Riprendersi internet. Intervista a Fabio “Kenobit” Bortolotti
Sempre più spesso abbiamo la testa pesante. Forse a fine giornata, di ritorno dal lavoro. Oppure appena svegli, prima ancora di alzarci dal letto. È una stanchezza difficile da descrivere, perché ha dei connotati tutti suoi: offuscamento dei pensieri, un generale calo del tono dell’umore, a volte uno stato di allerta ansiosa immotivato. Poi facciamo mente locale, come si fa quando si prova un malessere, e ci diciamo quello che già sappiamo – «non avrei dovuto prendere anche il dolce» mentre ci si blocca lo stomaco. Ci diciamo che appena rientrati a casa abbiamo passato un’ora a scrollare tre diversi social, e lo stesso abbiamo fatto appena aperti gli occhi al mattino cercando a tentoni il percorso fino al caffè.
Un’indagine del Human Clarity Institute pubblicata nel 2025 ha provato a misurare questo disagio. Il risultato è che il 70% dei partecipanti ha dichiarato che lunghi periodi di attività digitale li lasciano stanchi, svuotati, a corto di energie. Solo il 13% ha detto di concludere una sessione online con una sensazione di chiarezza o di riposo. I ricercatori parlano di una trasformazione della fatica umana: quella che un tempo nasceva dallo sforzo fisico o emotivo oggi emerge da una stimolazione continua e a bassa intensità che non trova mai riposo. Il corpo è fermo e la mente accelera. Abbiamo la testa pesante, ma continuiamo a consumare content.
Non si tratta solo di disciplina personale
La questione non è riducibile alla scarsa disciplina personale, che cerchiamo di allenare scaricando app che bloccano altre app nel tentativo di recuperare tempo e lucidità. Ha a che fare con la struttura stessa degli strumenti che usiamo. Le piattaforme digitali non sono ambienti neutri: incorporano scelte di design orientate a massimizzare il tempo che vi trascorriamo, perché da quello dipende il loro modello di business. I servizi sono spesso gratuiti, ma le persone – la loro attenzione e i loro dati – diventano la merce. Ogni interazione lascia una traccia che viene raccolta, elaborata e trasformata in informazioni utili agli inserzionisti. Questo meccanismo sintetizza la formula di quello che alcuni teorici chiamano capitalismo delle piattaforme: una parte del sistemo economico in cui la materia prima è il comportamento umano, e le piattaforme sono l’infrastruttura per estrarlo.
Questo vale ben oltre i social network. I motori di ricerca registrano le nostre intenzioni, le piattaforme di streaming apprendono le nostre abitudini, le app di mappe tracciano i nostri spostamenti, i marketplace analizzano i nostri acquisti. L’economia dell’attenzione non riguarda un angolo specifico di internet: riguarda il modo in cui funziona l’internet mainstream, cioè i servizi digitali a cui la maggioranza delle persone accede.
Eppure non è detto che debba funzionare così. L’architettura di internet a cui siamo ormai assuefatti è il risultato di scelte precise che si sarebbero potute fare diversamente e che si possono ancora rimettere in discussione. Esistono già oggi strumenti e piattaforme costruiti su modelli alternativi — social network decentralizzati, app di messaggistica con politiche stringenti sulla privacy, servizi cloud gestiti in modo cooperativo — che rispondono a logiche diverse da quella dell’estrazione di dati e attenzione. Queste soluzioni ben poco discusse e conosciute mostrano che un altro modo di abitare internet è già praticabile. Ne abbiamo parlato con Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, musicista e attivista, autore di Assalto alle piattaforme e Liberare il mio smartphone per liberare me stesso, libri in cui osserva internet cercando di capire come siamo arrivati fin qui, e immaginare come potremmo stare meglio.
Partiamo dall’inizio. Qual è stato il tuo percorso e come sei arrivato a scrivere questi libri?
Il mio percorso è un ottovolante matto. Ho iniziato scrivendo su riviste di videogiochi, più o meno tra il 2004 e il 2008. Era un mestiere bello, anche pagato il giusto. Poi è arrivato internet e in ogni rivista e giornale il mestiere si è svalutato irrimediabilmente. Così sono rimasto nel mondo dei videogiochi ma ho cambiato settore: ho iniziato a fare traduzioni. Se cerchi su MobyGames il mio nome, trovi un bel po’ di titoli in cui compaio nei crediti. Quando è arrivata l’intelligenza artificiale ho visto lo stesso fenomeno di svalutazione che avevo già visto con le riviste. L’IA poteva essere uno strumento nelle nostre mani — tradurre un po’ meno, produrre la stessa quantità, fare le cose meglio. Invece è stata usata per svalutare la nostra professionalità. Ho capito che nel giro di cinque anni le traduzioni sarebbero morte, e ho deciso di abbandonare la nave subito. Ho mollato i clienti uno per uno, gradualmente, per vedere se riuscivo a sopravvivere con l’attività artistica che avevo portato avanti in parallelo: suonare il Game Boy. Ci sono riuscito. Adesso mi guadagno da vivere solo come musicista.
