Dumbphones, o la via di fuga della generazione algoritmica

Sempre più giovani scelgono i dumbphone, lasciano i social e riscoprono il valore della disconnessione. Non è nostalgia: è il primo vero rifiuto della vita mediata dagli algoritmi.

La generazione cresciuta dentro gli algoritmi sta sviluppando anticorpi. E mentre lo scrivo, ho i brividi.
Perché forse nessuno meglio di loro conosce il prezzo dell’essere cresciuti in una connessione permanente.

Sono i ragazzi che hanno avuto uno smartphone prima delle chiavi di casa. Sono quelli che hanno imparato a scorrere uno schermo prima ancora di imparare a stare con i propri pensieri. Prima ancora di sapere che cosa sia la noia. E ora, proprio loro, stanno iniziando a sottrarsi volontariamente all’economia dell’attenzione. Sono piccoli gruppi, ma sempre più numerosi. Sarebbe un errore liquidare tutto questo come l’ennesima moda giovanile o una passione per il vintage. Perché stiamo osservando qualcosa di molto più interessante: la prima vera ribellione culturale nata all’interno dell’ecosistema digitale.

Che cosa sono i dumbphone?

Dumbphone significa “telefono stupido”. Ma non lasciamoci ingannare dalla traduzione: perché il significato reale è “telefono essenziale”. Sono spesso molto simili ai vecchi cellulari che usavamo prima degli smartphone: potevi effettuare solo chiamate e inviare SMS.
Certo, magari c’era anche una sveglia e quelli più evoluti avevano una fotocamera molto basica, ma poco altro. 

Perché sempre più giovani scelgono i dumbphone?

Negli ultimi mesi il fenomeno dei dumbphone è cresciuto in modo evidente in Europa e negli Stati Uniti. Alcuni modelli “minimalisti” stanno registrando aumenti di vendita significativi, soprattutto tra i più giovani e tra chi cerca forme di detox digitale.
Ma il punto interessante non è il telefono in sé. È quello che rappresenta.
Per anni il progresso è stato misurato dalla connessione. Più notifiche, più velocità, più presenza online.

Oggi, invece, per una parte crescente della Generazione Z, la libertà sembra passare dalla possibilità opposta: scegliere quando non esserci. Ed è qui che il dumbphone smette di essere un oggetto e diventa un simbolo culturale.
Perché chi sceglie un telefono che non può connettersi a internet non sta necessariamente rifiutando la tecnologia. Sta cercando di ridefinire il suo rapporto con essa.



La generazione cresciuta nei social sta sviluppando anticorpi

Per anni il discorso pubblico sui social media è stato dominato dagli adulti.
Genitori preoccupati (me per prima…), insegnanti allarmati. Contenuti che spiegano che cosa siano la dipendenza digitale, l’attenzione frammentata, l’ansia da confronto continuo.
Eppure, oggi sta accadendo qualcosa di sorprendente: sono proprio i ragazzi cresciuti dentro quell’ecosistema a iniziare a metterlo in discussione.

Non tutti e non allo stesso tempo, è evidente. Ma in modo sempre più chiaro.
Che abbiano avvertito sulla propria pelle, ancora prima che attraverso la loro mente, quale sia il vero costo psicologico dell’iperconnessione? Che abbiano compreso meglio di noi adulti, ma in modo del tutto esperienziale, che cosa significhi la saturazione cognitiva, la sensazione di dover essere sempre reperibili o la trasformazione di ogni frammento della nostra vita in un contenuto?

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in alcune discussioni su Reddit, alcune datate diversi anni fa, tutte dedicate ai dumbphone. Lì, gli utenti parlano addirittura della sensazione di aver “riavuto indietro il proprio cervello”.

È una frase estrema, ma forse ci racconta qualcosa di molto reale.

Il rifiuto della vita mediata dagli algoritmi

Come dicevo poco sopra, non credo ci troviamo di fronte al rifiuto dell’innovazione o dei social in sé. Penso piuttosto che la Generazione Z (ma anche sempre più Millenials) stia rifiutando la vita mediata dagli algoritmi, dove se non sei online allora hai qualcosa che non va. 

Eppure, negli ultimi decenni si sono moltiplicati gli studi e le analisi che ci hanno mostrato come l’uso intensivo degli smartphone porti a difficoltà di concentrazione, all’aumento dell’ansia, all’affaticamento mentale e al paradossale senso di isolamento nonostante l’iperconnessione. 
Un recente articolo del Washington Post ha parlato apertamente di crisi dell’attenzione e saturazione digitale, imputando a questo il desiderio crescente di molte persone di recuperare spazi offline, tempi lenti e relazioni non filtrate dagli schermi.

La nuova forma di libertà: scegliere quando non esserci

Per anni abbiamo associato la libertà alla possibilità di essere ovunque.
Oggi, forse, sta emergendo un’altra idea di libertà: scegliere quando sparire.
Non rispondere subito. Non condividere tutto. Non essere costantemente reperibili.
È una trasformazione culturale enorme.
E forse è anche una risposta spontanea a un modello che ha trasformato l’attenzione umana nella risorsa più preziosa del capitalismo contemporaneo.

Che cosa ci sta insegnando la Generazione Z sul rapporto con la tecnologia

Il rischio più grande sarebbe leggere questo fenomeno in modo superficiale.
Quello che sta emergendo è qualcosa di più maturo: la ricerca di una relazione più consapevole con gli strumenti digitali.
Come ha scritto in una sua newsletter il neuroscienziato e studioso dell’IA Gary Marcus, parlando del crescente backlash verso l’ecosistema tecnologico contemporaneo, stiamo entrando in una fase di saturazione culturale. Una fase in cui sempre più persone iniziano a chiedersi non quanto una tecnologia sia potente, ma quanto spazio occupi nella loro vita mentale.
Ed è forse proprio qui che la Generazione Z sta lanciando il messaggio più interessante.

Forse la vera innovazione della prossima generazione non sarà vivere ancora più dentro la tecnologia.
Ma sapere quando starne fuori.

Teresa Potenza

Teresa Potenza

Giornalista e podcaster. Ha realizzato i podcast Ponti invisibili, sulla sua storia in Siria e Merce di Scambio, una indagine sulla compravendita di organi. L’ultimo è Potenza Artificiale in cui condivide ciò che studia e approfondisce sull’intelligenza artificiale generativa. È membro del JournalismAI, network di giornalisti che utilizzano l’IA in modo etico, sostenuto dalla London School of Economics e Fondatrice dell’Associazione Constructive Network, rete di professionisti dell’informazione e della comunicazione che divulgano il giornalismo costruttivo e delle soluzioni.

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