L’artista invisibile

Ho sempre avuto la sensazione che più ci ostiniamo a mostrare le nostre doti, più queste si indeboliscano.
Che se insistiamo a dar loro un nome, in modo da attivarle a comando, possano addirittura svanire.
Come per il silenzio: se lo nomini sparisce.
Se si ha un dono, non serve nasconderlo o celebrarlo. Va donato.
Senza fuochi d’artificio, senza ostentazione.
Altrimenti, come uno spettacolo pirotecnico, l’effetto dura poco.
E, dopo la meraviglia dell’attimo, lascia solo fumo e puzza di bruciato.

È curioso, ma sembra che le nostre doti si manifestino appieno, solo quando abbiamo il coraggio di sparire.
Per farlo bisognerebbe essere veri e propri antieroi.
C’è una professione che ha trasformato questa invisibilità in una forma d’arte.


Il restauratore.

Che siano tele, mobili, affreschi, arazzi o qualsivoglia oggetto prezioso e spesso antico, coloro che si occupano di restauro, sono dei fantasmi.
La loro arte raggiunge il massimo compimento proprio quando gli spettatori restano estasiati davanti a un’opera con più di trecento anni, senza accorgersi che è stata da poco restaurata.
Se coloro che osservano si chiedessero chi le ha ridonato tale splendore, significherebbe che il restauratore ha invaso con la sua creatività l’opera stessa, alterandone l’originalità.

Cesare Brandi, tra i padri della moderna teoria di questa professione, sosteneva che chi si occupa di restauro debba concentrarsi sulla salvaguardia dell’opera, permettendole di proseguire il suo cammino nel tempo.
Il restauratore non deve aggiustare, completare o reinterpretare.
Deve sapere riconoscere l’opera in ogni sua particolarità, fino ad accoglierne anche le assenze.
Perfino una crepa racconta una storia.
Nel suo manuale, Brandi, più che descrivere le tecniche di restauro, sembra spiegare come essere un antieroe.

Il pittore aggiunge.
Lo scultore lascia il segno.
L’artista firma.
Il restauratore scompare.

Mi piace immaginarla, cauta e paziente, la restauratrice mentre assorta osserva l’opera che attende la sua mano esperta.
Sola e immobile, è abbarbicata sull’impalcatura di fronte ad un’imponente pala d’altare.
I riccioli biondi screziati di grigio le danzano davanti agli occhi, ma è troppa la concentrazione per essere disturbata dalla loro ribellione.
Per giungere pronta all’inizio dei lavori, ha studiato approfonditamente non solo l’opera, ma anche l’artista che l’ha realizzata, cogliendone l’essenza e le emozioni che lo attraversavano.
Sa che l’autore, mentre dipingeva quell’opera, era al termine del suo viaggio terreno.

Raddrizza le spalle e i pensieri più razionali accompagnano la sua mano che, lenta, si tende verso il dipinto, quasi a volersi connettere.
Ti ho studiato, mi sono accordata con la sovrintendenza, ho con me tutto ciò che occorre per questo lavoro. Posso iniziare.

La sua mano sfiora la tela e rincorre alcune pennellate esterne un po’ più ruvide delle altre.
Inizia la sua immersione nell’opera e nella vita del maestro che l’ha creata.
Questi erano gli ultimi tuoi tocchi, amico mio?
Perché hai scelto questo soggetto? Con chi l’hai definito? Con il committente?
Ci hai nascosto dentro qualche simbolo?
Qualche dedica segreta?
La pala è racchiusa in una cornice di legno massiccio che mostra i segni del tempo. La accarezza seguendone gli intarsi e apprezzandone l’eleganza.
È la cornice originale.
L’hai scelta tu personalmente o l’hanno realizzata i tuoi allievi?
Sapevi che era il tuo ultimo lavoro, vero?
È perfettamente coerente con il dipinto.
§C’è la tua mano. Bravo vecchio mio, hai fatto un gran lavoro.
Il suo sguardo si sofferma su un’ala della colomba che rappresenta lo Spirito Santo che tutto benedice.
Rispetto all’altra è di un bianco meno candido. Scolorito.
E qui? Avevi finito l’olio?
§Lo sapevi che se non lo dosi bene, poi il pigmento svanisce più rapidamente.
Non posso credere che non immaginavi che un’opera come questa sarebbe durata nei secoli.

In quell’istante la sua connessione con il dipinto e il pittore si allenta un pochino.


