Prestare attenzione, il gesto che ci rende umani
Viviamo dentro un paradosso che facciamo fatica a nominare. Di attenzione parliamo di continuo, la nostra, quella degli altri, quella che le piattaforme si contendono, e proprio mentre ne parliamo l’abbiamo in gran parte perduta. Basta aprire un’applicazione per rispondere a un messaggio e ritrovarsi, mezz’ora dopo, a scorrere contenuti mai cercati. È un’esperienza che riguarda ciascuno di noi, e riguarda soprattutto i più giovani, cresciuti dentro quell’ambiente.
Il Papa e la conversione dello sguardo
Merita attenzione, in questo senso, l’articolo pubblicato su Avvenire, scritto da Matteo Liut, dal titolo “Il Papa: c’è un mondo di relazioni oltre al clickbait. Impariamo a prestarci attenzione”, perché sposta il discorso dal tempo che trascorriamo online alla qualità dello sguardo che rivolgiamo al mondo.
Il tema scelto da Papa Leone XIV per la 61ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in programma nel 2027, si intitola “Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait”. Al centro della riflessione c’è “l’economia dell’attenzione, cioè quel sistema comunicativo e digitale che compete per conquistare pochi istanti dell’interesse delle persone nel flusso incessante di notizie, immagini e contenuti”.
Il documento diffuso dal Dicastero per la Comunicazione osserva che questa dinamica “non influisce soltanto sulle capacità cognitive, ma rischia di modificare anche la qualità e la profondità delle relazioni umane”. Davanti a questo scenario il Papa propone una “conversione dello sguardo”, espressione che indica la necessità di “imparare nuovamente a guardare il mondo, gli altri e se stessi con attenzione e amore”, con uno sguardo capace di riconoscere ogni persona come “chiamata per nome e amata”, superando “la tentazione del giudizio immediato e delle etichette che spesso dominano il dibattito pubblico e i social network”.
Il testo mette in guardia dalla “cultura della reazione istantanea”, perché la mancanza di attenzione reale “rischia di favorire relazioni più superficiali e una crescente facilità nel classificare o respingere l’altro in base a criteri senza reale sostanza”. Da qui la proposta di recuperare il senso profondo della parola attenzione, nella sua radice etimologica: ad-tendere, “protendersi verso l’altro e verso la verità”.
E qui il documento centra la questione: l’attenzione è la materia prima della relazione. E le relazioni, nel mondo digitale, hanno subito una trasformazione profonda.
Connessi eppure sempre più soli
Manuel Castells, sociologo spagnolo, ha descritto la società in rete come un “individualismo connesso”: persone più isolate, eppure costantemente collegate. Sherry Turkle, sociologa statunitense, studiando per decenni il rapporto tra uomini e macchine, ha parlato di un effetto paradossale: siamo insieme e sempre più soli, perché la connessione continua offre l’illusione della compagnia e insieme risparmia la fatica dell’incontro reale.
L’economia dell’attenzione aggrava questo quadro, perché trasforma la nostra presenza in una merce. Un sistema che guadagna sul tempo che tratteniamo ha un interesse strutturale a impedirci di fermarci: la profondità rallenta, la superficie scorre. Per questo, come osserva il documento, la comunicazione “chiede di tornare a guardare, ascoltare e sentire”.

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Sociologo saggista e giornalista, è professore associato di Giornalismo Web e Comunicazione Strategica presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove è Direttore del Master in “Esperto della Comunicazione Digitale” e Delegato del Rettore alla Comunicazione.
Le sue riflessioni toccano temi importanti per la nostra società: il mondo digitale, i giovani, l’informazione.
Quando l’algoritmo sceglie che cosa vediamo
C’è poi un elemento che l’articolo richiama e che merita un ragionamento ulteriore: l’arrivo dell’intelligenza artificiale dentro questo scenario. Oggi i contenuti competono per catturare il nostro interesse; con i sistemi generativi la produzione diventa immediata, illimitata e personalizzata. Ogni utente riceve una versione del mondo costruita sulla misura dei propri gusti e delle proprie convinzioni.
Qui entra in gioco Eli Pariser, una delle figure più influenti a livello mondiale dell’analisi dei media digitali, che quindici anni fa ha descritto la “filter bubble”, la bolla di filtraggio: quando un algoritmo decide che cosa vediamo, finiamo per incontrare sempre le stesse idee, le stesse persone, le stesse conferme. È il rovescio dell’attenzione, che significa lasciarsi sorprendere da ciò che non avevamo previsto. La “conversione dello sguardo” di cui parla il Papa è esattamente questo: la disponibilità a incontrare l’altro nella sua diversità, senza ridurlo a un profilo, a una categoria, a un’etichetta.
A questo se ne aggiunge un secondo, che riguarda le nuove generazioni. Quando l’intelligenza artificiale diventa il primo interlocutore a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà, come mostrano diverse indagini recenti, il bisogno di essere ascoltati trova una risposta immediata. Quella risposta simula la comprensione e offre una presenza apparente. E la presenza, per un ragazzo, vale più di qualsiasi risposta.
Igiene dell’attenzione: da dove cominciare
Il documento richiama anche un’ “igiene dell’attenzione”, già evocata nel Magistero recente, come “pratica necessaria per abitare in modo più umano e consapevole gli ambienti digitali”.
L’espressione è preziosa e straordinaria, perché dice che l’attenzione è una pratica da esercitare sempre.
Che cosa significa, in concreto? Recuperare i tempi lenti: la lettura di un libro, una conversazione senza scopo, una passeggiata senza telefono. Educare i ragazzi a riconoscere quando una piattaforma lavora sulla loro emotività per trattenerli. Insegnare, nelle scuole e nelle famiglie, a fare domande ai sistemi che usiamo: chi lo ha costruito, con quali dati, a quale scopo. È il lavoro che porto avanti da anni come formatore: la media education è un’educazione alla cittadinanza.
Un gesto che riguarda tutti
Come scrive il testo diffuso dal Dicastero, la prospettiva indicata da Leone XIV “riguarda tutti coloro che comunicano”. Ognuno di noi, quando pubblica, commenta, condivide, esercita un potere enorme: decidere che cosa merita di essere visto, e dunque che cosa merita di esistere. La buona notizia è che l’attenzione è una capacità che possiamo recuperare. Il Papa la definisce un “dono” e insieme uno “stile”: un modo di stare al mondo che si sceglie ogni giorno. In un’epoca che ci spinge a guardare in fretta, fermarsi a guardare davvero diventa un gesto rivoluzionario.
E allora è proprio da lì che si ricomincia. Da uno sguardo che si posa su una persona invece di passare subito alla successiva. Da una domanda posta con calma a un figlio, a uno studente, a un amico. Da un minuto in cui ci accorgiamo che l’altro, davanti a noi, è “chiamato per nome e amato”. È poco, e insieme è tutto: è il gesto con cui si costruisce, ogni giorno, un mondo di relazioni che vale più di qualsiasi clic.
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