.
- Pianificazione democratica e governance: misurare il progresso oltre il PIL, costruire assemblee dei cittadini, dare potere a chi vive in povertà nel disegnare le politiche che lo riguardano.
Punti di forza e limiti: quanto è realistica questa roadmap?
Il merito principale sta nella capacità di connessione: per la prima volta lotte spesso frammentate (femministe, indigene, sindacali, per la giustizia climatica, per superare il PIL come indice di sviluppo) trovano un quadro comune con basi giuridiche solide nel diritto internazionale.
L’approccio è sperimentalista, nel senso scientifico: ogni misura viene valutata nei pro e contro, si chiede se può essere generalizzata, scalata, trapiantata in altri contesti. Detto questo, alcune domande restano aperte. Il documento stesso ammette che alcune misure possono essere adottate subito, altre solo dopo anni, una volta create le condizioni.
Ma chi costruisce quelle condizioni? I governi nazionali operano in un sistema di vincoli – trattati commerciali, mercati finanziari, regole di bilancio – che la roadmap critica ma non dissolve. La proposta indica una direzione, ma non è completa su come imbroccarla.
C’è poi una tensione irrisolta tra l’ambizione globale e la frammentazione geopolitica attuale. La riforma della governance economica internazionale, la giustizia del debito, la cooperazione nord-sud presuppongono una volontà multilaterale che in questo momento storico è quanto meno incerta. Le trasformazioni necessarie devono avvenire simultaneamente, non in sequenza. Le riforme parziali rischiano di essere travolte dai meccanismi che perpetuano le crisi.
Il contesto italiano ed europeo: a che punto siamo?
L’Europa si trova a un bivio. La pressione competitiva globale spinge verso una logica produttivista che assomiglia molto al “grow first” che la roadmap critica. Ma i movimenti per il superamento del PIL si rafforza nel vecchio continente: il dibattito su indicatori alternativi al PIL è entrato nelle istituzioni europee, echeggiando alcune discussioni che si muovono anche tra gli alti ranghi della superpotenza cinese.
E in Italia? La povertà assoluta non scende: nel 2023 coinvolgeva oltre 5,7 milioni di persone, il dato più alto dall’inizio delle rilevazioni Istat. I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa in termini reali, con una stagnazione che dura da trent’anni. Il welfare rimane frammentato e ancora troppo scaricato sulle famiglie. Nel nostro contesto, alcune delle proposte della roadmap non sono utopie lontane ma politiche già parzialmente in discussione: salario minimo, reddito di base, investimenti pubblici in edilizia residenziale, progressività fiscale, tassazione dei grandi patrimoni. Il dibattito italiano è proprio diviso tra chi pensa che queste misure bastino, e chi invece ritiene che il Paese abbia bisogno di una spinta per riprendere a crescere.
La domanda è se in Italia e in Europa, esiste – o si può costruire – la volontà politica di trattare la fine della povertà, la riduzione delle disuguaglianze non come effetti collaterali benigni della crescita, ma come obiettivi in sé, a cui l’eventuale crescita deve essere subordinata.
La roadmap completa è disponibile su neep-poverty.org.
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