Longevità attiva: l’agricoltura sociale aiuta gli anziani

Un’esperienza di agricoltura sociale nelle Marche mostra come memoria, comunità e innovazione possano migliorare la qualità della vita nelle aree interne.

“Se cerchi un signore che insegni a suonare l’organetto, non lo trovi più. Io invece sono riuscito a mettere su una scuola per gente di tutte le età e abbiamo avuto un campione del mondo di organetto. Allora il mio amico Eros mi ha detto di farlo anche da lui. Ci vuole però tempo e calma, il lavoro da Eros è durato quasi un anno e mezzo. Il momento più bello per me è stato quando lo stesso insegnante di organetto che avevo trovato è voluto entrare in Solchi”.
Lo racconta Dino Principi, 90 anni e mezzo e tante storie da condividere, dai ricordi della sua famiglia patriarcale (“Eravamo in 29”) a una vita che l’ha portato a girare l’Italia in lungo e in largo. A meno di un chilometro dalla sua casa, dove vive con un suo figlio, l’azienda agricola Fontegranne di Eros Scarafoni a Belmonte Piceno (provincia di Fermo) ha ospitato, nell’arco del biennio 2015-2016, il progetto Solchi. Si trattava di un programma di longevità attiva che ha intrecciato recupero storiografico, riabilitazione cognitiva, inclusione sociale e innovazione culturale, dedicato alla riscoperta delle tradizioni della mezzadria.

Il progetto Solchi: quando la memoria diventa inclusione sociale

Fino agli anni Sessanta del Novecento, la struttura sociale ed economica delle Marche era dominata dal contratto di mezzadria. Questo sistema non era solo un accordo agrario (divisione a metà dei prodotti tra proprietario e colono), ma un’architettura sociale totale che definiva le relazioni familiari, le gerarchie di potere, l’urbanistica e persino la psicologia collettiva. La famiglia mezzadrile era un’unità produttiva estesa, governata dal vergaro (capofamiglia) e dalla vergara (responsabile della gestione domestica e dell’aia), sottomessa all’autorità del proprietario terriero e del suo intermediario, il fattore.
Il progetto Solchi nasceva dalla consapevolezza che questa società si è dissolta in un lasso di tempo brevissimo, storicamente un battito di ciglia, a causa della meccanizzazione agricola e dell’industrializzazione. E ha affrontato questa tematica chiamando gli anziani coinvolti a testimoniare la verità della loro esperienza.

Due videomaker, per un anno intero, hanno registrato le interviste di questi anziani, che si sono raccontati per circa 200 ore totali di registrazioni raccolte. Nei racconti venivano spesso messi in evidenza i temi della mezzadria, dei padrò (padroni) e dei cuntadì (i contadini). Questo ha portato, in una fase successiva, alla realizzazione di un cortometraggio, in cui i partecipanti hanno fatto da attori delle loro storie, e alla pubblicazione di un libro in cui alcuni hanno scritto le storie della loro vita in un volume. Tutti gli altri sono stati fotografati in un momento bello e partecipato: per alcuni di loro è stato il momento del ricordo di una vita.

Anziani e solitudine nelle Marche: i dati che raccontano un’urgenza

Quella di Dino e degli altri anziani di Belmonte Piceno non è però una storia isolata. Nelle Marche, secondo i dati Istat elaborati nel Report 2025 dell’Osservatorio sulle Vulnerabilità nelle Marche dell’Alleanza contro la Povertà, al 31 dicembre 2024 le persone sole oltre i 60 anni erano 103.000 (su 193.000 persone sole totali). Un contesto che, negli ultimi anni, è particolarmente sentito nelle aree interne, in cui la pandemia Covid-19 ha contribuito a peggiorare le fragilità psicologiche degli anziani, andando a sommarsi al rischio di solitudine e depressione provocato dalla perdita o limitata offerta di servizi in diverse zone colpite dal terremoto del 2016.
In questa situazione, l’agricoltura sociale è stata identificata dagli amministratori locali come uno strumento essenziale per arginare lo spopolamento e fornire un “welfare di comunità” capace di reinserire gli anziani in reti sociali attive, valorizzando la loro esperienza e mantenendo le loro capacità residue. L’agricoltura sociale nasce infatti dall’idea che un’azienda agricola possa fare qualcosa di più che produrre: può diventare un luogo in cui le persone fragili trovano opportunità e relazioni. Per gli anziani delle aree rurali, questo significa spesso riscoprire un mondo che già conoscono, ma in una forma nuova, per condividerlo con chi non l’ha mai visto.

