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L’arteterapia in Italia: tra creatività e cura

Mar 12, 2025
Arte terapia

L’arteterapia viene sempre più valorizzata come disciplina essenziale in diversi ambiti della cura, che spaziano dalla salute mentale alla riabilitazione fisica. Tra i suoi obiettivi infatti c’è anche quello di stimolare le risorse creative, espressive, affettive, cognitive e relazionali dei pazienti.

L’arte è una forma di espressione antichissima: troviamo le prime testimonianze già nel lontano Paleolitico, anche se per qualcuno l’arte esiste da quando esiste l’uomo. Non comunicare per l’essere umano è impossibile e l’arte è uno dei mezzi di comunicazione più potenti.

I linguaggi utilizzati possono essere molteplici: pittura, scultura, musica, teatro, danza… Questi, uniti agli strumenti a disposizione di arteterapeuti professionisti, permettono ai pazienti non solo di gestire una malattia o progredire più rapidamente nei processi di riabilitazione, ma anche di esplorare le proprie emozioni, migliorare l’autostima, gestire le dipendenze, alleviare lo stress, migliorare i sintomi di ansia e depressione.

All’estero l’arteterapia è sicuramente più sviluppata e compresa, ma anche in Italia sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni. Proprio perché è ancora un territorio poco esplorato, abbiamo voluto intervistare il clinico e psicoanalista Roberto Pasanisi del CISAT (Centro Italiano Studi Arte Terapia), uno dei massimi esperti di arte terapia in Italia e nel mondo.

Roberto Pasanisi, italianista, scrittore, editore, giornalista, psicologo clinico, psicoterapeuta e psicoanalista, è nato a Napoli nel 1962. È stato professore di Letteratura Italiana, Psicologia, Storia del cinema, Politica e società italiana in Università italiane e straniere. È attualmente docente e direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli e del CISAT (Centro Italiano Studî Arte-Terapia.

Cosa si intende esattamente per arteterapia, prof. Pasanisi?

L’Arteterapia si è finora sviluppata sulla base di tre modelli incompiuti: come una tecnica essenzialmente riabilitativa o di sostegno rivolta principalmente agli psicotici od ai minorati, fisici o psichici che fossero, intesa a ridurre le minorazioni psicofisiche ed a migliorare le capacità relazionali e di socializzazione
dell’individuo affetto da una patologia più che nevrotica; come una sorta di laboratorio di pittura e scultura, attento a cogliere (ed eventualmente ad esprimere) le emozioni connesse alla pratica artistica; o infine in ‘forma ancillare’, vale a dire come una psicoterapia che si avvaleva delle arti figurative a livello
essenzialmente strumentale e secondario nell’àmbito di una tecnica più vasta ed articolata, specialmente psichiatrica. Essa è stata praticata non soltanto da psicoterapeuti, ma da esperti dei più svariati
campi — musicisti, artisti, scrittori, drammaturghi, maestri di scuola, insomma sulla base delle competenze più svariate — restando al di qua o andando al di là della psicoterapia stricto sensu — l’unica che qui ci interessi — praticata da uno psicoterapeuta, o meglio ancóra da uno specialista in Arteterapia. Essa è stata sostanzialmente priva sia di un impianto teorico compiutamente definito che la
legittimasse scientificamente in maniera univoca e soprattutto autonoma, sia di una qualsivoglia istituzionalizzazione che ne precisasse i cómpiti e gli obiettivi, ne chiarisse le caratteristiche precipue (anche contrastivamente rispetto alle altre scuole psicoterapeutiche) e ne stabilisse i limiti, fissando nel contempo una deontologia professionale.
Molti oggi sono infatti le scuole ed i corsi di scrittura creativa, i laboratori di pittura e scultura a fini terapeutici o riabilitativi, ed altre iniziative simili; come pure gli psicologi, gli psicoterapeuti e gli psichiatri che adoperano l’arte in forma per così dire ‘ancillare’, idest come una tecnica fra le altre nell’àmbito di una teoria e di una prassi diverse, che nulla hanno a che vedere con l’Arteterapia.
Qui invece si intende l’Arteterapia come psicologia clinica, ovvero come una ‘teoria ed una prassi psicoterapeutica’ a tutti gli effetti ed autonoma, sviluppando questa disciplina come una scuola di psicoterapia tout court, curata non da scrittori o pittori o scultori o da psicologi di altre scuole, ma da specialisti in questo particolare tipo di psicoterapia; e se ne pongono i ‘fondamenti’ teoretici e pratici.

