Tra vuoti normativi e pregiudizi culturali, cresce la richiesta di ascolto e di centri realmente inclusivi. Il parere della presidente Fulvia Siano.
Nel dibattito pubblico italiano la violenza di genere è spesso raccontata in chiave binaria: donna vittima, uomo carnefice. È un approccio che ha ancora oggi solide ragioni: le donne continuano a subire forme strutturali di violenza e discriminazione, ma che finisce per lasciare zone d’ombra. In quelle zone, spiega la dottoressa Fulvia Siano, presidente e fondatrice dell’Associazione Perseo «si muovono uomini, ragazzi, anziani, persone LGBTQIA+ e disabili che vivono forme di abuso, ma non vengono riconosciuti come vittime. Abbiamo fondato l’Associazione nel 2018, insieme ad altre professioniste del settore legale. L’idea è nata dal nostro lavoro nei tribunali: ci siamo accorte che quando la vittima è un uomo, la fatica è tripla. Prima ancora di aiutarlo, devi convincere tutti che è davvero una vittima».
Il contesto della violenza sugli uomini
Secondo l’Analisi criminologica della violenza di genere diffusa dal Ministero dell’Interno, Servizio Analisi Criminale della Polizia di Stato (luglio 2024), tra il 2021 e il 2023 le vittime donne restano la stragrande maggioranza nei reati-spia (fino al 91% nelle violenze sessuali), ma gli uomini rappresentano comunque una minoranza non irrilevante, spesso ignorata.
«La legge è chiara: il codice rosso e il numero 1522 valgono per tutte le vittime, senza distinzione di genere. Ma nella realtà se sei un uomo, il codice rosso non parte, e il 1522 non ti risponde», osserva Siano. La presidente di Perseo parla di un vuoto di fatto e di diritto: «Per le donne esistono fondi pubblici, case rifugio, avvocati, psicologi. Tutto giustamente. Ma se sei un uomo maltrattato dalla moglie, un ragazzo abusato o un disabile vittima di chi dovrebbe prendersi cura di te, non esiste nulla. Nessuna struttura, nessuna rete di accoglienza».
Le storie
Il racconto di alcuni casi è crudo. Un ragazzo di vent’anni, vittima di violenza sessuale, è stato rimbalzato tra pronto soccorso, centri antiviolenza e consultori. «All’ospedale non hanno attivato il codice rosso. In un centro femminile gli hanno detto: “Non possiamo prenderti, accogliamo solo donne vittime di uomini”. È finito in psichiatria. Poi, tornato a casa, il suo aggressore l’ha buttato giù dal balcone», racconta Siano, con voce ferma ma incrinata dalla rabbia. Un altro caso riguarda un sessantacinquenne malmenato per anni dalla moglie: «Otto accessi in ospedale, traumi cranici, e mai un codice rosso. Quando la vittima è un uomo, la legge smette di essere uguale per tutti».
La mancanza di dati
In Italia non si fa ricerca, mancano anche i dati. «Le uniche indagini sulla violenza sugli uomini risalgono al 2001 e al 2012. L’Istat non ne ha mai condotta una. All’estero, in Inghilterra per esempio, il fenomeno è studiato e la violenza è trattata in modo paritario: da noi, non se ne può neppure parlare. Chi lo fa viene etichettato come revisionista o antifemminista. Io ho ricevuto minacce e perfino un esposto all’Ordine per istigazione alla violenza, solo perché ho detto che tutti dovrebbero avere le stesse tutele» dichiara Fulvia Siano.
Il rapporto del Ministero sottolinea che, sebbene la legge 53 del 2022 abbia introdotto nuove procedure per la raccolta di dati sulle relazioni autore-vittima, le banche dati delle forze di polizia inizieranno a fornire informazioni complete solo dal 2024. In altre parole, fino a oggi l’Italia non dispone di dati disaggregati sul genere delle vittime maschili di violenza domestica o relazionale. L’assenza di dati è un’assenza che pesa: senza numeri, non si riconosce il fenomeno e, senza riconoscimento, non si costruiscono politiche di tutela.
