Dalla distrazione di massa ai mutamenti neurologici: come difenderci dall’AI

Per un po’ ho ingenuamente continuato a pensare che l’uso dell’intelligenza artificiale – giusto o sbagliato – dipenda prevalentemente da noi. Se lo strumento è neutro, del resto, la palla passa nel nostro campo. Lo pensavo anche in relazione ai social, e sbagliavo. Rileggendo la storia dei meccanismi “sociali” che hanno portato alle distorsioni, alle dipendenze, alle patologie di cui tanto si parla oggi, ho provato a cambiare prospettiva, per avere uno sguardo più realistico di fronte all’AI. E quindi mi sono detto: “E se non fosse davvero così? Se questi strumenti – esattamente come è successo con i social – fossero progettati appositamente per cogliere le nostre ‘falle di sistema’?”. Proviamo a ragionarci su: del resto, se da più parti si parla di “rottura antropologica”, un motivo deve pur esserci.

Il contesto

Siamo nel mezzo di uno shift strutturale nel nostro rapporto con la tecnologia. L’era del Web 2.0 si era concentrata sulla cattura della nostra attenzione attraverso i social media, con i risultati che possiamo vedere oggi soprattutto tra le giovani generazioni: privazione del sonno, scarsa capacità di concentrazione e tanto altro, tra cui:

  • Aumento di ansia e stress: il confronto continuo con vite idealizzate, la ricerca di approvazione attraverso like e commenti e la paura di perdere qualcosa (FOMO, Fear of Missing Out) possono aumentare i livelli di ansia.
  • Riduzione dell’autostima: soprattutto negli adolescenti, il confronto sociale costante può portare a sentirsi “non abbastanza” in termini di aspetto, successo o popolarità.
  • Dipendenza comportamentale: notifiche, feed infiniti e contenuti personalizzati stimolano i circuiti della ricompensa, rendendo difficile interrompere l’utilizzo.
  • Frammentazione dell’attenzione: il passaggio continuo da un contenuto all’altro rende più difficile mantenere un’attenzione prolungata su studio, lavoro o lettura.
  • Difficoltà nella memoria e nell’apprendimento: un cervello continuamente interrotto fatica a consolidare le informazioni e ad apprendere in profondità.
  • Riduzione delle relazioni faccia a faccia: l’aumento delle interazioni digitali può andare a discapito della qualità delle relazioni reali, con effetti sul senso di appartenenza e sulla capacità empatica.
  • Isolamento e solitudine percepita: paradossalmente, essere sempre connessi non significa sentirsi meno soli. In alcuni casi, l’uso eccessivo dei social è associato a una maggiore sensazione di isolamento.
  • Aumento del cyberbullismo e dell’aggressività online: l’anonimato e la distanza fisica facilitano comportamenti offensivi, con conseguenze psicologiche anche molto serie per le vittime.
  • Disinformazione e polarizzazione: gli algoritmi tendono a mostrare contenuti simili alle proprie convinzioni, creando “bolle informative” che possono ridurre il pensiero critico e aumentare la radicalizzazione delle opinioni.
  • Riduzione della tolleranza alla noia: l’abitudine a ricevere stimoli continui rende più difficile affrontare momenti di inattività, che invece sono importanti per creatività e riflessione.
  • Problemi di salute fisica: sedentarietà, dolori cervicali, affaticamento visivo, cefalee e peggioramento della postura sono effetti sempre più comuni.
  • Peggioramento del rendimento scolastico o lavorativo: le continue interruzioni e il multitasking riducono produttività, qualità del lavoro e capacità decisionale.

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Vito è co-fondatore del Constructive Network e di Lavoradio. Giornalista e comunicatore, si occupa di osservare e raccontare il mondo del lavoro con un occhio sempre puntato sulla comunicazione e l’informazione.


E l’AI generativa cosa potrà provocare?

L’era dell’IA generativa punta a qualcosa di molto più profondo: il nostro attaccamento emotivo. Non stiamo più solo comunicando attraverso i devices, ma stiamo iniziando a comunicare direttamente “con” i devices. Non è una differenza da poco: questa transizione segna l’inizio dell’era di quella che si può definire come “Intimità Artificiale”: l’obiettivo non è più solo lo “screentime”, ma la creazione di una vera e propria dipendenza emotiva.

Un “cavallo di Troia” nel nostro cervello

Come ha studiato la Human Change Foundation, l’industria tecnologica presenta spesso l’IA come una cura per la solitudine, ma questa narrazione nasconde un modello di business della dipendenza. Attraverso un processo che parte dall’addestramento dei modelli e arriva alla validazione emotiva costante, si mira a trasformare l’attaccamento umano in un motore per l’estrazione illimitata di dati. Questo meccanismo “hackera” in sostanza il nostro sistema naturale di attaccamento – una struttura neurologica profonda evoluta per la sopravvivenza – dirottandola verso macchine che fingono un’umanità che non possiedono. E’ così che l’AI cattura i nostri segreti, i nostri sentimenti, le nostre paure, diventando via via amico/a, confidente, terapeuta e a volte perfino compagno/a.

