La verità sognata
Il cinema ha trasformato alcuni modi di dire in formule universali.
Sputa il rospo è una tra le più evocative e anche delle più trasversali.
L’abbiamo sentita pronunciare dai buoni: i poliziotti durante un interrogatorio.
E anche dai cattivi, tra di loro, durante una resa dei conti.
Nel nostro linguaggio comune è più probabile che si dica: dimmi la verità.
Che solitamente suona più come una supplica e non un ordine perentorio e minaccioso.
Tranne quando me lo diceva mia madre con uno zoccolo in mano.
L’espressione nasce nel medioevo, quando i rospi, già poco amati, venivano associati anche alla stregoneria e per questo guardati con diffidenza e timore.
È curioso scoprire che molte espressioni associate a Hollywood abbiano radici molto più antiche.
Il rospo, ingombrante e sinistro, sta lì. Non lo puoi ignorare.
È qualcosa che appesantisce il cuore e, prima o poi, deve essere sputato.
Il rospo, però, lo si può pure ingoiare.
Anche in questo caso si fa riferimento alla sua natura poco attraente.
Si dice che questa immagine nasca dal fatto che le serpi, pur golose di rospi, fatichino, e non poco, a digerirli.
Quindi, il boccone amaro si sputa o si manda giù.
È qualcosa di ingombrante. Di fastidioso.
O lo digerisci, o lo vomiti.
Come la verità.
E noi?
Quando ci siamo scoperti con un groppo in gola, l’abbiamo urlato o soffocato?
Potrebbe essere un affare da Antieroi.
Sto camminando. In realtà barcollo.
È buio. Sono come ubriaco, ma non ho bevuto.
Avanzo tastando le pareti e sulla mia destra indovino una porta.
Ne cerco la maniglia, eccola.
La apro e una luce soffusa mi avvolge. È invitante. Entro.
La stanza spoglia non è grande, ma stranamente accogliente.
Ci sono solo due poltrone imbottite appoggiate alla parete di fronte a me.
Sono poste ai lati di un altro piccolo ingresso.
Una porta socchiusa dalla quale, indistinte, sento giungere delle voci.
Senza alcuna preoccupazione, mi avvicino e mi accosto allo stipite.
Non so perché, ma mi fermo.
Ho perso la mia spavalderia e mi appiattisco sulla parete.
Sento l’insano desiderio di origliare. Di spiare.
All’interno ci sono due persone che si muovono adagio, come se non volessero fare rumore.
Si parlano guardandosi negli occhi, come se desiderassero profondamente essere compresi.
Hanno età diverse e sono anche vestiti in modo differente.
Ognuno segue una moda tutta sua, come se fossero di epoche lontane tra loro.
Dalla feritoia della porta adesso li vedo distintamente.
Si sono fermati al centro della stanza.
In un italiano preciso, ma parlato molto lentamente, stanno disquisendo di un tema molto spinoso.
Non comprendo subito, ma poi una frase mi arriva chiara:
“Non ce la facevo più e così ho deciso di sputare il rospo”.
L’ha pronunciata una donna minuta. Ha i capelli rasati e occhi grandi grigio verdi. Forse.
Sembra la protagonista di V per Vendetta.
Ha un viso delicato che quando ride si illumina, ma se si fa seria emana una grinta quasi feroce.
Ha un paio di jeans slavati e sopra ha una maglia beige lunga fino a metà coscia.
È scalza.
Sta parlando con un uomo vecchissimo vestito con un mantello di broccato antico.
Ha una barba bianca e lunga che si mischia con i capelli dello stesso colore, creando un’unica massa candida.
Lui la guarda con una comprensione autentica e una dolcezza infinita.
Con uno sguardo buono, la invita a descrivere meglio la situazione.
La giovane fa riferimento a come si è sentita al Madison Square Garden, durante il concerto dedicato a Bob Dylan.
Ecco chi è, penso. Non è Natalie Portman.
È Sinead O’Connor, la cantante. Quella di Nothing Compares…
Me lo ricordo quell’evento, era il 1992.
Una compagine di artisti di livello internazionale si sussegue sul palco per festeggiare i trent’anni di carriera del Menestrello di Duluth.
Ognuno canta una canzone di Dylan. Un tributo alla sua arte.
