In Italia l’idea di tornare a studiare, per molti adulti, resta un tabù. Lo confermano i numeri: meno del 25% della popolazione tra i 25 e i 64 anni partecipa a corsi di aggiornamento durante l’anno, uno dei tassi più bassi d’Europa secondo l’OECD Skills Outlook. Eppure mai come oggi la formazione è indispensabile: non un capitolo iniziale della vita, ma una necessità quotidiana in un mondo che cambia di continuo.
Il problema: un’educazione ancora legata alla paura del giudizio
Perché? Il problema, forse, è nella scuola che hanno conosciuto da bambini. Pensaci. Inizia a risuonare qualche emozione anche dentro di te? A frenare un processo di “ritorno sui banchi”, seppure virtuale, non sono solo i vincoli organizzativi o i costi, ma un fattore più profondo: il rapporto emotivo e culturale con lo studio.
Per moltissimi italiani, l’idea di “studiare” è associata a esperienze scolastiche negative: ansia da prestazione, voti o giudizi severi, competitività, disparità, fatica sterile. Il sistema scolastico, storicamente centrato sulla valutazione numerica e sulla trasmissione frontale del sapere, ha spesso dimenticato la dimensione motivazionale e relazionale dell’apprendimento, con risultati ampiamente immaginabili: secondo una ricerca di Save the Children del 2024, il 60% degli adolescenti italiani tra i 14 e i 19 anni soffre di ansia da prestazione scolastica, e oltre il 40% afferma di non sentirsi valorizzato nel contesto educativo. Inoltre, l’Italia è tra i Paesi OCSE con più alta incidenza di disagio psicologico correlato alla scuola, specialmente tra le ragazze.
Cosa significa? Che la scuola viene vissuta da molti studenti non come luogo di crescita, ma come fonte di stress e giudizio, alimentando abbandono e disaffezione.
Eppure, la ricerca neuroscientifica è chiara: la competenza è motivante. Bambini e adulti traggono piacere da ciò che sentono di saper fare. Se l’apprendimento avviene in un clima sereno, in cui l’errore è visto come parte del processo e non come colpa, la curiosità può rifiorire.

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Vito è co-fondatore del Constructive Network e di Lavoradio. Giornalista e comunicatore, si occupa di osservare e raccontare il mondo del lavoro con un occhio sempre puntato sulla comunicazione e l’informazione.
La buona pratica: la scuola senza voti di Daniele Novara
In questo scenario, l’esperienza della scuola senza voti avviata a Piacenza da Daniele Novara, pedagogista e fondatore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), rappresenta una delle sperimentazioni più interessanti in Italia: una scuola pubblica primaria completamente priva di voti numerici. L’obiettivo è radicale: togliere il giudizio per liberare la motivazione. Al posto dei voti, gli insegnanti forniscono valutazioni narrative, incoraggiamento, momenti di confronto. L’errore non viene punito, ma accolto come momento di crescita. La classe non è più una scala gerarchica, ma una comunità di apprendimento.
Analizziamo alcuni pro e contro di questa sperimentazione che promette di rivoluzionare il classico (e per molti versi anacronistico) sistema scolastico italiano:
- Tra i pro della scuola senza voti
- Gli alunni partecipano con più entusiasmo, senza il timore di “essere etichettati”.
- Il clima in aula è più cooperativo che competitivo.
- I genitori vengono coinvolti nel percorso, non solo nei risultati.
- Si sviluppano capacità trasversali (ascolto, gestione del conflitto, lavoro di gruppo) spesso trascurate nella scuola tradizionale.
- Le criciticità da monitorare:
- L’assenza di voti può spiazzare le famiglie abituate a indicatori numerici immediati.
- Ci si chiede come verrà garantito il passaggio alle scuole secondarie, dove i voti tornano.
- Il successo dell’iniziativa dipende fortemente dalla formazione degli insegnanti e dal supporto delle istituzioni: non si tratta solo di togliere il voto, ma di cambiare metodo e mentalità.
L’esperienza di Novara apre in tutti i casi un dibattito importante: è possibile apprendere in modo più umano, motivante, duraturo?
Le prospettive: studiare per sé, non solo per la carriera
Oggi, nella società del cambiamento continuo, imparare non è più un’attività limitata all’età scolare. Ma se vogliamo davvero promuovere una formazione continua diffusa, dobbiamo liberarla da ciò che la rende respingente: la paura del giudizio, la noia, l’impostazione esclusivamente prestazionale.
Le soluzioni ci sono, e alcune arrivano proprio dal mondo della scuola:
- diffondere pratiche valutative narrative, anche nella scuola pubblica tradizionale
- riqualificare la figura dell’insegnante come guida, facilitatore e motivatore, non solo come trasmettitore di contenuti
- introdurre laboratori esperienziali e metodologie attive anche nei percorsi per adulti
- offrire percorsi formativi che siano utili, ma anche piacevoli e significativi: non solo per ottenere promozioni, ma per nutrire la propria crescita personale
In questa direzione vanno anche alcune innovazioni nel mondo del lavoro, in cui sempre più aziende iniziano a offrire formazione interna non solo per le competenze tecniche, ma anche per lo sviluppo personale e relazionale.
Torniamo ad amare la conoscenza
La scuola senza voti non è una provocazione nostalgica, ma una prova concreta che si può apprendere senza paura. E ci ricorda che il vero motore dell’apprendimento non è l’obbligo, ma il piacere di capire. Se vogliamo una società che sappia affrontare il cambiamento, non ci basta insegnare cosa imparare. Dobbiamo creare le condizioni perché le persone vogliano, di nuovo, imparare per il gusto di farlo. Forse è proprio questo che ci insegna la scuola di Novara: che ogni volta che togliamo un voto, possiamo restituire una voce.
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