Tana libera tutti
Chiunque viva sul nostro pianeta ha una sua personale idea di libertà.
A seconda della sua condizione, delle sue aspirazioni, dei suoi valori e di molte altre variabili, ogni essere umano dona un peso specifico a questo concetto.
Un concetto delicato come carta velina. E proprio per questo spesso stropicciato.
Si dice che la libertà sia: poter esprimere se stessi oltre ogni vincolo.
Ma se dichiararsi liberi significasse limitare la libertà di qualcun altro?
Ecco, qui comincia il difficile.
Sembra qualcosa che riguarda le persone di buona volontà.
O forse gli Antieroi.
Possiamo ricercare la nostra libertà o impegnarci per donarla agli altri.
Oppure lo può fare qualcuno per noi.
Una serie di possibilità che non sempre diventano reali.
Penso che prima di potersi spendere per la libertà degli altri, si dovrebbe essere liberi.
Altrimenti si rischia banalmente di fuggire dai propri limiti con la scusa di aiutare il prossimo.
Queste riflessioni, forse un pizzico arzigogolate, diventano limpide se ci avviciniamo ad un essere molto particolare che non parla esclusivamente di libertà, ma ci regala diversi indizi per arrivarci.
Un essere speciale che, attraverso il profondo studio di diverse discipline umanistiche, riesce nei suoi scritti e nelle sue conferenze a generare una cosa sempre più rara.
Ti obbliga a pensare.
E tutto ciò che muove verso un intimo pensiero, ti spinge a farti domande.
E la conseguente ricerca di risposte, ti induce ad approfondire dentro e fuori di te.
E la conoscenza, ti accompagna verso la libertà.
Sto parlando di un sacerdote
Padre Guidalberto Bormolini, oltre che sacerdote, è monaco in una comunità di meditazione cristiana: i Ricostruttori nella preghiera al Borgo.
Vive una spiritualità ispirata ad un monachesimo interiorizzato, ovverosia si dedica alla ricerca l’Assoluto sospinto da un approccio monacale.
Ho immaginato che potesse entrare a far parte della rubrica, perché ascoltandolo in una conferenza trametteva, senza esaltazione, un magnetismo unico.
Osservando i presenti, cercavo di indovinarne i pensieri, le reazioni.
Ho avuto la netta sensazione che ognuno fosse libero di dare la propria personale interpretazione agli stimoli che riceveva.
Non v’era da parte di padre Bormolini la volontà di veicolare, ma più di condividere, senza pretese, un orientamento.
Studiandolo un po’ ho scoperto che ciò che muove la sua opera divulgatrice è il desiderio di sostenere senza obblighi l’animo di chi ha bisogno.
Trasmettere la propria libertà come forma di liberazione.
L’ho trovato affascinante, tanto quanto aver scoperto che nei suoi antenati vi siano veri e propri esempi di eroismo.
Tra i vari citati da lui stesso, basti pensare che vi furono non solo dei partecipanti alla spedizione dei Mille, ma anche parenti morti fucilati alle Fosse Ardeatine.
L’ha detto con quella sua tipica miscela di gratificazione e umiltà.
Alla fine mi ha fatto sorridere, perché ha chiosato con “… e poi sono arrivato io che posso essere tutto tranne che un eroe”.
Non ho potuto resistere.
È un antropologo e da ciò che emana si può indovinare in lui una ferrea volontà di arrivare a capire.
Lo fa attraverso lo studio, le esperienze e la condivisione.
Non sono sostantivi buttati lì a caso o per estetica letteraria.
I racconti dei suoi pellegrinaggi, ad esempio, emanano un fascino di altri tempi.
Ti fan venire voglia di fare cose avventurose, di scoprire nuovi mondi per sondare chi sei veramente.
La sua erudizione è figlia di continui approfondimenti che si allacciano alla realtà quotidiana che ha ben poco a che fare con quell’idea di espressione spirituale astratta, talvolta utopica.
Tutt’altro, padre Bormolini, quando parla attraverso la sua barba da profeta da antico testamento, trasmette concetti che prendono forma con esempi di vita vissuta.
Le idee si condensano in fatti che diventano ganci a cui appendere la mia ignoranza.
