Occupazione femminile: nuove politiche per superare il gender gap
A Lecce un confronto sul futuro della parità di genere nel lavoro alla luce dei nuovi dati Istat e di quelli di una Relazione al Parlamento. Discusse misure correttive come le certificazioni di parità e strumenti di supporto a contrasto delle situazioni di violenza, anche economica.
L’occupazione femminile cresce, ma il divario di genere continua a rappresentare una delle principali fragilità del mercato del lavoro italiano. È questo il quadro emerso a Lecce il 19 dicembre 2025, in occasione dell’evento “Lavoro femminile come motore di crescita”, tappa del ciclo di seminari “Italia in chiave di genere”, promosso dalla Consigliera di Parità Nazionale. L’incontro ha messo a confronto istituzioni, imprese e esperti sui dati più recenti e sugli strumenti normativi disponibili per ridurre le disuguaglianze.
L’occupazione è in aumento, ma il divario è strutturale
I dati presentati a Lecce, diffusi da ISTAT il 30 ottobre 2025, confermano un andamento positivo: nel solo mese di settembre l’occupazione è cresciuta dello 0,3% rispetto ad agosto, pari a 75 mila unità, portando il numero complessivo degli occupati a 24 milioni e 208 mila persone. L’aumento ha interessato in particolare le donne, i lavoratori dipendenti e autonomi e le fasce d’età più giovani e quelle mature.
Accanto a questo segnale incoraggiante, resta però una frattura. Se il tasso di occupazione complessivo tra i 15 e i 64 anni è salito al 62,7%, il confronto di genere evidenzia uno scarto ancora netto: il tasso maschile si attesta al 71,2%, quello femminile al 54,2%. Diciassette punti percentuali che delineano un divario strutturale, confermato anche dalla Relazione al Parlamento redatta dalle Consigliere Nazionali di Parità e discussa nell’evento. La Relazione segnala il superamento della soglia del 50% per l’occupazione femminile già nel 2023, ma richiama l’attenzione sulla qualità del lavoro e sulle persistenti disuguaglianze.
Segregazione professionale, gap retributivo e difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro restano questioni aperte. In risposta a questi fenomeni si collocano gli strumenti giuridici e di policy discussi nel ciclo di seminari: leve pensate per intervenire sull’organizzazione del lavoro e sulle opportunità di carriera. Tra queste, la certificazione di parità di genere rappresenta uno degli strumenti più definiti oggi disponibili.
La certificazione di parità di genere nelle aziende
Introdotta con la legge n. 162 del 2021 e inserita tra gli investimenti del PNRR, la certificazione di parità di genere nasce con l’obiettivo di accompagnare le imprese nell’adozione di politiche capaci di ridurre i divari di genere lungo tutto il percorso professionale. Il sistema si basa su indicatori di performance definiti dalla prassi UNI/PdR 125:2022, che misurano sei ambiti chiave: cultura e strategia aziendale, governance, processi di gestione delle risorse umane, opportunità di crescita e inclusione, equità retributiva, tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro.
La certificazione è volontaria, ha durata triennale ed è accompagnata da un monitoraggio annuale che coinvolge anche le consigliere di parità territoriali. Per incentivarne la diffusione, sono previsti meccanismi di premialità: esoneri contributivi fino all’1% (con un tetto massimo di 50.000 euro annui per azienda), punteggi aggiuntivi nell’accesso a fondi pubblici e vantaggi nelle gare d’appalto.
I numeri descritti nella Relazione mostrano una crescita molto rapida: a giugno 2025 le organizzazioni certificate sono 8.798, ben oltre i target PNRR fissati per il 2026. La distribuzione territoriale evidenzia una diffusione nazionale, con il 43% delle aziende certificate al Nord, il 31% al Sud e il 26% al Centro. Inizialmente adottata soprattutto dalle grandi imprese, la certificazione sta progressivamente coinvolgendo anche le piccole e medie aziende grazie a contributi e servizi di accompagnamento. All’evento di Lecce, infatti, si nota la presenza di 113 aziende già certificate: un dato che segnala come il tessuto produttivo locale stia iniziando a tradurre la parità in pratiche organizzative misurabili.
Autonomia economica e riduzione della violenza di genere
Il lavoro femminile non incide solo sugli indicatori economici, ma ha un ruolo decisivo anche sul piano sociale. La Relazione al Parlamento dedica ampio spazio al legame tra autonomia economica e capacità di uscita dai circuiti di violenza, con particolare riferimento alla cosiddetta violenza economica. Si tratta di una forma di abuso in cui il controllo delle risorse finanziarie – reddito, accesso al denaro, possibilità di lavorare – diventa uno strumento di potere e di dipendenza. Negli ultimi anni, anche sul piano giuridico, questa dimensione è stata riconosciuta con maggiore chiarezza, fino a rientrare in alcuni casi nel perimetro dei maltrattamenti in famiglia.
Per contrastare questa vulnerabilità, il sistema italiano ha affiancato alle misure penali una serie di strumenti economici orientati alla protezione e all’emancipazione delle vittime. Tra questi, il congedo per le donne vittime di violenza consente un periodo di astensione dal lavoro indennizzato al 100%, fino a tre mesi, per chi è inserita in un percorso di protezione. Una misura che mira a garantire tempo e sicurezza in una fase delicata.
Un ruolo centrale è svolto dal Reddito di Libertà, contributo economico destinato alle donne vittime di violenza in condizione di povertà seguite dai centri antiviolenza e dai servizi sociali. Il sostegno, pari fino a 500 euro mensili per un massimo di dodici mesi, è pensato per favorire l’autonomia abitativa e personale e sostenere il percorso dei figli. Nel periodo 2021-2024 sono pervenute oltre 7.000 domande, con più di 3.500 richieste accolte e liquidate grazie a risorse statali e regionali. La legge di bilancio per il 2024 ha reso la misura strutturale, incrementando di molto i finanziamenti.
Il confronto con i dati dei centri antiviolenza, tuttavia, restituisce la dimensione del bisogno ancora impellente: nel solo 2023 oltre 31.500 donne hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza. E quindi ancora complesso trasformare il sostegno potenziale in accesso effettivo. Anche gli incentivi per le imprese che assumono donne vittime di violenza – esoneri contributivi totali introdotti per il triennio 2024-2026 – mostrano una diffusione limitata, con un numero di richieste accolte ancora contenuto. Dati che indicano la necessità di rafforzare informazione, accompagnamento e reti territoriali.
Prospettive di miglioramento
Il quadro che emerge dalle ricerche discusse negli incontri “Italia in chiave di genere” da un lato registra progressi, dall’altro mostra la strada ancora da fare. Il 2026, con il recepimento delle direttive europee sulla trasparenza retributiva e sul rafforzamento degli organismi di parità, viene indicato come un passaggio cruciale. L’obiettivo non è solo che le donne abbiano accesso al lavoro, ma che tramite il lavoro trovino emancipazione: costruire condizioni di lavoro che producano autonomia, sicurezza e possibilità di scelta.
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