Dalla stretta del DDL Valditara alle storie delle professioniste di Italy Needs Sex Education: perché le scuole sono il luogo decisivo per prevenire la violenza di genere.
La questione, che ciclicamente torna nel dibattito pubblico, è stata riportata al centro dell’attenzione dall’attuale governo. Il Ministro dell’Istruzione Valditara ha proposto un intervento normativo che riguarda le attività didattiche e progettuali non curricolari, spesso gestite da esperti esterni, che affrontano temi di natura sessuale, affettiva o etica. Il provvedimento è stato introdotto come emendamento al Disegno di Legge AC 2423 del maggio 2025 (attualmente ancora in discussione) intitolato “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”.
L’emendamento ha stabilito che le scuole debbano ottenere il consenso informato preventivo dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, prima di svolgere qualsiasi attività che tratti temi legati alla sessualità. Il testo prevede inoltre il divieto di insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole elementari. Secondo Valditara, la misura serve a evitare il rischio di “propaganda ideologica” sull’identità di genere e a rafforzare la centralità educativa delle famiglie.
Il 15 ottobre la Lega ha introdotto un’ulteriore modifica al testo che ha stabilito il divieto di insegnamento dell’educazione sessuale anche alle medie. In pratica, l’insegnamento dell’educazione sessuale sarebbe consentito solo alle superiori, previo consenso dei genitori o degli studenti se maggiorenni. Alle scuole medie rimarrebbe l’insegnamento di alcuni argomenti inerenti alla sessualità, come la riproduzione e le infezioni sessualmente trasmissibili (IST). Dopo settimane di polemiche con le opposizioni, il 10 novembre la Lega ha presentato in aula alla Camera un emendamento per cancellare il divieto di insegnamento dell’educazione sessuale alle medie, retrocedendo quindi al programma originario di Valditara. Il provvedimento, approvato il 3 dicembre è ora in discussione al Senato.
La voce di Italy Needs Sex Education
Facendo un passo indietro, prima delle tensioni generate dalle opposizioni contro la maggioranza di centrodestra, già il 7 agosto altre voci si sono sollevate per criticare il DDL Valditara: in un’audizione parlamentare, si sono espresse 8 associazioni femministe, transfemministe e impegnate nel contrasto alla disparità e alla violenza di genere. Tra queste, un nucleo in rappresentanza della campagna Italy Needs Sex Education (INSE): nata nel settembre 2024 dalla fondatrice Flavia Restivo, il suo obiettivo è arrivare a una riforma del sistema scolastico che inserisca l’educazione sessuo-affettiva come materia obbligatoria, per tutte le fasce d’età e tutti i gradi dell’istruzione. Le rappresentanti hanno sostenuto che il DDL, in concreto, finisca per privare le nuove generazioni di strumenti per crescere in sicurezza e consapevolezza, negando loro un vero e proprio diritto.
Dietro alla campagna INSE ci sono molte professioniste, di formazioni diverse, e diversi uomini impegnati nel progetto. Persone che svolgono un lavoro emotivo e relazionale che la nostra società ha storicamente caricato sulle spalle delle donne. Queste professioniste e questi professionisti sono fra le persone interlocutrici migliori per capire a fondo l’urgenza di un’educazione sessuo-affettiva obbligatoria e completa nelle scuole italiane, perché nei limiti ora consentiti, già la mettono in pratica da anni.
Lo stato dell’educazione sessuo-affettiva in Italia
Oggi le attività legate a questa forma di educazione a scuola sono disomogenee: la loro presenza negli istituti dipende da quanto consultori, centri antiviolenza o altre associazioni della società civile siano attivi sui territori. Infatti, le figure esperte che tengono le lezioni a scuola vengono assunte per l’incarico da queste strutture.
Marta Galli, educatrice professionista da 8 anni e referente regionale di INSE per la Lombardia, lavora nella tutela dei minori con situazioni familiari problematiche a Treviglio (Bergamo); dopo aver ottenuto un master abilitante da consulente sessuale tramite l’Associazione Italiana Sessuologia e Psicologia Applicata, ha iniziato a tenere corsi di educazione sessuo-affettiva alle elementari, medie e superiori nella provincia di Treviglio, tramite il consultorio del paese. «Ho scelto di fare questo master – racconta Marta – perché ho lavorato per tanti anni in comunità con i minori, e uno dei temi principali che uscivano sempre nei discorsi a tavola, a cena con loro, era la sessualità. Quindi ho pensato, perché non formarmi? Poi questi discorsi sono diventati anche una parte del mio lavoro».