In ambito accademico, l’unico studio esistente resta quello del professor Fabio Macrì dell’Università di Siena, pubblicato nel 2012 sulla Rivista Italiana di Vittimologia, che stimava in cinque milioni gli uomini italiani che avevano subito almeno una forma di violenza fisica o psicologica nel corso della vita. Si tratta di un dato ampio e discutibile: lo stesso autore avvertiva che la definizione di “violenza” poteva includere episodi molto diversi tra loro, ma resta un segnale precoce della necessità di indagini più recenti e comparabili.
Le false accuse
Più controverso è il tema delle false accuse in sede di separazione. Un dossier depositato al Senato ha parlato di un’alta percentuale di denunce false: redatto da professioniste del settore giudiziario (sostitute procuratrici, avvocate e psicologhe forensi), il documento segnala che nelle separazioni conflittuali circa l’80% delle denunce per maltrattamenti o abusi risulterebbe infondato o strumentale. I dati sono difficili da verificare: una denuncia archiviata non è automaticamente falsa, e la letteratura scientifica internazionale stima una quota molto più bassa. È un tema che richiede prudenza e chiarezza metodologica.
A rendere il quadro ancora più teso è arrivata la notizia, lo scorso 26 ottobre, dell’espulsione del centro fiorentino Artemisia dalla rete D.i.Re, la principale organizzazione dei centri antiviolenza. Espulsione dovuta alla scelta di Artemisia di associare anche gli uomini. Una decisione che ha diviso il movimento: per alcune è stato un tradimento dell’identità dei centri antiviolenza, nati per garantire spazi solo femminili; per altre, invece, il segnale di un irrigidimento che rischia di contraddire la missione stessa di accoglienza e ascolto.
Qualunque interpretazione si scelga, la vicenda rivela un nervo scoperto: come conciliare la tutela delle donne, ancora prioritaria, con l’inclusione di altre vittime?
La fotografia di Perseo sulla violenza sugli uomini
In questo contesto, il report annuale 2023-2024 dell’associazione Perseo rappresenta una delle poche fonti indipendenti che documentano la violenza maschile subita in Italia. L’associazione ha raccolto oltre 400 segnalazioni in due anni, di cui la maggioranza da parte di uomini tra i 35 e i 60 anni, spesso padri separati, ma anche giovani vittime di manipolazione e violenza psicologica da parte della partner. Oltre il 70% dei casi riguarda maltrattamenti domestici e violenze psicologiche, mentre il 20% include episodi di aggressione fisica. Tra i casi presi in carico, circa il 30% coinvolge uomini che hanno denunciato difficoltà a ottenere protezione o ascolto dalle forze dell’ordine.
Il report rileva inoltre un aumento delle richieste di aiuto da parte di donne autrici di violenza, un fenomeno che in Italia non ha ancora un quadro normativo di riferimento, e una crescita significativa delle consulenze legali per casi di alienazione genitoriale.
A oggi, Perseo è una delle pochissime realtà italiane che offre supporto sia a uomini vittime di violenza sia a donne maltrattanti, con un’équipe multidisciplinare composta da psicologi, criminologi, sociologi e avvocati.
Tutto ciò delinea un panorama in cui la violenza non può più essere interpretata come un fenomeno unidirezionale, ma come un insieme complesso di relazioni, dinamiche di potere e fragilità emotive che possono coinvolgere chiunque, indipendentemente dal genere.
La violenza di genere come fenomeno complesso
Riconoscere che la violenza contro le donne è un fenomeno strutturale non significa negare l’esistenza di altre forme di violenza nelle relazioni affettive. Significa assumersi il rischio della complessità. La radice patriarcale della violenza maschile sulle donne è ampiamente documentata e rappresenta, in termini statistici e culturali, il cuore del problema: è il prodotto di un sistema di potere e disuguaglianza che attraversa la società e le istituzioni.