Come funziona, concretamente, fare musica con un Game Boy?
Uso un software che gira direttamente sul Game Boy, si chiama LSDJ, Little Sound DJ. Compongo lì, e poi porto il Game Boy in giro e faccio concerti. Mi ha fatto girare il mondo, ho suonato in Russia, in Giappone, in Africa, in Sud America. Nel frattempo, con un amico, Andrea Babic, abbiamo anche un canale YouTube — Kenobisboch — in cui facciamo divulgazione sulla cultura del retrogaming.
Veniamo all’attività di divulgazione con i libri: leggendoli si nota subito che la voce è intima, personale. Parti sempre da te, dalle tue esperienze con le piattaforme. Sembra quasi un percorso di autocoscienza…
Questo è avvenuto in modo naturale. Da un lato sono temi che seguivo già dagli anni Novanta, grazie all’esperienza formativa dei centri sociali. Avevo sedici anni, suonavo in una band punk, e una sera ero andato al Leoncavallo perché c’era un incontro su Creative Commons e il copyleft. Quel seme mi è stato piantato in quell’epoca. Dall’altro lato è stata l’esperienza diretta da content creator a spingermi. Un’esperienza che, pur essendomi andata di lusso — sono uno dei pochi che ci ha cavato qualcosa — mi ha scottato. Mi ha scottato perché trasforma la tua passione in un lavoro, e a un certo punto, se fai un passo indietro e rifletti, diventa dolorosamente evidente. Ti chiedi: ma che cosa sto facendo? Ho sentito innanzitutto il tempo che mi è stato rubato lavorando su quelle piattaforme, ma soprattutto il peso delle implicazioni etiche: a che cosa sto contribuendo? Chi sto arricchendo?
Perché quindi hai scelto di mettere la tua esperienza personale dentro i libri, invece di scrivere un saggio più distaccato?
Per due motivi. Il primo è chiarire la natura dell’opera: non sono lì a giudicare nessuno, non sto dicendo che voi siete stupidi e io sono intelligente. Sto dicendo: guarda, io stesso ci sono cascato con tutti e due i piedi. Te lo racconto. Il secondo motivo è che troppo spesso, quando si parla di tecnologia e piattaforme, si omette completamente il lato umano, come se fosse irrilevante. Per me invece è la freccia più importante che abbiamo. Perché il dettaglio principale è che, cambiando il nostro rapporto con internet, si sta meglio. Certe cose mi fanno stare male, e fare le cose in modo diverso mi fa stare bene. Ancora prima delle questioni politiche o dell’azione collettiva, c’è questo: ho la testa pesante, oppure ho la testa leggera.
Molte battaglie hanno un problema di comunicazione: vengono vendute come rinunce. E il mondo è difficile, già la tua vita è difficile — se ti propongo una difficoltà in più, mi dirai sì, sarebbe bello, ma non ho tempo. Invece io voglio dire il contrario: non ti sto proponendo una difficoltà in più, ti sto proponendo una difficoltà in meno. Ti sto proponendo di alleggerire il peso. Mettere in gioco la mia esperienza personale mi ha permesso di fare una proposta che parte dal piacere e non dal sacrificio.

Nel tuo libro “Assalto alle piattaforme” c’è una prospettiva storica precisa: racconti cos’era internet alle origini e poi come è cambiato. Come lo riassumeresti?
Internet è arrivato come tecnologia rivoluzionaria nel vero senso della parola — capace di sovvertire lo status quo. L’internet degli albori, nel suo essere decentralizzato, plurale, accessibile a tutti, stava davvero cambiando le cose: ha cambiato la musica, l’informazione. Era una dimensione di grande sperimentazione sociale e collettiva, con tantissimi problemi, ma anche con caratteristiche utopiche reali. Io parlo spesso di “pratica dell’utopia”, prendendo in prestito il concetto da Temporary Autonomous Zone di Hakim Bay — non l’utopia come qualcosa di irraggiungibile oltre l’orizzonte, ma come un momento, anche circoscritto, in cui le cose funzionano già come vorremmo che funzionassero. Su internet c’erano molti spazi così. Poi hanno lasciato il posto a qualcosa che possiamo definire una distopia. È una parola verso cui sono critico perché la trovo abusata, ma che in questo caso è giustificata. L’economia delle piattaforme di oggi ci permette di scomodare quella parola. La narrativa distopica classica del Novecento era ottimista rispetto a questa.