Quando nasce l’arteterapia? Quali i principi e i benefici principali?

Si equivoca, spesso, in codesto passaggio, facendo confusione fra l’Arteterapia – che è termine generico e generale, che indica tutto e il contrario di tutto… – e la Psicoarteterapia, che è invece (e diversamente dall’arteterapia, della quale è in effetti lo sviluppo finale nella storia della psicologia, della quale l’arteterapia, propriamente, non fa in alcun modo parte) un modello scientifico di psicologia
clinica e psicoterapia stricto sensu. Tanto più nel loro sviluppo odierno esse non vanno perciò in alcun modo confuse, ma tenute radicalmente distinte e separate.
L’arteterapia è, appunto, una parola che comprende una molteplicità di tecniche e pratiche generiche e generali, che non hanno nulla a che vedere con la psicologia, segnatamente clinica, ma piuttosto con l’arte e le sue infinite declinazioni emotive, non strutturate né organizzate secondo un modello teorico e pratico di clinica psicologica terapeutica, ovvero scientifica, non artistica.
Questo risulta ancora più evidente quando il termine viene addirittura usato – e ciò oggi accade non di rado – al plurale: artiterapie – ancóra più.

Come viene inquadrata dalle altre forme di medicina (es. dalla psicologia)?

Fissiamo in ‘PAT’ la sigla abbreviativa della disciplina che qui vogliamo proporre sotto il nome di ‘Psicoarterteterapia’ (P.A.T.), intesa come una nuova scuola psicoterapeutica costituita secondo un ‘modello integrato’ e contrassegnata da tre caratteristiche fondamentali e sue specifiche: l’uso dell’arte e delle sue tecniche come ‘strumento terapeutico’; l’approccio integrato, ove opportuno, con il training
autogeno (TA) nella sua formulazione classica; la costituzione eclettica, che le permette di attingere, sia sul piano teorico che su quello propriamente terapeutico, a diverse altre scuole, segnatamente alla Psicoanalisi, alla Psicologia analitica, alla Psicologia della Gestalt ed all’Analisi Transazionale (AT). Ne consegue come rilevante corollario che la Psicoarteterapia così intesa si configura fra le cosiddette
‘psicologie del profondo’ e che integra ‘tecniche analitiche’ con ‘tecniche esperienziali’.

Ci sono pregiudizi?

Ce ne sono, obviously, essendo il termine usato e impiegato in termini così generici, generali e generalisti.
Qui intendiamo l’Arteterapia come una teoria ed una prassi psicoterapeutica a tutti gli effetti ed autonoma, sviluppando questa disciplina come una scuola di psicoterapia tout court: la Psicoarteterapia, curata non da scrittori o pittori o scultori o da psicologi di altre scuole, ma da psicologi clinici e psicoterapeuti specialisti in questo particolare tipo di psicoterapia. In tal senso, abbiamo fondato qui al CISAT, dal 1994, l’Arteterapia come psicologia clinica, ovvero come psicoterapia d’avanguardia.

Quali i campi in cui è utilizzata maggiormente? Quali quelli dove si vedono i risultati più
significativi?

La Psicopatologia, la Psicologia del benessere e della qualità della vita, la Psicologia dell’arte e della letteratura.

Quali sono le tecniche più utilizzate (disegno, pittura, scultura…)?