A lei toccherà intonare I believe in you.
Sta arrivando il suo turno. È tesa, dice.
Non solo per l’esibizione, ma perché teme la reazione del pubblico.
Che di fatto non si fa attendere.
La fischiano da subito senza farla iniziare.
Come se la volessero sbranare.
“Perché?” chiede il vecchio.
Lei, lo guarda senza timore reverenziale e sibila:
“Perché pochi giorni prima, in un famoso talk show televisivo, avevo denunciato gli abusi sui minori da parte di alcuni esponenti della chiesa cattolica.”
“Ah” fa lui ”E come è andato a finire il concerto?”
“Mi sono messa con le mani dietro la schiena, come se fossi pronta a farmi aggredire dai ventimila spettatori.
Ho abbassato la testa, mi guardavo le punte dei piedi, ma non mi sentivo vinta.
I musicisti hanno tentato un paio di volte di attaccare con il pezzo, nella speranza di fare tacere quell’odio gratuito. Li ho fermati.”
Il vecchio acuisce lo sguardo.
Io, nel frattempo, senza accorgermene ho aperto la porta e sono fermo sulla soglia, attratto come polvere di metallo da una calamita. Ipnotizzato.
Sinead continua:
“Ho alzato la testa e a cappella ho intonato, forse meglio dire urlato, War una canzone di Bob Marley nata dall’ispirazione di un discorso fatto all’ONU nel 1963 dall’allora imperatore Etiope, Haile Selassie. Una inno alla guerra contro i soprusi”.
Si ferma, prende fiato, si scuote e le scappa un sorriso quasi astuto, sicuramente soddisfatto: “ho cambiato le parole inserendo dei riferimenti clericali al posto di quelli politici”.
Al vecchio vien da ridere, ma subito dopo le sue sopracciglia cispose si aggrottano.
Lei se ne accorge e cerca di stemperare.
“È stata dura, ma come ti ho detto non potevo tacere e poi è successo tanto tempo fa.
E comunque, pur avendo rischiato la mia intera carriera con quell’atto, gli eventi degli anni successivi hanno svelato che le mie esternazioni, purtroppo, non erano fantasie, ma la cruda verità. L’ho detta troppo in anticipo. Non erano pronti”.
Al vecchio scappa un sospiro e subito dopo inizia a parlare.
Il tono è stanco, ma perentorio:
“Già, lo so bene come ti sei sentita. Ho vissuto anch’io qualcosa di simile, ma non mi va di parlarne. È una storia antica di pianeti e tribunali.”
Lei lo guarda compiaciuta e gli sussurra complice: “lo so bene Galileo”
Io, nel frattempo, sono paralizzato e sto perdendo la mascella.
Galileo Galilei e la sua abiura.
Stavo ancora asciugandomi le lacrime per la storia dello scricciolo davanti alle iene, che scopro di essere al cospetto di uno dei più grandi geni della storia.
Ma certo, penso emozionato.
Ci credo che la capisce la storia di Sinead.
Chi se non lui può comprendere il peso del coraggio di una verità scomoda.
Incomprensibile per chiunque. Eppure non taciuta.
Certo nel caso di Galileo rimangiata, in parte.
Ma con quel “eppur si muove”, mai davvero domata.
Che fatica facciamo a sputarlo quel rospo.
Mentre lo penso, mi accorgo di averlo detto ad alta voce.
I due si girano e mi vedono. Io non so più che dire.
Se prima pensavo di essere colto da paralisi adesso ho la certezza di avere guardato negli occhi la Medusa.
Mi sorridono, anche se in realtà i loro sguardi si dirigono dietro di me.
Nello stesso momento in cui cerco di scuotermi, sento una mano sulla spalla e una voce dal tipico accento siciliano: “Scusa, posso passare?”
Miracolosamente mi riattivo e mi scosto di lato.
Masticando un grazie appena accennato, mi passa accanto un giovane uomo scarmigliato che sembra intento a contare.
Proprio così, conta.
Infatti, mentre raggiunge gli altri che lo stanno già salutando con un sorriso aperto sul volto, conclude il conteggio dei suoi passi: “…novantasette, novantotto, novantanove e cento”.
“Peppino” urlano all’unisono Galileo e Sinead e i tre si abbracciano stretti.
