Se i Social smettono di essere social
Dalla piazza digitale alla ricerca di relazioni autentiche
Per oltre quindici anni i social network sono stati raccontati come la nuova piazza del mondo: uno spazio aperto, accessibile, dove condividere pensieri, immagini e frammenti di vita quotidiana. In quella dimensione digitale si sono intrecciate amicizie, dibattiti, passioni comuni. Ma oggi qualcosa sembra cambiato. La sensazione diffusa è che quei luoghi, nati per mettere in connessione le persone, stiano progressivamente trasformandosi in altro: non più spazi di incontro, ma flussi continui di materiali digitali da guardare e consumare.
Non si tratta necessariamente di un crollo improvviso o della fine dei social network, ma piuttosto di una trasformazione lenta, quasi silenziosa, che riguarda il modo in cui li abitiamo e il significato che attribuiamo alla presenza online. Sempre più spesso, infatti, ciò che domina non è la conversazione tra utenti, bensì la logica dell’algoritmo: un meccanismo che seleziona, propone e amplifica video, immagini e post progettati per catturare l’attenzione.
In questo senso è particolarmente interessante l’articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire, scritto da Alessandro Saccomandi e intitolato “Se i social non sono più social”. Il pezzo propone una riflessione lucida su un cambiamento che molti percepiscono ma che raramente viene analizzato con chiarezza: la progressiva perdita di centralità delle interazioni all’interno delle piattaforme digitali.
Saccomandi parte da una memoria condivisa, quella dei primi anni dei social network, quando le piattaforme digitali apparivano più spontanee e imperfette. Scrive infatti che “non è facile provare nostalgia per i social network degli inizi. Già allora, in fondo, se ne intuiva il lato oscuro: il continuo bisogno di apparire, che spesso sfociava nell’esibizionismo, e quei giudizi netti, a volte superficiali, su qualunque argomento”. Eppure, nonostante questi limiti, in quella fase iniziale esisteva una dimensione più autentica: “dentro quella goffaggine, c’era qualcosa di autentico. C’eravamo noi: i nostri amici, le nostre fotografie sfuocate, i pensieri quotidiani, perfino le ingenuità. I social, nel bene e nel male, assomigliavano ancora a una piazza”.
Le piattaforme sono diventate distributori di contenuti?
È proprio questo aspetto comunitario che, secondo l’analisi proposta, sembra essersi progressivamente attenuata. Oggi piattaforme come Facebook, Instagram o TikTok continuano a definirsi “social”, ma nella pratica funzionano sempre più come grandi sistemi di distribuzione di contenuti online. Non sono più tanto luoghi di relazione quanto ambienti digitali di consumo.
Un dato citato nell’articolo rende bene l’idea della trasformazione in corso. In una decisione di un tribunale federale statunitense sul caso Meta si legge che “negli Stati Uniti, appena il 17% del tempo trascorso su Facebook e il 7% di quello su Instagram riguarda contenuti pubblicati dagli amici: tutto il resto è occupato da materiali suggeriti da algoritmi”.
È una percentuale che racconta molto più di quanto sembri: significa che la maggior parte di ciò che vediamo non nasce da rapporti diretti ma da un sistema automatico che seleziona video, immagini e post sulla base della probabilità di attirare la nostra attenzione.
Anche i numeri sembrano indicare una certa stanchezza. L’articolo cita il rapporto globale di DataReportal, secondo cui “il tempo medio trascorso ogni giorno sui social è sceso a 2 ore e 21 minuti, in calo rispetto agli anni precedenti”. Non si tratta di una fuga di massa, ma di un segnale che qualcosa sta cambiando nel rapporto tra gli utenti e queste piattaforme. In Italia, ad esempio, “tra l’inizio del 2024 e l’inizio del 2025, le identità social censite risultano diminuite di circa 600 mila unità”.
Nuove forme di relazione digitale
La chiave di lettura proposta non è però quella del declino definitivo. Piuttosto, suggerisce che gli individui stiano cercando nuove forme di relazione digitale.
Secondo Saccomandi, “forse il punto non è che le persone abbiano smesso di desiderare relazione. Al contrario: ne cercano una forma meno tossica”. Una parte del disagio nasce infatti dalla qualità dell’ambiente digitale: la sovrabbondanza di contenuti, il clima spesso aggressivo delle discussioni, la sensazione di trovarsi dentro un flusso continuo di provocazioni e immagini costruite per generare reazioni.
Questo fenomeno può essere interpretato come una fase di maturazione dell’ecosistema digitale. Ogni nuova tecnologia attraversa un periodo di entusiasmo iniziale, seguito da una fase di saturazione e infine da una riorganizzazione più equilibrata. I social network di massa hanno probabilmente raggiunto la fase in cui l’euforia si è attenuata e gli utenti iniziano a selezionare con maggiore attenzione gli ambienti in cui desiderano stare.
Non sorprende quindi che stiano emergendo ambienti digitali più piccoli e mirati. Saccomandi cita, ad esempio, gruppi chiusi, community su Discord o forum come Reddit. Questi contesti non hanno la dimensione gigantesca delle piattaforme globali, ma proprio per questo riescono spesso a conservare una maggiore qualità relazionale. Nell’articolo si ricorda che Reddit “ha dichiarato 121,4 milioni di utenti attivi giornalieri nel quarto trimestre del 2025”, segno che molte persone continuano a cercare comunità online, ma preferiscono spazi più riconoscibili e meno caotici.
Quel sano bisogno di relazione
In fondo, il punto centrale riguarda la reciprocità. Come sottolinea l’articolo citando il giornalista Andrea Daniele Signorelli, “un luogo digitale resta vivo solo finché custodisce un minimo di reciprocità”. Quando invece si trasforma in “un nastro infinito da consumare in attesa della metropolitana o mentre bolle l’acqua della pasta”, perde progressivamente il suo significato comunitario.
Questa osservazione apre però anche uno spiraglio di interpretazione positiva. Se gli utenti iniziano a cercare ambienti più rispettosi, più pacati e più veri, significa che il bisogno di relazione non è affatto scomparso. Al contrario, sta emergendo con maggiore consapevolezza.
Dal punto di vista sociale questo passaggio potrebbe rappresentare un’opportunità. Dopo anni in cui la quantità di contenuti ha dominato la scena digitale, potrebbe tornare centrale la qualità delle interazioni. Comunità più piccole ma più significative, conversazioni meno rumorose ma più profonde, rapporti digitali che non sostituiscono la vita reale ma la accompagnano.
In altre parole, il cambiamento in corso potrebbe essere letto non solo come un impoverimento dei social network tradizionali, ma anche come l’inizio di una nuova fase dell’esperienza digitale. Una fase in cui i cittadini digitali non sono più soltanto spettatori di un flusso algoritmico, ma tornano a cercare universi digitali dove riconoscersi e dialogare.
Forse, come suggerisce l’articolo di Avvenire, i social di massa non finiranno con un improvviso tonfo, ma con “una lenta perdita di significato”. Tuttavia proprio questa trasformazione può aprire la strada a forme più mature di presenza online. Perché la tecnologia cambia, le piattaforme si trasformano, ma il desiderio umano di relazione resta. E quando quel desiderio trova nuovi contesti di incontro, anche nel mondo digitale può tornare a nascere qualcosa che assomiglia davvero a una comunità.

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