La Psicoarteterapia si configura come una ‘psicoterapia eclettica’: essa infatti acquisisce liberamente ma ordinatamente elementi da altre scuole, ritenendo che non sia l’individuo a doversi adattare alla terapia, ma la terapia a doversi adattare all’individuo; e che pertanto qualunque tecnica che ‘funzioni’, ovvero produca risultati, sia da adoperare, di là dai confini delle teorie e delle scuole, che esprimono dei ‘modelli ermeneutici’ della psiche – ‘categorie’ kantiane, in ultima analisi – che non vanno mai ipostatizzati. Per questa via la P.A.T. fonde in particolare la prospettiva ‘archeologica’ e ‘diacronica’ di tipo freudiano
(Psicoanalisi, Psicologia analitica, Psicologia individuale) con quella ‘sincronica’ delle psicoterapie esperienziali (Psicologia della Gestalt e Analisi Transazionale), privilegiando un approccio comunque pragmatico, teso all’eziologia solo nella misura in cui essa possa servire a risolvere la problematica in fieri, convinta che, seppure sia innegabile che ogni nevrosi abbia una storia e delle concause (piuttosto che una causa), sia terapeuticamente essenziale modificare lo status ‘in atto’ del paziente, hic et nunc. La P.A.T. non rifiuta nel suo complesso neppure la prospettiva cognitivista nelle sue varie accezioni, integrandone ecletticamente i modelli, anche se non ne condivide l’attuale predominio: essa soprattutto ritiene che – come dimostrano l’arte, i processi onirici e creativi – l’analisi dei ‘processi coscienti’, pur indispensabile, non sia sufficiente a rendere compiutamente conto del funzionamento della psiche umana, che ha invece la sua parte più rilevante e saliente nei ‘processi inconsci’. La Psicoarteterapia, così sviluppata, si configura inoltre come un ‘modello integrato’ non solo sul piano specifico delle scienze psicologiche, ma parimenti con le altre ‘scienze umane’, acquisendo largamente nella sua teoria e nella sua prassi da cinque discipline, da considerare ‘primarie’ per la P.A.T.: psicologia
dell’arte e della letteratura, sociologia, filosofia (estetica in primis), letteratura e storia dell’arte. In particolare, la sociologia fornisce gli strumenti analitici fondamentali per la comprensione del ‘campo’ in cui si muove e col quale interagisce l’individuo, che la Psicoarteterapia considera sempre come ‘uomo
sociale’, espressione e frutto inscindibili dell’interazione e della personale e irripetibile fusione dei suoi ‘tratti individuali’ con il ‘clima socioculturale’ (come lo possiamo chiamare) e la forma mentis della sua epoca.

Chiunque può godere dei benefici dell’arteterapia?

Tutti e quattro i livelli di salute mentale definiti in Psicodinamica (cfr. il recente PDM-2. Manuale diagnostico psicodinamico, a cura di Vittorio Lingiardi e Nancy McWilliams ): 1. sano; 2. nevrotico; 3. borderline; 4. psicotico.

Come siete inquadrati a livello professionale e giuridico? Quale il percorso formativo da fare per
diventare arteterapeuta?

Un Scuola di Formazione e Specializzazione quadriennale che include una Leheranalyse, come la chiamava Freud: ovvero una ‘analisi didattica o ‘di apprendimento’ su se stessi.

Avete un’esperienza particolarmente significativa che volete condividere, anche in termine di
risultati?

Gli studî clinici, condotti secondo il modello clinico appunto, o del ‘paradigma indiziario’, dimostrano nel complesso un’efficacia elevata che si incrocia con i consueti fattori rilevanti nel modello analitico: innanzitutto l’ Einfühlung (come la chiamava Freud), ovvero l’ empatia nel setting, e la capacità dell’analista.

La percezione dell’arteterapia, è uguale in Italia e all’estero?

No. In Italia resta una parola generica e che significa tutto e niente, tutto e il contrario di tutto. All’estero, in molti Paesi, ha una sua storia ed un suo inquadramento come modello clinico e psicologico.

Come vedete il futuro dell’arteterapia? Ci saranno nuove tecniche (magari anche con l’avvento
dell’IA)?

Lo vedo nel suo affermarsi progressivamente come un modello clinico e psicoterapeutico stricto sensu.

Ci sono dati interessanti sull’arteterapia in Italia? (questa domanda è particolarmente
importante).

Purtroppo no. Perché la confusione è totale. Ed altrettanto confusi e confusionari sono i dati. Si diventa cosiddetti ‘arteterapeuti’ facendo i pittori o gli scultori o frequentando scuole di poche settimane o mesi. Insomma, il più delle volte, il nulla.