Tuttavia, questo dato non può e non deve impedire lo studio e la comprensione delle violenze che colpiscono anche altri soggetti vulnerabili: uomini, giovani maggiorenni ma non ancora in grado di vivere per conto proprio, persone omosessuali, trans o non binarie, soprattutto in ambito familiare e relazionale. Le dinamiche della violenza non si esauriscono nella dicotomia uomo carnefice-donna vittima. Possono manifestarsi in qualsiasi relazione intima, anche tra partner dello stesso sesso o in contesti in cui le vittime maschili faticano a essere credute e ad accedere a percorsi di tutela.
Una fotografia della società
Analizzare questi fenomeni non riduce la gravità della violenza contro le donne, ma la completa: consente di costruire una fotografia più realistica della società e di sviluppare strumenti di prevenzione e protezione davvero universali.
In questo senso, ampliare la ricerca e il dibattito pubblico sulla violenza relazionale significa promuovere una cultura dei diritti che non contrappone le vittime tra loro, ma le riconosce tutte, nella loro specificità. Solo una conoscenza basata su dati disaggregati e comparabili può rendere più efficace ogni politica di contrasto alla violenza di genere, in tutte le sue forme.
Perché questo accada, è fondamentale integrare l’educazione sessuale e affettiva nei programmi scolastici, fin dalle età più giovani. Parlare di consenso, rispetto, emozioni e confini relazionali non è un atto ideologico, ma uno strumento di prevenzione: aiuta ragazzi e ragazze a riconoscere comportamenti abusivi, a chiedere aiuto e a costruire legami basati sulla reciprocità. Affidare questo compito alle famiglie, soprattutto in contesti disfunzionali o violenti, è quasi impossibile: chi non ha ricevuto modelli sani difficilmente può trasmetterli. La scuola, invece, può essere il primo luogo neutro e competente in cui imparare che l’amore non giustifica il controllo, e che il rispetto dell’altro è la base di ogni relazione.

Vuoi leggere altri articoli di Mariangela Campo?
Mariangela è co-fondatrice del Constructive Network e ideatrice del progetto Giornalismo a Scuola. Per News48 racconta il mondo del gender gap, dei giovani e della scuola.
La risposta dell’Associazione Perseo: servizi e ascolto
L’Associazione Perseo è nata con lo scopo di costruire una struttura simile a quella dei centri antiviolenza femminili, ma con un’impostazione inclusiva. L’associazione opera con un’équipe multidisciplinare formata da psicologi, sociologi, criminologi e avvocati che offrono consulenze legali e supporto psicologico a tariffe calmierate.
Non potendo accedere ai fondi pubblici, Perseo sopravvive grazie a donazioni private e al sostegno di singoli cittadini, il che rende impossibile aprire case rifugio ma consente comunque di seguire decine di persone ogni anno. Accanto all’ascolto e alla presa in carico, l’associazione lavora anche sulla prevenzione, con progetti di formazione rivolti agli operatori e sportelli dedicati ai giovani.
Una parte importante dell’attività riguarda inoltre i percorsi riabilitativi per autori di violenza, inclusi i casi di donne maltrattanti, oggi esclusi dai programmi istituzionali.
«Siamo iscritti al Registro del Terzo Settore e abbiamo un’équipe multidisciplinare: psicologi, criminologi, avvocati. Ma lavoriamo a tariffe calmierate, senza un euro di fondi pubblici. Non possiamo partecipare ai bandi pubblici, perché sono riservati ai centri per donne vittime di uomini. Per questo non abbiamo case rifugio: mantenere una struttura del genere costa milioni. Ci finanziano solo donatori privati: a volte, una singola persona che decide di aiutare un caso concreto», chiarisce Siano.