Ambra Ghezzi, psicologa, tiene un modulo di un corso di formazione organizzato da INSE. Dal 2019 collabora con un centro antiviolenza a Monza, in Brianza. «Nel corso di questi anni – spiega Ambra – è stato chiaro che parte dell’impegno si sarebbe riversato non solo negli incontri individuali con le donne che si rivolgono al centro, ma anche nel campo della prevenzione: in quest’ottica l’ambiente scolastico è stato uno dei principali interlocutori a cui ci siamo rivolte».
L’iniziativa degli insegnanti: quando la passione personale diventa educazione
In assenza di CAV e consultori, queste attività sono lasciate alla volontà degli insegnanti che le hanno a cuore. È il caso di Francesca Nava, referente scientifica per INSE che da 10 anni insegna lettere nei licei lombardi. «Ho sempre avuto interessi spiccatamente femministi – racconta Francesca – ma per pura passione personale. Le cose sono cambiate quando un giorno, l’ultimo anno in cui ero precaria nella scuola in cui insegnavo, sento in corridoio un discorso fra colleghi: il corso di educazione sessuo-affettiva quell’anno non ci sarebbe stato perché il consultorio non si poteva più permettere di erogarlo a causa dei tagli. Quindi il corso lo avrebbe tenuto il professore di religione che, per quanto fosse una figura abbastanza informata e aperta, era privo di ogni tipo di formazione specifica. Allora ho deciso di capire se fosse possibile trasformare il mio interesse in una professione parallela». Francesca frequenta un master della Società Italiana Sessuologia ed Educazione Sessuale. Poi altri due master: «sono partita con la sindrome dell’impostore, non essendo una psicologa o una figura medica dovevo riempire dei vuoti. – spiega Francesca – «Però ho continuato a formarmi. Poi secondo me ho una caratteristica che potrebbe mancare ad altri educatori sessuali: sono una didatta e so come funzionano gli adolescenti. 10 anni di cattedra mi hanno dato il know how necessario». Francesca struttura percorsi che propone agli adolescenti sia nelle scuole del suo territorio, Monza – a volte anche nelle assemblee d’istituto, su richiesta delle ragazze – sia in realtà extrascolastiche come gruppi scout o collettivi studenteschi.
La professione non è regolamentata in modo rigido, quindi per ora non c’è un’unica formazione da seguire. Ogni professionista arricchisce la base comune di conoscenze con le proprie competenze. Il lavoro di Marta, Ambra e Francesca è più un’eccezione che la prassi comune: non esistono numeri precisi ed aggiornati sulla presenza dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane. Lo studio più recente è stato pubblicato nel 2022 e analizza la situazione tra il 2016 e il 2020. Al netto di oscillazioni negli ultimi anni, si può assumere il quadro fotografato da questi dati come un’approssimazione accettabile per farsi un’idea di quello che accade nel 2025.
Nell’anno scolastico 2016/2017, su 5.364 scuole superiori pubbliche, poco meno di 1.400 hanno organizzato percorsi di educazione sessuale. Il numero è salito fino a circa 1.600 istituti, per poi scendere a 1.200 nel 2020, complice l’impatto della pandemia. Spesso si sono tenuti solo tre incontri annuali da due ore, incentrati soprattutto su IST, dinamiche relazionali e sessualità. L’offerta è risultata più diffusa nel Centro-Nord e nelle grandi città, mentre al Sud si concentra soltanto il 17% degli interventi. Nella scuola primaria, infine, i progetti sono stati rarissimi: solo 13 su un totale di 232.
A cosa serve l’educazione sessuo-affettiva?
L’Italia rimane uno dei pochi paesi europei in cui questo strumento educativo non è garantito a ciascuno con l’obbligo scolastico, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria. Questo avviene nonostante negli anni gli organismi internazionali ne abbiano ratificato sempre più l’utilità: dal 2010 l’Organizzazione mondiale per la sanità, raccomanda che il percorso inizi «fin dalla tenera età».
