Oltre la paura. Immigrazione, società e narrazione pubblica
È necessario – e possibile – immaginare una società in cui la solidarietà non sia vista come debolezza ma come forza, in cui l’incontro con l’altro non sia vissuto come minaccia ma come opportunità
In un’epoca segnata da incertezze economiche, trasformazioni sociali profonde e crisi di rappresentanza politica, il tema dell’immigrazione continua a rappresentare un campo di scontro simbolico e politico in cui si proiettano ansie collettive, fragilità individuali e processi comunicativi fortemente influenzati dalla velocità dei media digitali. L’immagine del migrante, troppo spesso ridotta a stereotipo o usata come capro espiatorio, diventa lo specchio su cui si riflettono le inquietudini della società contemporanea.
Davvero interessante l’articolo di Enzo Risso pubblicato su Il Domani, basato su un’indagine condotta da Ipsos in 31 Paesi del mondo tra il 21 febbraio e il 7 marzo 2025. Il sondaggio, condotto su un campione di 23.228 adulti, mostra come il tema dell’immigrazione continui a rappresentare uno snodo centrale nelle coscienze collettive, ma lo fa in forme e toni che svelano molto di più: parlano delle nostre tensioni, del disagio del nostro tessuto sociale, della perdita di ancoraggi identitari.
Un’interpretazione più profonda di questi dati impone un’analisi che tenga conto della fragilità sociale in cui gli individui sono immersi, conseguenza della difficoltà delle organizzazioni collettive – dai movimenti sociali ai partiti – che ha reso gli individui sempre più soli, disorientati, chiusi nel proprio “io” come esperienza primaria e spesso isolata.
In questo contesto, come racconta Risso, «lo stop all’immigrazione è un’opzione politica auspicata dal 40 per cento degli italiani, ma il dato è in decrescita rispetto al 2016, quando era ben sei punti percentuali in più». Un rallentamento, quello italiano, che si affianca a quello francese e statunitense, mentre altrove l’avversione all’immigrazione è in crescita: «Svezia (+18%), Polonia (+18%), Germania (+9%), Belgio (+9%)». Senza dubbio, «il paese dell’unione europea in cui è più alta la richiesta di blocco resta l’Ungheria (50%)”, mentre “la Spagna è la realtà in cui la percentuale è più bassa (34%, ma in crescita di 6 punti rispetto al 2016)».
Migrazioni e migranti: un argomento di attualità
Ma perché queste pulsioni anti-immigrati aumentano? La risposta non può essere ricercata esclusivamente nei numeri o nei flussi migratori. La costruzione del discorso pubblico intorno alla migrazione avviene oggi in un ecosistema comunicativo trasformato dalla crisi dei media tradizionali e dalla prevalenza della comunicazione istantanea e polarizzante sui social network.

Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp, sono i nuovi luoghi di narrazione della realtà – o di quella che si ritiene tale. Lì si rafforzano frame basati sui sospetti, sulla minaccia, sull’insicurezza. Ed è il frame della paura ad aver trovato nella migrazione il suo principale catalizzatore.
«Un altro pilastro delle dinamiche di avversione all’immigrazione, – scrive Risso – è la richiesta di privilegiare per i posti di lavoro i nativi del proprio paese» È una richiesta trasversale: «Ungheria (81%, +10%), Polonia (67%, +7%), Svizzera (59%), Belgio (56%, +8%), Francia (51%, +3%).» Anche in Italia, il dato è significativo: “47% dell’opinione pubblica si schiera su posizioni nativiste, anche se in calo di 7 punti rispetto al 2021».
Tutto questo si innesta in una dimensione in cui la rappresentazione della realtà migratoria è spesso alterata dal sistema della manipolazione mediatica. La costruzione dell’opinione pubblica si fonda oggi su una comunicazione che alimenta la crossmedialità – quella moltiplicazione e diffusione simultanea dei contenuti su diversi media – generando polarizzazioni estreme.
Come hanno scritto i sociologi Cepernich e Novelli (2018), l’emotività domina la comunicazione politica, specie quella connessa all’antipolitica. La migrazione è divenuta la “perfetta tempesta” comunicativa per alimentare una paura diffusa: «accusare i migranti di sottrarre posti di lavoro ai nativi locali è una narrazione forte in Ungheria (51%) e Polonia (45%, entrambi in crescita di 16 punti), seguiti dal Belgio (42%, +11)”. L’Italia si attesta su un “34%, in calo di tre punti rispetto al 2021”, segno che una parte dell’opinione pubblica ha iniziato a maturare una maggiore consapevolezza. Inoltre, c’è stato un “simile calo anche negli Usa (33%, con un meno 4) e in Francia (25%, con un meno 4)».

Il dato italiano e statunitense in calo, la crescente attenzione a una narrazione meno sensazionalistica da parte di alcuni media indipendenti, la maturazione di una parte dell’opinione pubblica suggeriscono che le apprensioni possono essere decostruite.
La conoscenza, l’informazione accurata e l’educazione civica possono contrastare le preoccupazioni e i timori. La società liquida e frammentata, fatta di individui isolati, può ritrovare forme di coesione attraverso nuove pratiche di comunità, anche digitali, che si oppongano alla retorica dell’invasione e del nemico.
La sfida è dunque culturale, politica, sociale. È l’impegno di riformare un’opinione pubblica capace di discernere tra verità e menzogna, tra dati e propaganda. È necessario – e possibile – immaginare una società in cui la solidarietà non sia vista come debolezza ma come forza, in cui l’incontro con l’altro non sia vissuto come minaccia ma come opportunità.
L’atteggiamento degli individui, così fragile nella contemporaneità, può essere rafforzato da nuove forme di appartenenza, da una politica che torni a parlare al “noi” anziché alimentare il culto del “loro”.
In conclusione, l’articolo di Enzo Risso ci offre non solo una panoramica statistica di grande interesse, ma anche un riflesso fedele delle contraddizioni del nostro tempo. Se “l’industria della paura” ha saputo sfruttare la crisi della politica, dei media, delle relazioni sociali, allora il compito di ricostruzione spetta a chi crede ancora nella possibilità di una cittadinanza attiva, consapevole, inclusiva. La migrazione non è un’emergenza ma una realtà strutturale, che chiede di essere compresa, governata e descritta con competenza, empatia e precisione.
Ricordiamoci che la società evoluta è quella in cui le differenze non dividono, ma dialogano e si riconoscono come risorse. Sta a noi decidere quale strada seguire: quella dell’odio e della chiusura, o quella dell’apertura e dell’amore.
Se vogliamo davvero cambiare il mondo e costruire un domani più giusto, dobbiamo scegliere con coraggio i valori dell’altruismo, del rispetto e della solidarietà. Solo così potremo scrivere insieme una storia nuova, capace di accogliere tutti gli uomini.
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