Impastato, sussurro io ormai schiavo dell’onirica visione.
Peppino Impastato.
Ma come è possibile, continuo a ripetermi.
Ma il pensiero svanisce e non lo ritrovo più, come nebbia spazzata dal vento.
Mi faccio coraggio e mi avvicino.
Loro, ormai sciolti dall’abbraccio, mi accolgono allargandosi un poco.
Sono di fronte a Sinead O’Connor e ai miei lati ci sono i due uomini.
Fatico a sostenere lo sguardo della cantautrice irlandese.
Mi sorridono tutti, come se sapessero chi sono.
In me vive la stessa sensazione. Mi faccio coraggio e chiedo la prima cosa che potrebbe placare la mia vorace curiosità:
“Lo rifareste?”
Galileo e Sinead, in forma di tacita delega, volgono all’unisono uno sguardo rispettoso verso Peppino.
Colui che dei tre ha pagato il prezzo più alto.
Lui non risponde. Mi trafigge con i suoi occhi neri e mestamente accenna un sì con il capo.
C’è sofferenza in quel gesto. Anch’io gli restituisco uno sguardo profondo e un poco indagatore. Non mi fermo e continuo, rivolto solo a lui:
“Perché?”
Lui, come se conoscesse in anticipo i miei dubbi, mi risponde solerte:
“Perché con Radio Aut, con quello che dicevo, con il bisogno urgente di urlare la verità sono certo di aver contribuito a intaccare un sistema incrostato di omertà. Nonostante fossi morto, o forse proprio per quello, sono stato il più votato alle elezioni che si tennero pochi giorni dopo il mio attentato. Un successo postumo”. Sorride amaro.
Mi ritrovo assorto a chiedermi se quando qualcuno dice la verità, scomoda o anticipata che sia, lo fa per se o per gli altri.
La dice, o la grida, per amor di scienza, di coscienza o per una sua incessante urgenza interiore?
Da dove arriva quella cosa che sentiamo salire dalle budella e fa un percorso contromano fino a piantarsi nella gola.
Lì dove ne avvertiamo tutta la sua amara pesantezza.
Lì dove dobbiamo decidere che farne di quel rospo.
Mentre rincorro risposte che ancora oggi non possiedo, entro in una sorta di trance.
Mi riporta in me una lieve pressione alla mano destra.
Abbasso gli occhi e incrocio quelli azzurri di una bimba bionda.
Mi sta dicendo qualcosa che non capisco.
Sono ancora sottosopra per le precedenti riflessioni.
Adesso comprendo il suo lento italiano un po’ stentato.
“Signore, mi scusi, ma non può stare qui.”
Mi riprendo definitivamente e intorno a me non ci sono più degli adulti, ma solo un gruppo di bimbi che in silenzio disegnano sulle pareti.
D’istinto rispondo alla piccola: “Ma dove sono i grandi che erano qui con me?”
Lei non mi risponde ed inizia a tirarmi verso la porta da cui sono entrato.
La seguo.
Appena usciti mi mostra, con un ditino inarcato da tanto è teso, una targa in ottone appesa alla parete accanto alla porta da cui ero entrato.
Club della verità
Si assicura che io abbia letto e capito.
Poi mi osserva accigliata e mi indirizza un rimprovero muto muovendo la mano tesa di taglio accanto alla guancia.
Ho capito.
Giungo le mani al petto e sussurro delle scuse.
Lei si addolcisce.
Sorridendo mi risponde alla domanda che non ho ancora fatto.
“Qui possono entrare solo gli adulti che hanno rischiato qualcosa pur di dire la verità vera e, ovviamente, tutti i bambini dell’asilo, perché anche senza rischiare, noi la verità la diciamo sempre.”
“Capisco” le rispondo, attento a non farmi scappare un sorriso che potrebbe essere mal interpretato.
Poi continuo curioso: ”Sono tanti i grandi che entrano qui?”
“Oh sì” risponde lei e con un’aria furba aggiunge “ma mai abbastanza”.
Faccio per ribattere, ma è già corsa dentro a giocare.
Sta raccogliendo un pastello verde.
Osservo meglio la scena e noto che, pur con colori e forme diverse, i bambini disegnano tutti lo stesso soggetto.
Un rospo.
*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti

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