Medicina Narrativa: la cura ha bisogno di storie e umanità

Cosa succede quando la diagnosi si allontana dalla persona? E quando l’ascolto scompare dai corridoi della sanità? La Medicina Narrativa nasce proprio qui: dove serve ricostruire ponti tra pazienti e operatori, in un sistema sempre più esigente e frammentato

Empatia, ascolto, narrazione. Sono parole che raramente compaiono nei protocolli clinici, ma che stanno diventando sempre più centrali nei percorsi di cura. La Medicina Narrativa nasce per questo: restituire spazio alla dimensione umana della salute, valorizzando la storia di chi affronta la malattia. Un approccio necessario per promuovere l’equilibrio del nostro Sistema Sanitario e, al contempo, la salute delle persone. Si tratta di una pratica sempre più diffusa tra operatori sanitari e sociosanitari, così come tra pazienti che negli ultimi anni hanno sviluppato una consapevolezza crescente non solo sulle cure farmacologiche, ma anche sui valori della presa in carico. Valori che la cura, integrati alle competenze cliniche, non può permettersi di trascurare: empatia, ascolto, relazione.

Che cosa si intende per Medicina Narrativa e quando nasce?

Si tratta di un approccio alla pratica medica che valorizza l’ascolto e le narrazioni dei pazienti come parte integrante della cura e della comprensione della salute. L’inizio della Medicina Narrativa risale alla fine degli anni Novanta quando Rita Charon prof.ssa alla Columbia University di New York inaugurò il primo corso di Medicina Narrativa con l’intento di stabilire un collegamento tra la pratica medica e l’esperienza unica di ciascun malato, anzi di ciascuna persona posta al centro della relazione sanitaria.
Da allora l’Italia così come tante comunità europee e del mondo si sono avvicinate a questa pratica i cui benefici sono innumerevoli sia per il paziente sia per l’operatore della salute.
Di Medicina Narrativa oggi si occupano associazioni, realtà ospedaliere, pubbliche e private, ambulatori, studi medici ma anche le Istituzioni a livello più alto quale il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS),promuovendo l’uso di questo approccio in particolare nell’ambito di patologie complesse come le malattie rare. 

La Medicina Narrativa un approccio trasversale

Non c’è ambito clinico in cui tale approccio non possa essere applicato. In generale è una metodologia comunicativa che dovrebbe essere acquisita degli operatori sanitari a prescindere dalla specialità di cui si occupano.
In particolare, risultati importanti, grazie alla Medicina Narrativa, sono ottenuti in Oncologia per quanto riguarda tre aspetti: elaborare il vissuto di malattia, ridurre l’ansia e migliorare la qualità di vita.
Anche nel contesto del dolore oncologico in Italia l’utilizzo della Medicina Narrativa risulta assai proficuo come rileva il progetto Tell me. Storie di cura in oncologia e cure palliative”, promosso da Sandoz, che sfocia nella raccolta di una serie di storie di pazienti.



Il punto di forza della Medicina Narrativa è che non contestualizza la gravità della malattia, ma il riflesso che questa ha sul paziente e sulla sua storia di vita, perché ognuno può vivere la stessa condizione con stati d’animo diversi e diverse conseguenze nel suo quotidiano.

La Medicina Narrativa antidoto al burnout dei sanitari

La Medicina Narrativa nasce come risposta alla necessità di integrare la pratica clinica basata sull’evidenza (Evidence Based Medicine) con l’ascolto empatico della storia del paziente. La spersonalizzazione dell’atto medico, complici anche le tecnologie, risulta essere una “bomba ad orologeria” in particolare nelle professioni di aiuto.  
Infatti, mai come negli ultimi 25 anni anche in Italia, assistiamo ad una crescita del fenomeno di burnout inteso come uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato da stress cronico lavoro-correlato che colpisce soprattutto le donne, diffuso soprattutto tra medici e infermieri.
Secondo Mondo Sanità, le professioni di cura sono tra le più colpite da quella che definisce una “pandemia invisibile” o burnout appunto. Siamo passati da un problema occasionale ad un problema sistemico amplificato dalla carenza cronica di personale medico e infermieristico, dal nord al sud Italia.
Ecco allora che la Medicina Narrativa può essere parte integrante della soluzione. Una fonte di benefici per l’equilibrio del Sistema sanitario, per la salute psicofisica degli operatori e per chi i pazienti stessi.

Intervista a Mario Cerati (SIMeN): “La Medicina Narrativa cambia la relazione di cura”

Per saperne di più sulla Medicina Narrativa, sugli sviluppi in Italia e i relativi benefici, abbiamo intervistato il dott. Mario Cerati Vicepresidente della SIMeN – Società Italiana di Medicina Narrativa – che in questi anni è diventata una vera e propria comunità di riferimento in materia di relazione e cura empatica.

Come possiamo definire l’approccio della Medicina Narrativa e come viene applicato?