Il progetto Solchi faceva parte del programma “Longevità attiva in ambito rurale”, curato dalla Regione Marche e dall’INRCA (Istituto Nazionale Ricovero e Cura Anziani) di Ancona — un percorso avviato ben prima del sisma, a cui avevano partecipato, oltre a Fontegranne, anche altre aziende agricole del territorio: Azienda del Carmine (Ancona), Pura Vida (Chiaravalle, AN), Quercia della Memoria (Vallato, MC), La Fattoria del Borgo (Vallefoglia, PU) e La Castelletta (Cupramarittima, AP).

Agricoltura sociale: cos’è e perché può cambiare il welfare nelle aree interne

Dino Principi e Eros Scarafoni

A seconda delle caratteristiche sociali e territoriali di ogni realtà, l’attività di agricoltura sociale è stata declinata in modo diverso. “In un piccolo centro come Belmonte Piceno, dove gli anziani sono tutti contadini o ex contadini, non sarebbe servito a molto far fare un orto, che è una cosa che si potevano fare a casa da soli – racconta Eros Scarafoni – Un giorno ero con un anziano che mi raccontò la sua vita. Era una vita fatta di cose semplicissime, come lo stupore di andare a lavorare in una città come Ancona per un’azienda edile. E lì venne l’idea di far raccontare a questi anziani la loro vita, che spesso è stata una vita in ombra e fatta spesso di grandi sacrifici, ma che li ha visti tracciare un solco, ognuno di loro. Da lì era nato il nome Solchi e li abbiamo voluti mettere in evidenza, questi solchi”.

La collaborazione con l’INRCA si è rivelata importante per esplorare nuove tematiche, come il co-housing, cioè dare la possibilità agli anziani che vivono isolati di convivere in un ambito rurale, che possa permettere loro di rimanere attivi, con gli effetti positivi sulla longevità. “Si tratta di una convinzione che condivido, tanto che sto facendo ristrutturare un casolare nella mia altra sede aziendale ad Amandola – spiega Scarafoni – L’obiettivo è creare degli appartamenti in cui anziani autosufficienti possano vivere in un ambiente rurale, facendo un orto e allevando piccoli animali, creandosi anche dei momenti di condivisione, per rendere più bello possibile il periodo della loro anzianità. È un progetto ambizioso che spero di poter realizzare”.

Le sfide dell’agricoltura sociale: fondi, riconoscimento e sostenibilità

Anche l’INRCA, in questi anni, è andata avanti con le sue attività di promozione dell’agricoltura sociale. Dal 2019 al 2021, l’ente è stato partner del progetto “Agricoltura Sociale Marche”, che ha portato avanti la strada tracciata dalle prime sperimentazioni di servizi alla persona, iniziate nel biennio 2012-2013. “L’agricoltura sociale nei progetti di longevità attiva aiuta a contrastare l’isolamento degli anziani nelle aree interne – spiega la dottoressa Cristina Gagliardi dell’INRCA – Inoltre, contribuisce a combattere lo spopolamento, dal momento che questo genere di attività è destinato anche ai più giovani, permettendo loro di rimanere in territori svantaggiati e a preservare i presidi dei pubblici servizi. Consente anche di ricostruire le reti sociali e di recuperare la memoria dei luoghi, facendo leva sullo scambio intergenerazionale all’interno della comunità”.

I numeri raccolti dall’INRCA a conclusione del progetto restituiscono un’immagine molto concreta. Quasi la metà (49,5%) dei 143 anziani intervistati (per lo più donne, tra i 65 e gli 87 anni) ha dichiarato di percepire una migliore qualità della vita. Anche il dato sulla diffusione delle tecniche di orticoltura e giardinaggio è significativo: la quota di chi le conosce è cresciuta dal 44,8% al 53,2%. Un segnale che l’apprendimento non si ferma, se messo nelle condizioni giuste. E insieme alle nuove competenze sono cresciuti anche i contatti con parenti e amici, e la sensazione di non dover affrontare da soli le scelte importanti.

Si tratta, sempre e comunque, di attività che si svolgono in un contesto informale e non medicalizzato. “L’agricoltura sociale si inserisce ad affiancare e completare terapie mediche e psicologiche ufficiali, senza avere la pretesa di sostituirle – ha dichiarato Cristina Gagliardi – Rimane un valido alleato nella diffusione della longevità attiva, ma si tratta di un alleato che deve superare delle difficoltà, anche nella raccolta dei fondi, anche a causa dell’assenza di codici identificativi specifici per le aziende che svolgono attività di agricoltura sociale, che devono lavorare per singoli bandi, non potendo accedere a contributi statali per specifici servizi educativi.”

Corrado Bellagamba
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Corrado Bellagamba

Corrado Bellagamba è giornalista dal 2013. Collaboratore dell'emittente marchigiana Studio 7 TV, con cui seguo per lo più cronaca istituzionale e sportiva. Scrivo con alcune agenzie web in particolare sui temi della mobilità sostenibile e del diritto del lavoro domestico.

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