I suoi racconti, sono densi di indicazioni basate su granitiche fonti, storie di diverse culture e condivisioni con intellettuali e letterati.
Molte volte quando si legge qualcosa di impegnato o qualche testo di studio, ci sono tantissimi rimandi ad altri testi e talvolta si ha come l’impressione che servano all’ autore per giustificare un assunto.
Una forma di tutela che potrebbe nascondere un po’ di insicurezza rispetto ad una tesi azzardata.
Padre Guidalberto, invece, quando scrive o spiega lo fa con una serie infinita di richiami e riferimenti specifici.
Quando arrivi alla fine di un tema capisci la mirabile architettura di sostegno che con queste fonti, sempre super verificate, ha saputo creare per svelare l’arcano.
È come se aprisse mille finestre sulla stanza dove riposa la conoscenza e la illuminasse rendendocela visibile e fruibile.
Questa è una dote che sarebbe utile allenare.
Quando parliamo temiamo sempre di non essere abbastanza e allora ci viene da citare qualcuno di bravo o presunto tale, visto magari sui social, a sostegno della nostra argomentazione.
In quel caso la finestra che apriamo è murata.
Sarebbe davvero più conveniente mantenere alta la nostra umiltà esprimendoci solo su cose che conosciamo o che abbiamo sperimentato.
Trasmettendo, seppur piccolo, un sapere che arricchisce.
Non un sentito dire anabolizzante.
Altrimenti si perde di credibilità e la nostra dignità subisce dei contraccolpi che ci rendono più deboli. Più insicuri.
Come possiamo quindi evadere dalle prigioni della nostra mediocrità, se siamo così traballanti?
Come possiamo anelare alla libertà che solo un sapere puro e onesto ci può concedere?
È un bel personaggio il sacerdote desenzanese che da ragazzo, prima di entrare nel percorso sacerdotale, era operaio in una falegnameria, e successivamente liutaio.
Modellare il legno per farlo suonare, lo avrà forse ispirato a lavorare allo stesso modo con le anime?
Sicuramente il percorso artigianale lo fa essere un intellettuale pragmatico.
Uno degli scopi dei Ricostruttori nella preghiera al Borgo è anche quello di ristrutturare antichi borghi.
Proprio uno di questi luoghi rinati, in Toscana, è diventato la sede della Fondazione Tutto è Vita, di cui è presidente.
In quel luogo denso di spiritualità si generano una serie infinita di iniziative aggregative e formative volte a trasmettere un sentire più umano e non necessariamente religioso.
Ma l’attività più caratteristica e compassionevole è che in quel luogo ci si prende cura delle persone gravemente malate a cui sono dedicati dei percorsi di supporto.
Perché si possa dare un senso alla malattia e allo stesso modo per avvicinarsi più serenamente possibile al momento dell’addio a questo mondo.
Quello terreno.
Proprio così, perché padre Bormolini è anche tanatologo.
Uno studioso della morte e del morire.
Avvicinandomi a questo strabiliante personaggio, mi sembra di indovinare che tale tema lo abbia accompagnato da sempre e sia stato il catalizzatore di tanti dei suoi studi.
Dall’ antropologia, alla meditazione, ai temi correlati al perdono e alla trascendenza animica.
Un filo rosso che ha generato un ordito in grado di legare tra loro diversi mondi in un unico universo: comprendere la morte e renderla parte della vita.
Affrontare la morte è un modo per esorcizzarne il timore che ne proviamo.
Gestire le paure in generale, e più specificatamente quella che probabilmente potremmo definire la più grande o comunque la più diffusa, è un modo per sentirci liberi.
Liberi di agire senza temere.
Una sorta di Thanatos libera tutti.
Siccome morire sembra proprio inevitabile, padre Bormolini ci illumina sull’opportunità di impegnarci a vivere al meglio la nostra vita.
Così facendo la nostra dipartita non sarà un evento triste che saluta un’esistenza banale, ma un momento di passaggio che applaudirà ad una vita gratificante.
E così anche quella di chi ci sta vicino.
I lutti fanno parte del nostro esistere.