Nel 2018 l’Unesco afferma che «l’educazione sessuale nelle scuole consente a bambini e ragazzi di sviluppare conoscenze, competenze, atteggiamenti e valoriche li metteranno in grado di realizzarsi, nel rispetto della loro salute, del loro benessere e della loro dignità».
Ma a desiderarla sono soprattutto ragazze e ragazzi. A confermarlo ci sono i dati dello storico Osservatorio Durex “Giovani e Sessualità”, realizzato in collaborazione con Skuola.net tra maggio e giugno 2025 su un campione di 15.000 giovani tra gli 11 e i 24 anni. Nove giovani su dieci chiedono l’introduzione dell’educazione sessuale a scuola e vorrebbero affrontare temi come informazioni sulle IST e sulle protezioni (54%) e il consenso nelle relazioni affettive (48%), in modo costruttivo e con il supporto di professionisti qualificati.
Che l’educazione sessuo-affettiva sia una risposta a bisogni reali, lo mostra anche l’esperienza diretta delle professioniste impegnate a praticarla. «Vediamo alunne e alunni – dichiara Ambra Ghezzi – che hanno bisogno di spazi in cui potersi esprimere, in cui essere visti e ascoltati. Chiedono strumenti per stare meglio con sé e con gli altri, per gestire dinamiche complicate in classe, per vivere meglio le relazioni sentimentali, per capire cosa avviene dentro di loro e per scoprire che spesso quelle sensazioni che vogliono mettere a tacere sono proprio le più importanti da ascoltare; che non sono soli e chi è attorno a loro condivide il loro vissuto».
Gli effetti sono evidenti, quando ragazze e ragazzi si aprono. «Mi è capitato che una ragazza mi chiedesse: “ho una mestruazione dolorosissima, ma mia mamma non vuole farmi andare dal ginecologo… cosa posso fare?” – racconta Francesca Nava – È capitato che i ragazzi si mettessero a nudo sul proprio sentire – una cosa che di cui abbiamo estremamente bisogno – e sulla propria frustrazione derivante dal non riuscire a rapportarsi al femminile. Oppure di recente un ragazzo è venuto a ringraziarmi perché nella sua prima relazione ha messo in pratica quello che ha imparato sul consenso e la ragazza è stata contentissima di sentirsi così rispettata. Piccolissime cose che però nella vita di queste persone sono enormi».
Educazione sessuo-affettiva come strumento di prevenzione della violenza di genere
Le potenzialità più rivoluzionarie dell’educazione sessuo-affettiva riguardano la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere. Lo ha rimarcato la Fondazione Giulia Cecchettin l’11 novembre, in audizione alla Commissione d’inchiesta sui femminicidi. Gino Cecchettin, il padre della ventiduenne uccisa dall’ex-fidanzato, a due anni dal delitto si è espresso sul dovere di insegnare a ragazze e ragazzi «a riconoscere la violenza prima che si trasformi in gesto, prima che diventi tragedia».
Rossella Ghigi, professoressa di Sociologia all’Università di Bologna, si è occupata delle ricerche che indagano la correlazione tra programmi di educazione sessuo-affettiva e contrasto alla violenza di genere. «Il tema è così consolidato che ci sono rassegne che si interrogano su 30 anni di lavori, come quella di Goldfarb e Lieberman», nota la professoressa. L’approccio di questi studi è lo stesso che utilizziamo per sperimentare un farmaco, cioè lo testiamo su una popolazione, ne osserviamo gli effetti a breve, medio e lungo periodo e poi confrontiamo questi risultati con una popolazione che non ha usufruito di quelle pratiche educative. «Bisogna innanzitutto sottolineare – afferma la professoressa Ghigi – che questi approcci misurano i risultati quando interveniamo su una popolazione studentesca in maniera continuativa – non con una semplice oretta generica che spesso è il massimo in Italia – e su piccole comunità, coinvolgendo tanti soggetti, cioè gli insegnanti, il personale scolastico, soggetti esterni e addirittura i genitori in una serie di attività». A queste condizioni, si ottengono dei risultati ben precisi: nel breve termine, in forma di conoscenze; nel medio termine, in forma di competenze di giudizio, emotive e relazionali; nel lungo termine, per esempio, in forma di diminuzione della probabilità di trovarsi in una relazione abusante, anche a distanza di svariati anni da quando si riceve l’educazione; oppure ancora, aumenta la probabilità che vengano denunciati gli abusi in famiglia. Questi sono alcuni dei risultati su cui si basano le linee guida UNESCO evidence-based del 2018.
