L’identità sociale dei giovani nell’era dell’algoritmo
C’è una generazione che guarda avanti con passo incerto, che vive tra il desiderio di fare e la paura di non farcela. La chiamano Generazione Z, ma più che una formula sociologica, è il ritratto di un sentimento collettivo: quello di chi è nato digitale ma fatica a sentirsi protagonista del proprio tempo. Abituati a navigare in un mare di stimoli, i giovani italiani sembrano saper leggere il mondo più che trasformarlo.
Proprio per questo mi ha colpito l’articolo pubblicato su “Domani”, firmato dal ricercatore Enzo Risso, dal titolo “Determinati ma spaventati dal futuro e coi sogni infranti: l’identità sospesa della Gen Z”. Il pezzo si basa su una indagine Ipsos-Doxa per ANCI condotta su un campione di mille giovani tra i 18 e i 35 anni, e fotografa con lucidità la condizione di chi vive oggi la transizione più difficile: quella dall’adolescenza alla cittadinanza adulta.
L’ho trovato significativo perché, dietro la freddezza dei numeri, appare un nodo culturale importante: l’equilibrio spezzato tra potenzialità e fiducia, tra risorse e possibilità, tra sogni e contesto.
Scrive Risso che “le ragazze e i ragazzi italiani manifestano un’identità in potenza più che in atto”. Hanno aspirazioni, capacità adattive e determinazione, ma “questa dotazione simbolica non si traduce in una visione positiva del futuro o della vita”. È il paradosso di una generazione che non difetta di strumenti, ma di orizzonti.
“I figli del ceto medio hanno più sogni da realizzare (60 per cento contro il 50 dei ragazzi dei ceti popolari), più capacità di perseguire un obiettivo (58 contro 47), più entusiasmo (54 contro 38) e una visione della vita più positiva (48 contro 35)”. Ma su una cosa tutti concordano: “il futuro è corto e con basse speranze”.
Per la GenZ femminile il futuro è un orizzonte instabile
Nonostante le condizioni di partenza differenti, il sentimento di fragilità attraversa ogni appartenenza sociale. L’indagine ci parla di una generazione equipaggiata ma immobilizzata, “un capitale di competenze soft privo di contesti di realizzazione”. È come se i giovani avessero le chiavi per entrare nel mondo, ma non trovassero le serrature giuste.
Il divario nella fiducia colpisce con forza le ragazze: “Il 44 per cento delle giovani ritiene di poter superare le sfide, contro il 51 dei coetanei maschi; solo il 36 per cento ha una visione positiva del futuro”.
Questo scarto non è solo statistico, ma culturale. Le strutture di genere continuano a esercitare un effetto frenante sulla costruzione del sé. Zygmunt Bauman ci ricordava che viviamo “in tempi liquidi”, in cui le identità si frantumano sotto la pressione dell’incertezza e dell’iperesposizione. Nella società digitale, dove il valore di sé è legato alla percezione e al consenso, le giovani donne devono tuttora negoziare la propria credibilità.
Non stupisce quindi che la Generazione Z femminile percepisca il futuro come un orizzonte instabile: troppo saturo di giudizi, troppo fragile per sostenere i propri sogni.
Una delle sorprese della ricerca, sottolinea Risso, è “l’inversione di polarità tra Nord e Sud”: i giovani meridionali, pur in contesti economici più difficili, mostrano “più capacità di superare le sfide (50 contro 45) e una visione del futuro più positiva (41 contro 37)”.
È un dato sociologicamente rilevante, perché rompe lo stereotipo di un Mezzogiorno passivo. Ciò che emerge è un Sud tenace, ancora radicato nelle relazioni e nella speranza, mentre nel Nord prevale una “fragilità da benessere”, un logoramento psicologico dovuto alla pressione di dover mantenere standard elevati.
Quando il successo diventa misura identitaria e non possibilità, il rischio è quello che Pierre Bourdieu, sociologo francese, definiva habitus anticipatorio: la riproduzione della disuguaglianza nella mente ancor prima che nella vita.
Tra consapevolezza e vulnerabilità
Questo è un tempo in cui la connessione è continua ma la comunicazione autentica si è rarefatta. La Generazione Z è la prima a essere cresciuta dentro l’algoritmo: la propria identità passa dall’immagine digitale, e la stessa autostima si misura in visibilità.
Molti giovani raccontano la fatica di “staccare”, di non sentirsi mai soli ma spesso incompiuti. In questo scenario l’intelligenza artificiale, con il suo potere di produrre contenuti, decisioni e persino emozioni simulate, amplifica il disorientamento: se la realtà può essere manipolata, anche la fiducia vacilla.
L’IA sta diventando una forma di “specchio oscuro”, capace di riflettere non ciò che siamo, ma ciò che i dati dicono di noi. Anthony Giddens, sociologo britannico, sottolinea che l’identità moderna è un “progetto riflessivo del sé”: un processo costruito nel dialogo con l’altro. Ma nelle piattaforme digitali l’altro spesso è un algoritmo.
Il risultato è un sé iperconsapevole ma vulnerabile, un’identità lucida ma priva di radici sociali. Tornano così i sentimenti descritti da Risso: determinazione e paura, entusiasmo e blocco, desiderio e impotenza.
La speranza come atto sociale
Le ricerche rivelano non solo il disagio, ma anche le energie nascoste pronte a trasformarsi in opportunità di crescita. Le ragazze e i ragazzi della Gen Z posseggono una straordinaria sensibilità: crescono immersi nei linguaggi del cambiamento climatico, della sostenibilità, della parità di genere. In molti casi sperimentano forme nuove di impegno, ibride e fluide, che sfuggono ai canali tradizionali della politica ma che spesso producono effetti culturali tangibili.
La loro è una speranza intermittente ma autentica, che chiede spazi di riconoscimento, fiducia nelle istituzioni e una cultura del rispetto reciproco.
La Generazione Z, come scrive Risso, è “spaventata e guerriera, dotata di ali e sogni, ma priva di cielo in cui volare”. Forse il cielo non è scomparso: è solo diventato più lontano, più difficile da raggiungere.
In un mondo dove il futuro appare compresso e incerto, i giovani ci ricordano una verità essenziale: la speranza non è una risorsa emotiva, ma un atto sociale. È la capacità di immaginare ancora, di restare umani in mezzo ai dati, di costruire fiducia quando l’algoritmo non la prevede.
È da lì che bisogna ripartire: dall’educazione al pensiero critico, dal dialogo intergenerazionale, dal coraggio delle istituzioni di credere nei giovani non come problema, ma come possibilità.
Perché, come Bauman ci ha insegnato, anche nella liquidità più caotica si può scegliere cosa mantenere a galla. La Generazione Z è in attesa di qualcosa che le appartiene — e il nostro compito, da adulti, è non farla attendere oltre.

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