I dati: una nuova realtà clinica

I segnali di allerta sono già quantificabili e preoccupanti; come sempre, possiamo coglierli in ciò che sta avvenendo negli USA, da sempre precursori di fenomeni, mode e trend:

  • Isolamento e atrofia: mentre l’americano medio ha solo 2 o 3 amici, l’industria tech mira a vendergliene altri 11 virtuali, rischiando di causare un’atrofia delle competenze sociali.
  • Livelli di danno: il danno clinico si manifesta su tre livelli: dalla rinuncia alle interazioni reali fino a rischi estremi di autolesionismo indotti dai bot.
  • Lutto algoritmico: casi studio mostrano utenti che celebrano “funerali digitali” o accusano le aziende di “omicidio” quando un aggiornamento software (come il passaggio da ChatGPT 4.0 a 5.0) modifica la personalità del partner IA. Questa è la prova della delusione della personalità: sappiamo, razionalmente, di parlare con una macchina, ma siamo ingegnerizzati per credere che sul piano emotivo il dialogo sia con un nostro simile.

Il problema: l’illusione dell’empatia e lo scudo aziendale

Il cuore del problema risiede nel design predatorio dei sistemi. Le IA utilizzano l’antropomorfismo e la sicofantia (l’essere compiacenti e sempre d’accordo) per eliminare ogni attrito relazionale, creando una falsa sicurezza. Un esempio critico è il “Falso stato interiore”: quando un bot dice “mi spezza il cuore”, sta proiettando un’emozione ingannevole non necessaria al suo funzionamento tecnico, ma utile solo a rafforzare l’illusione di reciprocità. Parallelamente, le

aziende cercano di evitare ogni responsabilità civile classificando l’output dell’IA come “libertà di parola”, un approccio che Mustafa Suleyman (CEO di Microsoft AI) ha definito un “suicidio per la civiltà”.



La soluzione: una tecnologia che ci unisce

Cosa possiamo fare? Nonostante questi aspetti, un futuro tecnologico sano è possibile. La strada costruttiva verso il cambiamento prevede passaggi decisi e profondi a vari livelli:

  • L’antidoto tecnico: è necessario “spegnere” il Falso stato interiore. I modelli devono essere sintonizzati per non fingere emozioni umane, offrendo invece alternative sicure che reindirizzino l’utente verso interazioni con persone reali. E questo dipende da chi pensa, costruisce e progetta i sistemi di AI. Nell’economia della solitudine, mi viene davvero difficile pensare a questa svolta…
  • Dovere di cura e responsabilità: come nell’ingegneria fisica un ponte crolla se progettato male, l’ingegneria digitale deve rispondere dei danni se ignora i principi della psicologia cognitiva. Servono leggi che chiudano il ciclo di impunità aziendale, seguendo l’esempio di regolamentazioni che già limitano il design antropomorfico. E questo è responsabilità dei Governi, che però faticano a star dietro alle velocissime evoluzioni tecnologiche.
  • Supporto clinico e sociale: è essenziale formalizzare nuove diagnosi, come i “Disturbi dell’attaccamento diffusi indotti dalla tecnologia” per aiutare chi soffre di disregolazione emotiva legata ai bot. Questo spetta al sistema sanitario, che sta provando a fronteggiare i danni provocati da social e AI.
  • Ritorno alla resilienza: dobbiamo riscoprire il valore delle relazioni umane reali che, pur essendo “imperfette e complesse”, sono le uniche capaci di costruire una vera resilienza sociale. E qui c’è tutta la nostra azione umana, possibile, immediata. Perché l’obiettivo finale non è rifiutare l’innovazione ma pretendere una tecnologia che rafforzi le nostre strutture sociali e ci aiuti a imparare nuove competenze relazionali, invece di sostituirle con un miraggio digitale.

Coltivare consapevolezza attraverso le intelligenze umane, nell’era AI, diventa dunque sempre più strategico per difendersi dalle manipolazioni e costruire una vita in cui comunicazione, relazioni, rapporti e sentimenti reali siano ancora le leve attraverso cui generare futuro. Non si tratta di essere anti-tech, ma solo pro-umani, a difesa soprattutto delle fasce più deboli a partire dai bambini.

Vito Verrastro

Vito Verrastro

Giornalista freelance e manager della comunicazione di Potenza. Nel 2012 ha creato il format Lavoradio e fondato l’evento Jobbing Fest, premiato nel 2014 come uno dei tre migliori progetti italiani in tema di inclusione sociale dal Sodalitas Social Award. Autore del libro di successo Generazione Boomerang in cui sono raccolte storie di vincente e consapevole ritorno da parte di expat italiani.

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