Il paradosso nordico
Seppur sia dimostrata, alcune figure politiche in Italia mettono in dubbio la correlazione tra educazione sessuo-affettiva e contrasto alla violenza di genere. Ad esempio, la Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, in occasione della Conferenza internazionale contro il femminicidio del 21 novembre ha affermato: «Non c’è correlazione tra l’educazione sessuale a scuola e una diminuzione di violenze contro le donne. Lo vediamo nei Paesi dove da molti anni [l’educazione sessuale a scuola, n. d. r.] è un fatto assodato, come per esempio la Svezia. La Svezia ha più violenze e femminicidi di noi». Questa argomentazione è anche detta il “paradosso nordico”.
Come spiega Francesca Nava, l’argomento non considera che ad aumentare il numero di violenze registrate contribuisce proprio il fatto che ci siano più denunce, perché le donne hanno maggiore consapevolezza della violenza, capacità di intercettarla e fiducia nel denunciarla; inoltre la maggiore libertà femminile potrebbe anche scatenare una reazione degli uomini alle prerogative perdute.
Rossella Ghigi spiega altri due punti che dimostrano l’infondatezza del “paradosso nordico”. Il primo è che, se in Svezia c’è un altro tasso di femminicidi rispetto all’Italia, c’è anche un tasso molto più alto di omicidi e suicidi. L’Italia è tra i paesi in Europa con il più basso tasso di omicidi. «Quindi – continua – non si stanno paragonando due situazioni davvero confrontabili». Una seconda obiezione viene da studi più recenti sui femminicidi (Eurostat) basati su dataset più omogenei provenienti da vari paesi europei, che tengono conto della relazione tra autore e vittima del delitto. Qui non si osserva più una quantità maggiore di violenze nei paesi dove le politiche hanno portato a una consolidata parità di genere. «Questi studi comparativi – conclude la professoressa – hanno mostrato che nei paesi più attivi sull’educazione sessuo-affettiva, a essere più alta è la percezione di aver subito violenza nella vita, mentre se si considera la violenza più vicina, vissuta nella relazione attuale, essa è più alta nei paesi con minori livelli di educazione sessuo-affettiva, come Romania, Bulgaria, Slovacchia, Grecia».
Com’è fatto un programma di educazione sessuo-affettiva
Al livello di percezione, molte resistenze culturali verso l’educazione sessuo-affettiva sono dovute al fatto che a pochi è chiaro in cosa consistono le lezioni. Marta Galli porta i suoi corsi alle elementari, medie e superiori, quindi ha una visione panoramica di come contenuti e metodologie si adattano alle diverse età. La prima cosa da notare, è che l’educazione più scientificamente accreditata non è solo sessuale, cioè non spiega solo aspetti biologici della riproduzione, igiene, prevenzione di malattie e gravidanze indesiderate. La locuzione “sessuo-affettiva” (o l’inglese Comprehensive Sexual Education) indica proprio che la sessualità è trattata fin dall’inizio come inseparabile dalla sua dimensione emotiva e relazionale, che è proprio il terreno dove si genera la violenza.
«Con i bambini delle elementari partiamo della parola “sesso” – spiega Marta – spieghiamo loro che il sesso da solo, con lo scopo della riproduzione, è più una cosa che fanno gli animali, invece tra gli umani c’è anche l’amore, o comunque un’emozione. Così introduciamo in modo semplice la relazione. Quindi spieghiamo che a volte due persone che si vogliono bene possono decidere di fare un bambino». Il racconto prosegue con un libro che illustra le fasi della gravidanza. Poi la parte biologica sull’anatomia. «Spieghiamo come siamo fatti, con i nomi giusti e scientifici, che sono importanti per chiedere aiuto in modo chiaro in caso di dolori o abusi. Un tema importante è il ciclo mestruale, che tante bambine in quinta elementare già hanno. Cerchiamo di smontare tutti i falsi miti che circolano a riguardo, in cui tanti adulti ancora credono».