Evidenze e casi concreti
Le storie seguite da Perseo dimostrano l’impatto del lavoro, pur tra mille difficoltà. Una delle più significative, raccontata dalla presidente Siano, è quella di un militare accusato ingiustamente di maltrattamenti durante una separazione. Per anni è rimasto lontano dai figli, con un codice rosso aperto a suo carico. Dopo un lungo percorso psicologico e legale, è emersa la verità: era la madre a maltrattare i bambini. La donna è stata condannata e i figli sono tornati dal padre, ma ci sono voluti cinque anni di battaglie legali, con costi altissimi sul piano emotivo ed economico. Secondo Siano, questo è solo uno dei tanti esempi di come la narrazione dominante, donna-vittima, uomo-carnefice, rischi di oscurare situazioni complesse, lasciando senza tutele chi ne avrebbe bisogno. Infatti, osserva: «Una vittima deve elaborare ciò che ha vissuto, non trasformare la propria rabbia in vendetta. Il vero lavoro è non ripetere su altri quello che si è subìto. Tutti possiamo avere avuto disgrazie, ma ognuno ha il potenziale per venirne fuori e trasformare la sofferenza in forza. Bisogna solo essere aiutati a farlo».
Limiti e resistenze culturali
Il percorso di Perseo è ostacolato da barriere profonde. Senza riconoscimento istituzionale, l’associazione non può partecipare a bandi pubblici e non ha accesso a fondi strutturali. La resistenza culturale è altrettanto forte: parlare di violenza sugli uomini viene percepito da alcuni come un tentativo di sminuire la violenza sulle donne. Nonostante le difficoltà, Perseo guarda avanti. L’associazione collabora con alcuni centri antiviolenza femminili “virtuosi”, che riconoscono la necessità di proteggere tutte le vittime.
L’obiettivo è superare le etichette e costruire centri antiviolenza universali, capaci di accogliere uomini, donne, persone trans e omosessuali, anziani, disabili e minori senza discriminazioni.
I prossimi passi riguardano l’apertura di nuovi sportelli sul territorio nazionale e la formazione di operatori e operatrici capaci di andare oltre i pregiudizi. Per Siano, il messaggio più importante è che la violenza non deve mai giustificare altra violenza. Le vittime devono essere aiutate a elaborare la propria sofferenza, per trasformarla in cambiamento costruttivo e non in rabbia distruttiva. Riconoscere che le forme di violenza sono diverse e richiedono risposte differenziate, senza che una categoria di vittime debba esistere a spese dell’altra. Servono dati disaggregati, servizi accessibili a tutti e un dibattito che non opponga, ma integri.
L’esperienza di Perseo mostra che il riconoscimento di tutte le vittime è una sfida culturale e istituzionale urgente. Per questo, conclude Siano, «vorrei un giorno che non si parlasse più di centri antiviolenza femminili o maschili, ma semplicemente di centri antiviolenza».
Come leggere i dati
- I numeri citati nel dibattito pubblico provengono da fonti diverse e non sempre comparabili. Le Analisi criminologiche del Ministero dell’Interno si basano su denunce registrate, non su stime di popolazione.
- Le indagini campionarie (come quella condotta da Fabio Macrì nel 2012) misurano invece la prevalenza nella vita e possono includere comportamenti non penalmente rilevanti.
- I report delle associazioni, come quello di Perseo, raccolgono segnalazioni volontarie, non verifiche giudiziarie.
- Infine, il dossier parlamentare sulle “false accuse” non è uno studio scientifico ma un documento politico privo di campionamento rappresentativo.
Leggere correttamente le fonti è essenziale per evitare generalizzazioni e per costruire politiche realmente eque.
Info: Associazione Perseo
- Prima che la violenza accada: la storia di come possiamo cambiare - Novembre 25, 2025
- La primavera delle piazze: la generazione Z trasforma il dissenso in azione - Novembre 24, 2025
- Generazione Z in prima linea: la spinta che rimette in moto il futuro - Novembre 24, 2025