Trovo interessante come definisci lo smartphone all’inizio del tuo libro incentrato su questo oggetto che è entrato nelle nostre vite: “il rettangolo che ho in tasca”. Sembra dargli un alone di mistero, una forma geometrica indefinita che non capiamo bene cosa possa o non possa fare.
Sono contento che ti piaccia, perché a me piace molto come espressione. È un gesto preciso, sì. Se ci soffermiamo su che cos’è davvero questo oggetto nero e lucido che a un certo punto ci siamo ritrovati tutti in tasca, capiamo che può essere molte cose diverse, a seconda di come decidiamo di relazionarci ad esso. I mezzi tecnici non sono mai neutri — portano con sé costrizioni, ma non determinano in modo assoluto gli usi che se ne fanno.
Perché hai sentito l’urgenza di scrivere prima il libro sullo smartphone, e poi Assalto alle piattaforme?
Perché il cellulare è la cosa che accomuna tutti. Non si scappa. Per me è stato urgente occuparmene, anche solo per me stesso. Mi faceva così male che ho sentito il bisogno di pormi quella domanda: ma davvero per avere accesso a questa tecnologia, che è utile e comoda, devo rinunciare a cose così importanti della mia vita? I discorsi di “Assalto alle piattaforme” sono più approfonditi e coinvolgono molte persone, ma il cellulare è un’esperienza universale. Da lì bisognava partire.
Cosa dovrebbe diventare, secondo te, questo oggetto?
Nel libro ho cercato di rispondere a una domanda che secondo me dovremmo farci tutti: che cosa voglio dallo smartphone? Io ho dato la mia risposta: non voglio che sia una fonte inesauribile di notifiche che mi vincola a una disponibilità costante. Non voglio che sia un luna park di app studiate per catturare il mio tempo e la mia attenzione. Voglio che mi dia accesso a determinati strumenti, ma voglio essere io ad utilizzarli, non loro che utilizzano me.
La mia risposta non deve essere la tua. L’idea del libro non era imporre una soluzione, ma dare gli strumenti affinché ognuno possa farsi quella domanda, rispondere e agire di conseguenza. L’importante è riprendere in mano il design degli strumenti che teniamo in tasca, non subirli passivamente. Perché il design non è un linguaggio neutrale: se lo usi passivamente, finisci per fare esattamente quello che il dispositivo vuole che tu faccia. Nel momento in cui riprendiamo in mano il design, possiamo fare in modo che il dispositivo non sia una cosa che ci usa, ma una cosa che usiamo noi.
Parliamo di alternative. Esistono moltissime applicazioni e servizi ma invece di farmi esempi ti chiederei quali sono secondo te i criteri per riconoscere servizi digitali etici? E perché secondo te se ne parla così poco?
Ti do prima due coordinate. Per me le alternative devono essere basate su software libero e decentralizzate. Se non sono basate sul software libero, verranno comprate e diventeranno for profit, e finiranno inevitabilmente per replicare i modelli di Instagram o Spotify. Attenzione però: non è la stessa cosa dire “open source”. Il software libero non può essere dirottato, posseduto o comprato dagli interessi privati. L’open source sì. OpenAI all’inizio millantava di essere open source, ma non lo è mai stato. E poi decentralizzazione: se una piattaforma non è decentralizzata, è impossibile da gestire dal basso. Se ha diecimila utenti, ce la facciamo. Se ne ha cinquanta milioni, mantenerla costa un milione di euro al mese e non possiamo più autofinanziarci.
Qual è la differenza col software proprietario?
Con proprietario intendiamo che il codice sorgente, ciò che determina il funzionamento del programma, è protetto da copyright e non può essere consultato, né tantomeno modificato. Quando usiamo un software proprietario accettiamo di sottostare a un rapporto di potere verticale, nel quale siamo utenti passivi che non hanno voce in capitolo su come vengono trattati. È una scatola nera della quale non possiamo conoscere il contenuto, o un’automobile con il cofano sigillato per impedirci di controllare cosa c’è nel motore. Per contestualizzare, Windows e MacOS sono proprietari, così come software di grande diffusione come Word, Photoshop e Premiere. Possiamo immaginare le piattaforme come computer tenuti sotto chiave sui quali girano software proprietari esclusivi, sviluppati dalle aziende che li controllano. La non trasparenza è al centro del business, perché permette di raccogliere i dati con più facilità e di mantenere segreto il funzionamento degli algoritmi che regolano la visibilità.