Già dalle elementari si spiega il concetto di consenso, pur senza menzionarlo direttamente. Lo si fa parlando, ad esempio, di quello che succede nell’intervallo, di come ci si sente quando qualcuno non vuole condividere un gioco. Come si reagisce? «Si fa anche un ragionamento diretto specificamente a riconoscere gli abusi – aggiunge Marta – Raccontiamo che le parti intime devono rimanere intime, e se qualche adulto le tocca bisogna andarlo a dire a qualcuno. Segue allora una parte sulle persone di fiducia. Come faccio a riconoscere una persona di cui posso fidarmi, a cui posso raccontare le cose brutte che mi succedono? Facciamo una lista di caratteristiche e degli esempi».
Alle medie e alle superiori i temi sono sempre questi, ma vengono approfonditi e resi più complessi, con un linguaggio appropriato alla fase di maturazione. Si fa luce sulle dinamiche delle relazioni, proprio mentre le prime si stringono lì, nei corridoi. Poi i più classici preservativi e le IST. «La struttura del programma è a spirale – dice Rossella Ghigi – con un ritorno sulle stesse questioni ma viste più nel dettaglio». Questo tipo di didattica permette di seguire le indicazioni dell’Oms, secondo cui già dalle elementari i bambini dovrebbero «imparare il concetto di sesso accettabile, volontario, paritario, caratterizzato dal rispetto di sé, adeguato all’età e al contesto».
Una didattica partecipata: coinvolgere gli studenti per parlare di corpi, relazioni e quotidianità
Un’altra caratteristica fondamentale della didattica è l’interattività. Il momento più apprezzato da studentesse e studenti è sempre quello delle domande anonime. Vi si dedica almeno mezz’ora; vengono scritte su dei foglietti, raccolte in una scatola, e poi si cerca di rispondere, chiarire dubbi, oppure iniziare una discussione insieme. «Ce ne arrivano sempre così tante che non facciamo nemmeno in tempo a leggerle tutte», dice Marta Galli. Se alle elementari c’è una parte di lezione frontale, per far mantenere più alta l’attenzione ai bambini, alle medie e al liceo si parte sempre dalle domande, e la lezione ha un aspetto circolare e corale, non frontale. «Serve far diventare loro parte attiva – spiega Ambra Ghezzi – Serve capire cosa loro pensano, come loro vivono le relazioni, come si spiegano determinati comportamenti e cosa li fa soffrire». Non si tratta di fornire dall’alto nozioni fredde e modelli schematici a cui conformarsi.
«L’educazione sessuo-affettiva è tanto più efficace quanto più riesce ad entrare nel contesto della vita quotidiana. Coi più piccoli ci saranno giochi e attività, laboratori e esplorazioni giocose per conoscere il corpo, per imparare a capire i nostri limiti. Man mano che si cresce le proposte si modificano, sempre cercando di coinvolgere la classe in prima persona: al centro sempre la propria esperienza, i corpi che cambiano, le prime relazioni. Anche gli adolescenti vanno spronati a mettersi in gioco, attraverso ricerche, dibattiti, espressioni creative».
Francesca Nava inoltre, da professoressa di liceo, suggerisce che un traguardo ulteriore dovrebbe essere integrare l’educazione sessuo-affettiva anche nel lavoro consueto di tutti i docenti. In Belgio, Germania e Olanda, ad esempio, è concepita come materia trasversale che richiede competenze diffuse tra tutti gli insegnanti. «Dobbiamo essere pronti a cogliere lo spunto che la materia o la quotidianità offrono per parlare di affettività e sessualità. Il mio cavallo di battaglia sono i “Promessi Sposi”, quando Don Rodrigo, di fatto, fa catcalling a Lucia: da lì parlo di molestia verbale e facciamo un lavoro in gruppi. Ha un impatto fortissimo, soprattutto sui ragazzi, che prendono coscienza di una cosa di cui a volte non hanno idea». Oppure ancora, prosegue Francesca, «dovremmo cogliere il momento in cui si urlano insulti l’un l’altro come un momento di vera formazione. A volte non ci si sente pronte, si pensa di non avere voglia o che non sia necessario. Ma visto che siamo educatori, dovremmo sfruttare occasioni del genere per fare un’educazione vera, prenderle come opportunità e non avere paura di affrontarle».
