Le parole possono cambiare il mondo. È la consapevolezza ma anche il desiderio di chi lavora nel giornalismo e, in generale, nell’ambito della comunicazione. Una sfida linguistica e culturale che diventa più complessa quando siamo chiamati a raccontare la disabilità e le persone che vivono questa condizione.
Il linguaggio inclusivo
Rispetto al tema in questione, adottare un linguaggio inclusivo, che sia attento alle differenze della persona, purchè siano valorizzate, è fondamentale. Ciò per due motivi: per non alimentare pregiudizi e per comprendere che l’identità non coincide con la sua disabilità. Al centro infatti è la persona.
Non basta, evitare alcune parole considerate obsolete come “diversamente abile” oppure offensive come “handicappato”. Oltre al linguaggio diventa prezioso un atteggiamento di apertura e di empatia verso l’altro. Uno sguardo capace di accogliere, senza vittimizzare o al contrario eroicizzare la persona che ha una disabilità motoria o cognitiva. Ogni eccesso, in un senso o nell’altro, finisce per alimentare stereotipi e pregiudizi.
C’è da dire che il linguaggio è materia viva e che pertanto si evolve nel tempo.
Vengono introdotte nuove espressioni mentre altre decadono in quanto finiscono, con il tempo, per avere un’accezione negativa. In generale il linguaggio utilizzato, a prescindere che si tratti di un contenuto per i social, di una grafica, o di un articolo per un giornale, incide sui lettori e sulla loro percezione, contribuendo a modificare, nel bene o nel male, l’opinione pubblica.
Comunicare la disabilità: ecco la nuova guida per i giornalisti
Il dibattito su disabilità e linguaggio inclusivo, soprattutto negli ultimi anni, è al centro del lavoro di studiosi, giornalisti, scrittori ed esperti di linguistica. Segno anche questo che i tempi stanno cambiando e che l’identità della persona viene oggi presa in considerazione molto più che in passato.
Un lavoro editoriale che rappresenta una “bussola” preziosa è la guida “Comunicare la disabilità. Prima la persona” a cura di Antonio Giuseppe Malafarina, Claudio Arrigoni e Lorenzo Sani, edito dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Un testo contenente indicazioni e riferimenti deontologici per gli “addetti ai lavori” ma non solo. Infatti siamo tutti prosumer – produttori e consumatori di informazioni – e tutti dovremmo riflettere sulle sfumature delle parole.
La guida in questione si apre con le parole di Franco Bomprezzi, giornalista scomparso nel 2014, per sottolineare l’impegno di questa sfida linguistica che è in atto:
«I giornalisti, in genere, sono spesso insofferenti rispetto alle terminologie corrette che nascono dal movimento culturale e dell’evoluzione dei tempi. Non si pongono volentieri il problema della “connotazione” e dello “stigma”, preferiscono la semplicità e la coloritura forte di un termine ad effetto, immaginando che possa incontrare il favore del lettore o dello spettatore. Ma in tal modo contribuiscono non poco ad un’errata percezione della realtà esistenziale delle persone con disabilità».

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Tra gli autori della pubblicazione c’è anche Lorenzo Sani, giornalista impegnato per i diritti delle persone e per l’utilizzo di un linguaggio appunto inclusivo:
«È un momento in cui ci sono segnali di cambiamento. Si percepisce sempre più chiaramente che la disabilità non è legata alle condizioni di salute, ma all’interazione con l’ambiente. Di conseguenza riguarda tutti.
Anche importanti istituzioni come Inps e Agenzia delle Entrate hanno redatto un analogo glossario rivolto ai dipendenti e lo stesso ha fatto Banca Intesa. La parola è il core business dei giornalisti: considerando l’aggiornamento continuo del linguaggio che usiamo per comunicare questo è soprattutto un progetto doveroso.
Usando una citazione di Franco Bomprezzi che reputo particolarmente esaustiva, le parole sono contenitori, dentro c’è la vita, ci sono le persone, con la loro dignità».
Le parole sono contenitori: dentro c’è la vita e la dignità delle persone
Comunicare la disabilità significa abbandonare una narrazione artificiosa e scollata dalla realtà, per tabù o pregiudizi, che ancora oggi viene praticata. Una sfida condivisa sia tra gli esperti di comunicazione sia tra i professionisti del terzo settore legati al mondo della disabilità. Al centro è la persona con la sua dignità.
Si muovono in questa direzione le parole di Giusy Carella e Stefano Pietta esperti di comunicazione digitale i quali, in prima persona, vivono la disabilità.
Secondo Giusy Carella, responsabile del Coordinamento Redazione Magazine Online BNB Buone Notizie Bologna «L’errore principale che si fa è quello di identificare la disabilità con la persona che ce l’ha e viceversa, mentre non è così. Chi ha una problematica o uno svantaggio psicologico o fisico non è solo il suo svantaggio».

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Per Stefano Pietta, fondatore della web radio STEDj:«Le condizioni di disabilità devono essere raccontate senza pietismo e senza esaltazione. La disabilità è una condizione NON una malattia e non un qualcosa di negativo. Ma è importante, allo stesso tempo, raccontala senza abilismo. Una persona le cose le fa, a prescindere dalla sua condizione, in quanto PERSONA».
In conclusione: comunicare la disabilità non è sempre immediato e richiede l’esercizio di una scrittura libera per prima cosa da limiti e barriere culturali. Il confine tra disabilità e pietismo è labile e alle parole, che hanno un peso ed un valore, spetta il compito di non valicarlo.
La sfida linguistica a cui noi tutti siamo chiamati è un obiettivo comune e ambizioso. Il giornalismo costruttivo sta contribuendo ad alimentare quella che potremmo definire la “narrazione delle differenze” per rappresentare la realtà con tutte le sue sfumature che diventano a loro volta fonte di arricchimento per il nostro lavoro e la nostra stessa vita sociale.
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