Nel tuo libro affronti anche le difficoltà concrete di uscire dal sistema delle piattaforme dominanti, dovute alla dipendenza sociale verso di esse. Parli, però, di un percorso graduale. Come si può attuare?
Penso sia importante mettere a fuoco che – a meno che tu non abbia una vita estremamente privilegiata nella quale puoi permetterti di non fare nient’altro per tre mesi – è impossibile cambiare tutto contemporaneamente. Liberarsi da tutte le catene digitali nell’arco di un pomeriggio non è realistico. E questo è importante dirlo perché i disfattisti pensano: se non posso fare tutto di colpo, allora tanto vale non fare niente. Invece no. Ognuno deve intraprendere il percorso sapendo che è lungo, che va fatto gradualmente.
A me piacerebbe moltissimo mollare del tutto Instagram. Ma in questo momento non posso. Ho motivi concreti per continuare a usarlo – certo, lo uso sempre di meno, l’ho confinato in spazi precisi e ho dato più spazio ad altre cose. Ma è una scelta che rimetto in discussione ogni giorno. È vero che mi serve per la divulgazione, ma è anche vero che anche la divulgazione, anche il portare avanti questi discorsi, diventa content che alimenta le stesse piattaforme. Questo è un paradosso enorme.
Quindi non dico “sono costretto a usarle” – nessuno in ultima analisi è costretto. Faccio una valutazione. Dal mio punto di vista, per quello che sto facendo, in questo momento ha senso continuare a usarle in maniera critica e senziente, al netto delle problematicità e dei paradossi. Ma è una domanda che dobbiamo porci quotidianamente. Perché se non te la poni ogni giorno, ti distrai, e diventi di nuovo un content creator e perdi la bussola.
Quando qualcuno mi dice: “Ah, ma parli male di Instagram però sei su Instagram”, io rispondo: sì, certo. Se vuoi, c’è un capitolo di un libro che ho scritto che parla esattamente di questo paradosso. Sono su Instagram al 20%. L’80% del mio tempo è sul Fediverso. Se vedi anche tu questo paradosso, non seguirmi su Instagram: vieni sul Fediverso.
Questa gradualità vale per tutti. Se hai un sacco di amici su Instagram e Facebook, passando di botto al Fediverso, te ne perdi qualcuno per strada. Se passi di botto da WhatsApp a Signal o a XMPP, perdi gente per strada. La gradualità della cosa è legata al fatto che questo non è soltanto un problema individuale: è un problema collettivo, un problema di azione collettiva.
Hai appena citato il Fediverso. Per chi non lo conoscesse, cos’è esattamente? E in che cosa si differenzia dai social network a cui siamo abituati?
Il Fediverso, che sta per “Federated Universe”, è un insieme di piattaforme decentralizzate e interoperabili. Funziona più o meno come la posta elettronica: puoi avere un account su un servizio, diciamo su Mastodon, e da lì seguire e interagire con persone che stanno su un servizio completamente diverso, magari su PeerTube o su Pixelfed. Non esiste un’azienda centrale che possiede tutto. Ogni server è gestito indipendentemente, spesso da volontari o da piccole associazioni, con regole e moderazioni proprie. È il contrario di Twitter o Instagram, dove se la piattaforma decide di chiuderti l’account o cambiare l’algoritmo, tu non puoi fare niente. Nel Fediverso, se non ti piace come viene gestito un server, te ne porti via i tuoi contatti e ti sposti altrove, perché i protocolli sono aperti. Non c’è un padrone, non c’è quell’unica pubblicità che ti segue, non c’è un algoritmo che decide cosa devi vedere per tenerti incollato allo schermo. La cosa fondamentale è che tutto è basato su software libero.
Nel tuo libro sullo smartphone descrivi il passaggio dal software proprietario al software libero come il passaggio da una persona che ti manipola e vuole trarre guadagno dal rapporto con te, alla relazione con un amico trasparente.
Sì, ed è per questo che sono contento di aver messo tutti i libri sotto copyleft. Stanno girando tanto, e questo mi rende felice.
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