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La ragione più pressante che la maggioranza di governo ha addotto a favore del DDL Valditara è che, nelle parole del deputato leghista Rossano Sasso, l’educazione sessuo-affettiva permetterebbe a «attivisti politici di fare propaganda politica a scuola», diffondendo «l’ideologia gender». Una supposta emergenza legata a fenomeni di «indottrinamento» dei giovani è rilanciata anche da associazioni come Pro Vita, tra i maggiori sostenitori del disegno di legge, a favore del quale ha promosso la campagna “Mio figlio no. Scuole libere dal gender”.
«C’è una paura irrazionale verso la parola “gender” o “genere” – riflette Rossella Ghigi – che è dovuta a un fraintendimento. Le persone non sanno cosa sono il sesso biologico, l’identità di genere, l’identità sessuale, l’orientamento sessuale, l’orientamento romantico. Tutti concetti tecnici, il primo biologico, gli altri anche psicologici e sociologici, che descrivono dei fenomeni». Tuttavia, sembra che solo nominare la parola “genere” per molti basti a cancellare tutti gli elementi che la cultura conservatrice considera alla base di una società sana: le certezze della “natura”, un dato ordine del mondo che è così da sempre.
«Posto che un tale ordine e una natura così immutabile possano esser dati per assodati, – argomenta la professoressa – non tutto riposa sulla natura, ma molti dei fenomeni umani derivano da costruzioni sociali. Il genere è uno di questi: “genere” è il nome che diamo a tutte quelle aspettative e attese sociali sul maschile e sul femminile che plasmano il modo in cui impariamo ad amarci, relazionarci, stare al mondo. Parlare di identità di genere ai ragazzi non significa quindi inculcare loro degli atteggiamenti o innescare disorientamenti esistenziali; al contrario, significa metterli al corrente di come si formano certi stereotipi e in che modo possono essere dannosi».
Superare gli stereotipi nelle scuole
Che siano dannosi è un fatto: ricerche come quella dell’Istat del 2019 sugli stereotipi di genere mostrano che la giustificazione delle violenze sulle donne sono spesso associate a visioni stereotipate delle differenze e alla discriminazione di genere: una visione di femminile e maschile come poli opposti, in cui al primo termine sono associati istintività, irrazionalità, infantilismo, dipendenza, dolcezza, o il mettersi a disposizione degli altri, mentre al secondo termine ragione, spontaneità, maturità, controllo, aggressività e indipendenza. «Sono questi i presupposti – dice la professoressa Ghigi – per i quali, ad esempio, nella relazione di coppia violenta si esige che lei rimanga ad accudire lui, mentre si concede che lui abbia tutto il diritto di sfogare scatti di rabbia su di lei». Questo il paradosso del DDL Valditara, o di alcune sue giustificazioni: come si può pensare di educare le nuove generazioni a contrastare la violenza basata sul genere, senza parlare di genere?
Per questo chi si occupa di educazione sessuo-affettiva nelle scuole dedica del tempo agli stereotipi di genere. «In quinta elementare – dice Marta Galli – li introduciamo attraverso un’attività: facciamo un cartellone in cui scrivono e disegnano da una parte cosa di solito fanno i maschi, dall’altra cosa fanno le femmine. In terza media invece facciamo una spiegazione con un video molto carino sullo “zaino di Spider-Man”: la storia di una ragazzina che vuole questo zaino ma non glielo regalano perché è da maschi».
«La psicologia dello sviluppo dice che l’identità personale, e poi sociale, si forma intorno ai 3-4 anni sulla basa dell’individuazione di differenze che ci separano dagli altri», spiega Giulia Grechi, terapista della riabilitazione psichiatrica, consulente sessuale e responsabile per la regione Toscana di INSE. Lo scopo quindi non è negare le differenze di genere, perché esistono. Ma non devono diventare pregiudizi che limitano i bambini, bambine, ragazze e ragazzi e nel tempo legittimano comportamenti violenti.
Il profilo Instagram di Giulia Grechi
Chi si oppone all’educazione sessuo-affettiva in Italia pensa che le nuove generazioni vengano “condizionate” e introdotte prima del tempo ad argomenti che potrebbero turbare la serenità del percorso di vita sessuale. In realtà lo scopo è l’esatto opposto, non destabilizzare ma coltivare mezzi per crescere con consapevolezza. «Ad esempio, sull’orientamento sessuale, in genere pensiamo: “sono eterosessuale perché mi piacciono i maschi” – dice Giulia, da donna etero – Ma in realtà questo non è vero. Del maschio mi piacciono i caratteri sessuali. Questo è palese quando un uomo vede quella che sembra una donna di schiena e è attratto da alcuni suoi attributi, poi la donna si gira e magari ha la barba. Allora quell’uomo è omosessuale? No, perché tecnicamente è attratto dai caratteri sessuali femminili. Queste cose, che c’è di male nel dirle e nel saperle?».