Lascia spazio all’analisi tecnica per trovare un rimedio adeguato, ma poi decide che lascerà l’ala incriminata così com’è.
Non spetta a lei correggere gli sbagli, perché non si può sapere se sono davvero dimenticanze o desideri.
Accade ogni giorno di interpretare ciò che gli altri fanno rispetto ad un nostro codice esclusivo e, inevitabilmente, si finisce per essere più giudicanti che comprensivi.
La restauratrice non si può concedere questa leggerezza e opta per il rispetto dell’idea, della realizzazione e perché no, anche dell’errore.

La sua ispezione continua e nota che il volto di Maria, intenta a cullare amorevolmente Gesù Bambino, è in parte traslucido.
Aggrotta la fronte nel tentativo di spremere la materia grigia alla ricerca di un perché.
Si impegna a individuare la causa che possa aver generato quell’effetto.
Niente da fare.
Non è nello stile pittorico che può trovare la risposta.
Perché l’hai fatto?
Ma certo! Non l’hai fatto tu.
Eri al termine della tua vita e sei riuscito in extremis a concludere l’opera, ma non hai potuto occuparti del trattamento conservativo.
L’albume usato dai tuoi allievi come protettivo era poco o troppo diluito.
O forse, erano tutti così tristi per la tua imminente dipartita da essere distratti nella fase di completamento.
Fa qualche passo indietro sulle assi malferme e osserva la pala nella sua interezza, prendendo mentalmente nota degli interventi che dovrà effettuare.

Prende in mano il primo strumento: una spatolina che sembra un bisturi.
Non lo sfiora nemmeno il dipinto.
La usa per fissare in mente le priorità delle operazioni da effettuare.
Si ripete come un mantra che non deve riportare l’opera agli antichi splendori, ma impegnarsi a conservare la sua autenticità.
Si prenderà cura di lei, come un medico con il suo paziente.
Ma non dovrà essere un chirurgo estetico.
Piuttosto, un eccellente geriatra.

Sarebbe interessante intercettare la restauratrice alla fine del proprio lavoro.
Potremmo metterci un po’ in disparte per non disturbare i primi fedeli che, entrando, potranno godere della rinnovata magnificenza della pala.
E in quell’antro opaco, porle sottovoce una domanda che emerge curiosa.
Considerando che ogni essere umano desidera godere della giusta riconoscenza, come fa il restauratore a sparire a cuor leggero?
Con quale sostanza magica alimenta il suo ego?
Probabilmente non avremmo una risposta diretta.
La natura del suo cuore non le permetterebbe nemmeno di comprenderlo, un quesito così rude.
Forse ci prenderebbe sotto braccio e ci farebbe ruotare su noi stessi invitandoci, con la spatolina ancora in mano, ad osservare il dipinto.
Se avessimo un po’ della sua leggerezza e umiltà capiremmo.
E se non fossimo abbastanza virtuosi, basterebbe osservare le piccole lacrime di commozione che le rigano il viso.
Rigagnoli salati di soddisfazione per avere lasciato intatto ciò che non le appartiene.

Le persone migliori non migliorano gli altri.
Li aiutano a restare ciò che sono.

Per il prezioso contributo, non solo tecnico, ringrazio di cuore Alessandra Viviani, Restauratrice


*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti

Stefano Pigolotti
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Stefano Pigolotti

Autore e giornalista pubblicista, con un percorso professionale costruito nel tempo tra impresa, management e formazione. Negli ultimi trent’anni ho maturato esperienze imprenditoriali nella consulenza aziendale e nel settore immobiliare. Ho ricoperto incarichi come fractional change manager in diverse società e sviluppato diversi percorsi formativi come mental coach professionista. Ho condensato queste esperienze in diversi lavori editoriali, più specificatamente nei tre rami del coaching: • Personal, con “Il tuo destino è sbocciare” • Business, con “Oltre l’azienda” • Sport, con “Gioca Facile” in collaborazione con Annalisa Biolghini A sostegno dei percorsi di cambiamento che promuovo nelle organizzazioni, ho recentemente co-firmato con Andrea Ziletti: • “ESG PER LE IMPRESE: il nuovo modo per crescere” un volume sull’importanza della sostenibilità come veicolo per un’imprenditoria visionaria e performante Percorsi diversi in contesti differenti, ma con un obiettivo comune: l’osservazione delle persone attraverso le loro attitudini e le loro fragilità, per favorire consapevolezza e generare valore condiviso.

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