Elaborarli è una necessità per chi resta ed anche un modo per alimentare l’amore che abbiamo condiviso con chi ci lascia.
Questo non significa che non si debba provare dolore per una perdita.
Tutt’altro, vuol dire godere ogni giorno al massimo delle nostre possibilità con chi amiamo, con chi ci sta accanto, con chi lavoriamo, con le persone che stimiamo e anche con coloro con cui litighiamo.
Sarei un illuso se sperassi, con questo articolo, di sviscerare un tema complesso come quello della morte intesa come ispirazione alla vita,
Ma di certo, scovare figure come quella di Padre Guidalberto Bormolini, mi permette in parte di riscattarmi.
Lascio alle sue opere l’onere e l’onore di ispirarvi.
Affidandovi a lui e consigliandovi i suoi libri, le interviste e le sue conferenze, sono certo di indirizzarvi a scoprire qualcosa di intrigante, utile e amorevole.
Ma, soprattutto, vi invito a comprendere come la conoscenza, quella vera, quella che richiede impegno per essere capita e introitata, sia necessaria per vivere meglio.
O forse semplicemente per vivere.
Sì, anche quando si parla di morte.
Perché nella boria dei nostri tempi, dove il possesso determina il potere.
Dove con l’arroganza si difendono idee millantate.
Dove con la violenza si ottiene la ragione.
Dove continuiamo ad essere colti da panico per ogni cosa non controllabile.
Sembra proprio che ci siamo scordati di essere mortali.
Non vogliamo vederlo. O forse non ci permettono di vederlo.
Anche i media non trattano mai la morte, se non quella da spettacolarizzare.
Se ne parlassero, nei modi giusti si intende, il tema diverrebbe più quotidiano e, probabilmente, ci aiuterebbe ad affievolirne la paura.
Ma sembra più utile strillarla la morte, piuttosto che comprenderla.
Serve sempre un po’ di cinema se si vuole vendere più giornali o alzare lo share dei TG.
Se essere liberi significa liberarci dai vincoli e dalle paure, allora ci si deve impegnare a capire di più chi siamo ed esprimere il coraggio di lasciare andare ciò che è superfluo.
Tornare all’essenza.
Tra le pratiche più adeguate per percorrere questo viaggio di consapevolezza, padre Bormolini, individua la meditazione come la più efficace.
Perché lo ha accompagnato da sempre nel suo percorso spirituale.
Perché è uno degli strumenti religiosamente più trasversali che gli hanno permesso di scoprire e conoscere tantissime dottrine mistiche.
Perché è con la profonda introspezione che riconosciamo le nostre reali paure e possiamo chiedere loro di farsi di lato, non di svanire, permettendoci di emanare la nostra essenza più pura.
Nelle sue divulgazioni ci sono approcci ispirati a diverse discipline meditative che creano un reticolo di informazioni che accompagnano coloro che ne hanno il coraggio a scoprire qualcosa di molto bello e unico: se stessi.
E dopo esserci scoperti?
Bisogna pensare agli altri.
La conoscenza va alimentata con lo scopo di condividerla.
Si diventa davvero grandi quando si dona agli altri il proprio talento, la propria fatica, il proprio sentimento.
Come si può dire di essere pieni d’amore se non si ama?
Come ci si può definire liberi se evadiamo da soli dalla prigione dell’ignoranza?
Bene che ci vada ci ritroveremmo egoisti e annoiati nella steppa della conoscenza e moriremmo poveri di spirito.
Nessuno basta a se stesso.
Tra le miriadi di citazioni presenti in ogni opera di padre Bormolini, vorrei condividere un aforisma profondamente ispirante del teologo sufi, al-Ghazali.
Ci induce ad una riflessione per fare nostro il desiderio di abbandonare ciò che ci distrae, avvicinandoci a ciò che realmente siamo.
Un pensiero di libertà.
Noi possediamo solo ciò che non possiamo perdere in un naufragio.
Al termine di questo breve e inteso viaggio irrompe in me una domanda senza risposta.
Una domanda che scuote.
La condivido perché credo che scriverla possa in qualche modo dissiparne l’energia.
E se a farci paura fosse la libertà stessa?
*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti
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