Perché la famiglia non basta
Uno degli argomenti centrali richiamati da Valditara a sostegno dell’emendamento sul consenso informato è che difenderebbe il primato educativo della famiglia. Questa impostazione, nella pratica, mostra subito i suoi limiti. Il primo è evidente a chi lavora sul campo: non sempre la famiglia è un luogo sicuro. Proprio dentro le mura domestiche possono consumarsi violenze fisiche, psicologiche o sessuali; impedire alla scuola di intervenire senza il filtro del consenso familiare significa lasciare ragazze e ragazzi senza la certezza di avere uno spazio neutro in cui riconoscere e nominare abusi che potrebbero trovarsi a vivere.
Un secondo limite è che la maggior parte degli adolescenti (il 72,2% secondo lo studio dell’Osservatorio Durex) ritiene che le figure più idonee all’educazione sessuo-affettiva siano professionisti neutrali. Come raccontano le professioniste intervistate, bambini e adolescenti si sentono meno giudicati: è difficile superare l’imbarazzo che si porta dietro il nucleo familiare e i suoi vissuti. L’ambiente scolastico ne è slegato, e diventa il luogo privilegiato per tutte le domande che arrivano, anonime, sui foglietti piegati, mai pronunciate a casa.
Il terzo punto è forse il più decisivo: la competenza. Parlare di corpo, salute sessuale, consenso, relazioni, stereotipi, richiede conoscenze scientifiche e aggiornate, oltre che le capacità pedagogiche di tradurle con linguaggi adeguati alle età. Serve una formazione qualificata che spesso le famiglie non hanno.
Il ruolo delle famiglie: tra tabù, consapevolezza e diritto all’educazione
Giulia Grechi lavora nell’Aretino in una residenza psichiatrica dove si occupa della salute sessuale e relazionale dei pazienti, ma di recente ha iniziato a tenere dei corsi di formazione per genitori. «Alcuni genitori mi hanno contattata per passaparola – afferma Grechi- si trovavano in difficoltà nell’affrontare questi argomenti con i propri figli e figlie. Allora è nato il progetto “Crescere con il corpo”, in cui condivido delle conoscenze su determinate aree della sessualità durante la crescita».
L’impressione è che i genitori «facciano fatica ad affrontare queste cose, perché sono generazioni per cui la sessualità era veramente un tabù. Ma sono anche più attenti a non far mancare ai propri figli ciò che è mancato a loro. Su questo c’è una sorta di risveglio». Un risveglio dovuto anche a un dato che i genitori conoscono molto bene: se nessuno gliene parla, i giovani cercano di capire il sesso dalla pornografia. Uno studio di Save The Children evidenzia come il primo contatto con la pornografia online avvenga tra i 6 e i 17 anni, con la frequenza più alta intorno ai 12 anni. Un’altra ricerca di Save The Children, condotta su 800 adolescenti italiani tra i 14 e i 18 anni, rileva che circa un quarto ritiene che i materiali pornografici offrono una rappresentazione realistica della sessualità e che aiutino a capirla meglio. I genitori sanno che se la scuola non interviene, i figli sono lasciati a elaborare da soli gli stimoli a cui sono esposti online. Molte famiglie infatti sono d’accordo con l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nel curriculum scolastico. Lo conferma il rapporto dell’osservatorio “Giovani e Sessualità” di Durex, che ha analizzato anche le opinioni dei genitori, oltre che dei ragazzi: quasi 8 su 10 (il 78,6%) sono favorevoli.
Se le famiglie che vogliono questo strumento educativo a scuola sono molte, si potrebbe sostenere che il consenso informato proposto dal DDL Valditara tutela quella minoranza di famiglie che invece non lo vogliono. Tuttavia, come spiega Francesca Nava, subordinare la possibilità di accedere a uno strumento di libertà e crescita al consenso delle famiglie, crea una disuguaglianza. Il sistema diventa a due velocità: chi tra i giovani ha accesso alle informazioni, e chi no. Verrebbe lasciato indietro chi ha famiglie più rigide o assenti.
