Ormai è certo che la rivoluzione che è avvenuta non riguarda solo l’impatto sulle comunicazioni, l’evoluzione del linguaggio e l’impatto sulle relazioni.
È qualcosa di più, di più complesso, è il modo in cui la tecnologia sta trasformando la società nel suo profondo. Infatti, cosi come sostengono i sociologi Anthony Giddens e Philip W. Sutton “la tecnologia digitale sta trasformando il comportamento delle persone e impone nuove regole sociali”.
I social media hanno cambiato le nostre vite e anche la nostra idea di tempo e di spazio. Non c’è più tempo per guardarsi negli occhi, la connettività perenne prolunga il tempo lavorativo ben oltre i suoi limiti con il duplice risultato di produrre una ferializzazione indiscriminata anche del tempo festivo e una colonizzazione anche di quei non-tempi che si sottraevano all’agire. Si è sovvertito il rapporto tra dentro e fuori. La comunicazione mediata pare più facile, veloce, diretta e la relazione diventa sempre più spesso superficiale. La costruzione delle relazioni è stata sopraffatta dalla ricerca ossessiva di connessione e il risultato è un’estroflessione generalizzata di aspetti personali.
La realtà virtuale ha modificato il nostro stile di vita e abitare mondi virtuali ci induce ad essere sempre più soli. Il sociologo Bauman ha parlato molto spesso della società liquida e la tecnologia ha avuto un ruolo nel creare “liquidità”, generando la categoria delle persone “tecno liquide”. Tutti vivono realtà parallele e virtuali, sfruttando anche profili falsi sui social, e dipendono quotidianamente dagli strumenti tecnologici.
L’era dell’Homo Digitalis
Si va verso una sempre più spiccata mancanza di riconoscimento dell’altro, l’individuo si allontana dall’impegno e dal sacrificio. La contrapposizione tra impegno e disimpegno è sempre più forte.
L’Homo Digitalis mostra la nascita di una forma sociale che mette al centro l’isolamento, dove prevale la solitudine in una prospettiva di generale disgregazione del comune, del collettivo, e dove prevale l’ “io” piuttosto che il “noi” ed emerge un forte egoismo che non lascia spazio all’altro.
Oggi, si parla tantissimo dell’intelligenza artificiale o meglio questa è l’era dell’intelligenza artificiale acronimo “AI, Artificial Intelligence”, basti pensare ad “Alexa” l’assistente intelligente che, tramite Amazon Echo, consente all’utente di controllare con la voce una molteplicità di oggetti, servizi, contenuti e quant’altro.
Nuovi universi da scoprire
Ma non è l’unico nuovo universo da scoprire. Siamo entrati nell’era del Metaverso e alcuni scienziati della Future Interfaces Group della Carnegie Mellon University (Pennsylvania) ha apportato alcune modifiche ad un visore Quest per aumentare le percezioni tattili alla bocca. Una serie di trasduttori ultrasonici che danno energia acustica alla bocca per simulare le sensazioni orali quali per esempio il bacio.
Il portale Fanpage, in un articolo di Lorena Rao, descrive quello che hanno provato alcuni utenti che hanno preso parte all’esperimento e quanto è stato realistico immergersi in un mondo del tutto sconosciuto.
Ma non è tutto. Il giornalista Diego Barbera ha scritto un articolo pubblicato sul portale Wired.it che spiega come sarà possibile “toccare” gli oggetti nella realtà virtuale di Meta.
Il nome è Direct Touch ed è la l’ultima funzionalità sperimentale presentata da Meta per i suoi visori Quest. Lo scopo è quello di riuscire a ricreare quello che succede quando si opera su un dispaly touchscreen su smartphone o tablet, partendo dalla selezione di un’icona agli swipe per spostarsi all’interno della pagina. Le mani vengono tracciate grazie alle fotocamere collocate all’esterno dei visori.
Cercare di rendere tutto realistico nel Metaverso è una vera sfida. La riproduzione delle sensazioni tattili può avvenire utilizzando guanti adatti o feedback haptici dei controller, ma a mani libere diventa più complesso.
Allora, Direct Touch intende migliorare l’interazione con le interfacce virtuali come ad esempio i display.
Il braccio e la mano vengono generati in modo quasi concreto e sono presenti nel campo visivo, tentando di distruggere il limite tra virtuale e reale.
Funziona in questo modo: “Quando il dito si avvicina a un elemento, come un’icona all’interno di un elenco, questo si colora differentemente e viene pre-selezionato quando ci si sosta sopra, così da consentire il clic con il movimento del dito. Si può anche operare uno swipe verso alto o basso, ma anche giocare come negli esempi del pallone da basket da afferrare e lanciare col polpastrello”.
Diventa complessa la scrittura su tastiera virtuale e attualmente vengono suggeriti auto-completamenti delle parole che seguono la digitazione.
Tutto è ancora limitato alla fase di test e a quanto pare anche Apple sta cercando di capire se anche il suo nuovo visore sarà in grado di abbracciare sfide analoghe.
Siamo nell’era della complessità
Insomma, la crescente complessità della piattaformizzazione e la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, aprono a nuovi interrogativi e mostrano l’emergere di nuove criticità, laddove la capacità di mettere in atto strategie per sfruttare le tecnologie non coincide con il possesso degli strumenti di conoscenza necessari a governare processi così complessi ed è necessario essere educati ai cambiamenti in atto.
La tecnologia ci regala un mondo sempre più all’avanguardia e se gestita in modo corretto dà risultati grandiosi, ma bisogna stabilire qual è il confine che non deve essere superato e quali sono i pericoli che bisogna fronteggiare e tenere sotto controllo.
Speriamo che quanto scritto dal grande Albert Einstein possa avversarsi: “In caso di conflitto tra l’umanità e la tecnologia, vincerà l’umanità”.
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