Quando parliamo di medicina narrativa, ci riferiamo a una metodologia comunicativa specifica che aiuta a integrare il dato clinico con la storia del paziente, in modo da ampliare la prospettiva. Non focalizzarsi solo sul sintomo e sulla malattia non solo ha un aspetto sempre più richiesto dai pazienti e necessario per incontrare la parte umana e fragile del malato, ma è un naturale regolatore del percorso di diagnosi e cura. Diminuisce gli errori diagnostici e aiuta il percorso di consapevolezza che il paziente deve avere rispetto la sua malattia, per poter permettere una completa condivisione con i medici ai fini della co-costruzione del percorso di cura, diritto inalienabile, anche per legge, di ogni paziente.
Questa capacità di ascoltare il paziente aiuta anche a comprendere il significato che quella malattia ha nella sua vita, significato che aiuta il paziente nella scelta dei percorsi che lo riguardano.

Mario Cerati – SIMeN

La medicina narrativa è un approccio che cambia la relazione di cura, apportando benedici e miglioramenti per il paziente. Anche per gli operatori della salute ci sono ricadute positive?

Per i pazienti, come abbiamo visto, i benefici sono abbastanza evidenti. Un paziente che si sente compreso è anche un paziente che partecipa di più al proprio percorso di cura.
Ma per quello che riguarda i medici, l’aspetto di beneficio non è immediatamente evidente. Spesso il tempo in più che si deve dedicare all’ascolto (in realtà recuperato abbondantemente nelle fasi successive grazie al fatto che un paziente più informato collabora meglio e più efficientemente) viene visto come un ulteriore aggravio rispetto a ritmi sempre più pressanti. 
Il colloquio narrativo aiuta a ridurre quella distanza emotiva che spesso si crea per difesa e restituisce senso al lavoro clinico, perché con la co-costruzione non solo si crea alleanza terapeutica ma le scelte vengono condivise diminuendo potenziali conflitti.
Anche qui la Letteratura scientifica dà ampie dimostrazioni di come questo approccio, che poi si traduce in un approccio più empatico, diminuisca o addirittura annulli il burn out negli operatori sanitari, anche e soprattutto quando lavorano in condizioni difficili.

Nell’era delle tecnologie digitali, del chatbot e del teleconsulto, quanto conta l’approccio umano ed empatico nella relazione di cura?

Paradossalmente, mentre la medicina diventa sempre più tecnologica, l’approccio umano diventa ancora più centrale.
Le tecnologie digitali hanno un valore enorme: ad esempio, migliorano l’accesso alle cure, velocizzano i processi, supportano la diagnosi. Ma c’è una parte della medicina che non può essere automatizzata ed è quella che riguarda il significato della malattia per la persona, la gestione delle decisioni difficili, la costruzione della fiducia anche attraverso l’empowerment del paziente.
E a questo proposito, un sistema come l’AI può fornire informazioni magari anche corrette, ma non può accompagnare davvero una persona in un momento di fragilità. Non può cogliere una sfumatura emotiva, né adattare la comunicazione a ciò che il paziente è in grado, o meno, di sostenere in quel momento.
Inoltre, ogni tecnologia ha il suo costo/beneficio biologico e il suo riflesso, non sempre in modo favorevole, nella quotidianità della persona e va quindi spiegata ed accompagnata.  Spesso con i miei pazienti guardiamo insieme le informazioni che vengono dall’intelligenza artificiale.  A volte mi aiuta a ridimensionare informazioni che vengono date, altre volte ad approfondire aspetti che non sembravano importanti per il paziente, o a spiegare meglio passaggi che il paziente non aveva capito. 
E nelle televisite i codici comunicativi devono adeguarsi, ma non cambiano poi di molto e la parte centrale della visita orientata al paziente, attraverso la MN, è che l’empatia non è un elemento accessorio, ma una vera competenza clinica da integrare.  

Relazione di cura: prima la persona poi il paziente

Il paziente non è un numero, un utente spersonalizzato. Al contrario una persona che porta con sé una storia, fatta di paure e desideri, aspettative e questa storia deve trovare spazio e ascolto in chi ha deciso di abbracciare il lavoro della cura.
Se tutto questo non fosse ancora chiaro, la Medicina Narrativa e il suo intervento costante a beneficio della comunità italiana serve a ricordarlo e a segnare la strada per il futuro. Anche la Letteratura sottolinea come questo approccio incida sulla neurofisiologia del malato, migliorando la risposta alle cure e dei percorsi di riabilitazioni dopo la malattia. In conclusione, più la medicina diventa potente dal punto di vista tecnologico, più ha bisogno di restare profondamente umana. La parola diventa una forma di connessione tra se e l’altro, in una relazione che prevede uno scambio, un dialogo, una crescita per tutti i soggetti che sono coinvolti.

Deborah Annolino

Deborah Annolino

Deborah Annolino è giornalista professionista, si occupa di comunicazione e informazione nell’ambito sanitario e sociale. È ideatrice dello Studio di Comunicazione AD Communications ed è autrice di numerosi Format tra cui ABBI CURA, dedicato alla narrazione empatica arricchita dal punto di vista degli operatori della salute.

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