Un cambiamento da costruire
Dalla Legge 405 che nel 1975 istituiva i consultori familiari, si contano almeno 16 proposte vagliate in Parlamento per introdurre l’educazione sessuale e affettiva come parte strutturale dei programmi scolastici italiani. Finora nessuna è passata. L’ultima è stata presentata alla Camera il 27 novembre 2023 dalla deputata Stefania Ascari (M5S) ed è ancora in corso di esame in Commissione. Quello di arrivare a una riforma era anche l’obiettivo originario di INSE. «Ci siamo poi rese conto che è fiato sprecato in questo momento: non ha senso creare una riforma se nessuno ci ascolta. Quindi stiamo dirottando tutto l’impegno sulla sensibilizzazione, che porti un cambiamento del clima culturale tale per cui questa riforma diventi possibile».
Nonostante gli spazi loro concessi siano ancora pochi, professioniste come Ambra, Francesca, Giulia e Marta stanno già producendo quel cambiamento che le nuove generazioni chiedono, e ne sono testimoni. «Mi è capitato di vedere nel mio paese due ragazzine uscite da scuola che piangevano – racconta Giulia Grechi – Ho chiesto cosa fosse successo e loro mi hanno raccontato che un uomo aveva mostrato loro le proprie parti intime. Mi hanno detto poi che non era la prima volta, le seguiva quando scendevano dall’autobus». Le mamme hanno contattato Giulia e lei ha spiegato loro come fare denuncia. «Già la mattina dopo i carabinieri lo hanno arrestato». Quello che conta, secondo Giulia, è che le bambine sapevano come agire, utilizzavano dei linguaggi che permettevano loro di capire che il fatto era grave e dovevano subito parlarne a una persona fidata. «Anche a me è successo e anche a mia madre è successo – riflette Giulia – ma rispetto a come gli adulti rispondevano all’epoca le cose sono differenti. A me dicevano: “lascia stare, è inutile che denunci”».
Dalla pratica all’istituzione: un sapere che protegge, dal basso
Le informazioni e i comportamenti di contrasto alla violenza sempre più diffusi sono il risultato di un’insistente opera di prevenzione che viene da lontano: prima il movimento femminista, poi i centri antiviolenza, e ora le nuove figure che entrano negli ambienti scolastici. Per fare ancora di più, sostiene Francesca Nava, «oltre all’educazione sessuo-affettiva come materia obbligatoria, da svolgere con una cadenza di almeno due volte al mese e mantenendo il rapporto didattico con una stessa persona, servono delle risorse fisse interne alla scuola che possano offrire consulenza e gestire i casi problematici, come succede con gli psicologi scolastici».
Nell’audizione parlamentare del 7 agosto le professioniste di INSE, come molte altre, hanno dato voce a queste idee davanti ai decisori politici. «Eravamo nove persone – racconta Francesca – ognuna con il suo bagaglio personale ha aggiunto un pezzo. È stato un lavoro di sorellanza – lo dico in senso femminista – meraviglioso. La cosa più faticosa è stata sentirsi quasi zittite, ancora una volta. Ci sono arrivate delle domande retoriche che erano chiari insulti alla nostra professionalità».
Nonostante le svalutazioni subite, è grazie a figure come loro che alle nuove generazioni italiane arriva un sapere che le protegge e le libera. Un sapere che arriva «non in maniera verticale, dall’alto», specifica Giulia Grechi. L’educazione sessuo-affettiva viene dal basso: «c’è un cerchio di persone che già hanno le proprie conoscenze e vissuti sulla sessualità e noi, le professioniste di turno, oltre a smontare stereotipi, facilitiamo la conversazione. Soprattutto cerchiamo di rendere normali queste conversazioni». Mentre nutrono ancora il dialogo, vogliono anche costruire un ponte che colleghi la loro pratica quotidiana con una futura trasformazione istituzionale. «L’audizione parlamentare è stato solo il primo passo di un cammino che sarà molto lungo».
Laureato magistrale in Filosofia con esperienza editoriale come redattore e responsabile contenuti editoriali. Collaboro con varie testate online e con il WWF, curando articoli, format divulgativi e progettazione di contenuti. Mi occupo soprattutto di transizione energetica ed ecologica. Per passione, scrivo anche di musica.
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