Misurare il benessere senza consumare il Pianeta

Dal PIL al PHDI, gli indicatori provano a raccontare lo sviluppo oltre il reddito. Ma la domanda resta aperta: i Paesi che fanno meglio degli altri sono davvero sostenibili?


Qual è il Paese più sostenibile del mondo? Verrebbe da pensare a quello che inquina meno. Oppure a quello che tutela meglio foreste e biodiversità. In realtà, la risposta dipende anche da come scegliamo di misurare la sostenibilità. Dal 2020 esiste un indicatore che prova a mettere insieme qualità della vita e impatto ambientale: è il PHDI (Planetary pressures-adjusted Human Development Index), elaborato dall’UNDP (programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo). Nelle prime posizioni compaiono Irlanda, Svizzera e Svezia. Ma quali sono le caratteristiche che fanno guadagnare loro un alto punteggio? E soprattutto: cosa ci dice quel punteggio in termini concreti sulla sostenibilità?

Dal PIL all’HDI: perché il reddito non basta

Tutto comincia negli anni Trenta, durante la Grande Depressione. Il governo americano vuole rilanciare l’economia, ma non ha alcuno strumento per capire se ci sta riuscendo. La soluzione arriva da Simon Kuznets, economista sovietico naturalizzato statunitense. La sua idea è di aggregare tutta l’attività economica del Paese in un unico numero. Il PIL nasce così, un elettrocardiogramma dell’economia: se la linea sale, il paziente sembra stare meglio. Ma, proprio come accade con un elettrocardiogramma, racconta solo un aspetto dello stato di salute.

Un secolo dopo, quel numero tecnico e pratico, riservato a una funzione molto specifica, si è trasformato in qualcosa di molto più ambizioso. La crescita del PIL è invocata come obiettivo fondamentale delle nazioni da tutti i governi del mondo, senza distinzione di colore politico. Ma dal punto di vista ecologico, il PIL mostra diversi limiti. Ad esempio, se contribuisce a generare movimento di denaro, il PIL calcola l’abbattimento di una foresta come un rialzo in positivo – quando, in maniera esplicativa – serve per costruire edifici o aprire miniere – e invece la conservazione della stessa foresta ostacola la crescita del PIL. Vede di buon occhio le emissioni prodotte per far volare i più abbienti in vacanza oltreoceano, ma non considera il costo climatico di quei voli.

Negli anni Novanta l’economista bengalese Amartya Sen e il pakistano Mahbub ul Haq propongono una svolta: lo sviluppo non è crescita economica, è espansione delle capacità umane. Nasceva l’HDI – l’Indice di Sviluppo Umano – che mette insieme aspettativa di vita, istruzione e reddito in un unico punteggio. Un salto in avanti enorme rispetto al PIL. 

Il PHDI: mettere un prezzo alla pressione ecologica

L’HDI misura quanto bene vivono le persone. Non chiede però a quale costo ecologico. Un paese può avere ospedali eccellenti e università di primo livello bruciando quantità enormi di combustibili fossili: l’HDI non ne tiene in conto. 
Così nel 2020 l’UNDP decide di colmare questo vuoto introducendo il PHDI – Planetary Pressures -Adjusted HDI. L’idea è elegante: si prende il punteggio HDI di un Paese e lo si riduce in proporzione alle sue emissioni di CO₂ (anidride carbonica) e al suo consumo di risorse materiali. Più inquini e consumi, più il tuo punteggio scende rispetto all’HDI. In uno scenario ideale (nessuna pressione planetaria) i due indici coincidono. 

Il risultato, sulla carta, è uno strumento capace di premiare chi riesce a garantire benessere ai propri cittadini lasciando un’impronta ecologica contenuta.

Perché Norvegia, Svezia e Finlandia hanno un PHDI alto

Guardando la classifica dello Human Development Report 2025, i paesi nordici dominano. I primi dieci posti sono occupati, in ordine decrescente, da Islanda, Norvegia, Svizzera, Danimarca, Germania, Svezia, Australia, Hong Kong, Paesi Bassi, Belgio. 
Una combinazione di fattori spiega questi risultati: sul fronte umano, combinano aspettative di vita elevatissime, sistemi scolastici tra i più efficaci al mondo e redditi pro capite molto alti. Sul fronte ecologico, hanno puntato da decenni sulle energie rinnovabili – idroelettrico in Norvegia, nucleare in Svezia e Finlandia – riuscendo a tenere le emissioni di CO₂ relativamente basse rispetto ad altri paesi ricchi. 

Il PHDI è un indice che premia chi fa meglio degli altri. I nordici spiccano rispetto agli altri paesi ad alto reddito, perché consumano ed emettono molto meno. 

Meglio degli altri non significa abbastanza

Ed è su questo meccanismo che si concentra la critica avanzata dall’economista Jason Hickel. Il PHDI, infatti, non misura i Paesi rispetto a una soglia di sostenibilità, ma rispetto al peggiore comportamento mai registrato. Per le emissioni di CO₂ il riferimento è il Qatar del 1997 (69,85 tonnellate pro capite); per il consumo di risorse la Guyana del 2000 (152,58 tonnellate pro capite). Tutti gli altri Paesi vengono valutati in funzione di questi valori estremi.

Il risultato è che anche consumi molto elevati appaiono moderati, in quanto confrontati con valori estremi. È come fissare il limite di velocità a 240 km/h su una strada cittadina: chi va a 150 sembra quasi coscienzioso. La Norvegia consuma 37,5 tonnellate di risorse pro capite – quasi cinque volte il livello che gli ecologi industriali considerano sostenibile – eppure il PHDI la premia. Se tutta l’umanità vivesse come un norvegese medio, avremmo comunque bisogno di più pianeti di riserva, perché ne esaurirebbe le risorse. Il modello nordico appare sostenibile solo perché la maggior parte del mondo non lo ha seguito.

Il cambio di prospettiva 

Hickel propone un cambio di prospettiva: fissare il valore massimo non sul peggior dato storico, ma sulle soglie ecologiche che la scienza considera compatibili con la stabilità del pianeta. Con questo metro, la classifica si ribalta. Non emergono più Norvegia o Svizzera, ma Costa Rica, Sri Lanka, Panama, Cuba, tutti Paesi che hanno raggiunto livelli dignitosi di sviluppo umano con consumi radicalmente più bassi, e soprattutto replicabili per tutti.
Il PHDI rappresenta un passo avanti per orientare le scelte economiche globali, ma il prossimo obiettivo, secondo quanto sostiene Hickel, è quello di misurare la sostenibilità in termini assoluti, e non più relativi. 

Davide De Gennaro

Davide De Gennaro

Laureato magistrale in Filosofia con esperienza editoriale come redattore e responsabile contenuti editoriali. Collaboro con varie testate online e con il WWF, curando articoli, format divulgativi e progettazione di contenuti. Mi occupo soprattutto di transizione energetica ed ecologica. Per passione, scrivo anche di musica.

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