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Intelligenza artificiale a scuola: la nuova sfida educativa

Ott 27, 2025 ,
Intelligenza artificiale a scuola

Come l’intelligenza artificiale a scuola sta cambiando il modo di studiare e insegnare: dai dati emerge che due studenti su tre usano ChatGPT per i compiti. Invece di vietare, si può cominciare a trasformare la sfida in opportunità educativa.

Sì, ho preso 8 e mezzo per un compito che avevo fatto con ChatGPT!” Questa frase è una citazione reale e fedele da una conversazione che abbiamo ascoltato, tra alcuni ragazzi delle scuole superiori.  Quelle parole racchiudono il grande dilemma che attraversa la scuola italiana: quando l’intelligenza artificiale entra in aula, dove tracciamo il confine tra supporto e scorciatoia? E soprattutto: ha ancora senso stabilire confini, quando due studenti su tre utilizzano (già oggi) ChatGPT per svolgere problemi di matematica o per scrivere temi?

La risposta che emerge dai dati e dalle esperienze sul campo potrebbe sorprenderci: il problema non è l’IA in sé, ma l’assenza di una strategia educativa per integrarla. E mentre molti ancora dibattono se vietarla o permetterla, la realtà ha già superato il dilemma.

I numeri di una trasformazione già in corso

La società statunitense Everspring, che si occupa di soluzioni tecnologiche per le scuole superiori e universitarie, ha rilasciato il suo Everspring’s 2025 AI Trend Report, con cui ha esaminato più di 450.000 ricerche di studenti da gennaio 2024 ad aprile 2025. Da questo campione, Everspring ha rilevato che ChatGPT è diventato lo strumento di ricerca predefinito per la Gen Z.

Dire che gli studenti utilizzano ChatGPT per fare i compiti è, di fatto, alquanto astratto: questa affermazione, infatti, può aprire un mondo di considerazioni, dal momento ChatGPT e tutti gli altri modelli possono generare contenuti di ogni tipo.

E allora quali sono questi compiti per cui viene usata l’IA?

In realtà gli ultimi sondaggi delineano un quadro dove gli studenti non si limitano a copiare e incollare i testi elaborati dai chatbot, ma ne fanno un uso più articolato di quanto noi adulti immaginiamo: dal supporto allo studio fino alla produzione creativa. Un dato particolarmente significativo ci arriva da NoPlagio, una piattaforma italiana di rilevazione del plagio, che fa capo all’azienda IT lituana Lingua Intellengens. Presente in 140 Paesi, NoPlagio conta oltre di 6 milioni di utenti in tutto il mondo, di cui il 10% sono italiani. Secondo una ricerca condotta nel 2024 da TGM Research per conto di NoPlagio e diffusa lo scorso febbraio, due studenti delle scuole superiori su tre utilizzano ChatGPT per svolgere i compiti o scrivere saggi.

“Questo dato è in linea con le statistiche che osserviamo nelle vendite e nei comportamenti dei consumatori sulla nostra piattaforma – ha dichiarato Nazim Tchagapsov, CEO di NoPlagio – Stiamo assistendo a un cambiamento significativo nel mercato: se fino a pochi anni fa la nostra attività era focalizzata sulla rilevazione del plagio, oggi vediamo una crescita esponenziale della domanda di strumenti per identificare testi generati dall’IA”. Secondo i dati raccolti, infatti, circa il 25% di tutti i documenti controllati da NoPlagio (più di due milioni) è stato caricato con un obiettivo: capire con quale probabilità siano stati scritti da un modello di intelligenza artificiale.  E questa quota è destinata ad aumentare: l’azienda prevede infatti che, entro la fine del 2025, quella quota salirà almeno fino a 50% o che la funzione di rilevazione dell’IA inizierà a prevalere.

I paradossi dell’IA a scuola

Se riflettiamo su tutti questi dati, noteremo diversi paradossi. E nella loro comprensione potrebbe nascondersi la chiave di un approccio educativo moderno e innovativo, ma al tempo stesso etico e responsabile dell’uso dell’intelligenza artificiale a scuola. Tanto per cominciare, l’IA può personalizzare l’apprendimento adattandosi al ritmo e allo stile di ogni studente. Contemporaneamente, se usata in modo eccessivo, può generare rischi di superficialità, di compiti copiati e incollati o addirittura di una riduzione dello sviluppo delle competenze cognitive fondamentali. Fino al fenomeno della dipendenza. Perché è un po’ come avere una calcolatrice potentissima: è utile e necessaria per calcoli complessi, ma dannosa se ci impedisce di imparare o ricordare le tabelline.

E poi c’è il paradosso generazionale. Mentre gli adulti dibattono su regole e divieti, i ragazzi hanno già integrato l’IA nel loro flusso di studio naturale. Mentre le istituzioni cercano di arrivare a leggi e regole condivise, le novità tecnologiche viaggiano a velocità molto maggiore.  È un déjà vu del mondo tecnologico: lo abbiamo già visto per esempio con l’ingresso di Wikipedia nel mondo online, con lo sbarco di Google nel web o con l’arrivo degli smartphone. La differenza? Ancora una volta, la velocità del cambiamento: questa volta è davvero esponenziale.

Le soluzioni che già funzionano

Fortunatamente, non stiamo navigando completamente al buio. Esistono già modelli e sperimentazioni che tracciano una strada.

Il modello UNESCO

L’UNESCO ha già indicato delle linee guida per l’uso della AI generativa a scuola: nel 2023 ha pubblicato la Guida per l’Intelligenza Artificiale generativa nell’educazione e nella ricerca. La proposta ruota tutta intorno a un approccio human-centered (che ha al centro gli individui) e per questo è centrale la formazione dei docenti, come tramite tra gli studenti e la tecnologia. Altri punti chiave sono la trasparenza nell’uso degli strumenti di intelligenza artificiale e la protezione dei dati personali. Ma fissa anche a 13 anni l’età minima degli studenti con i quali introdurre l’intelligenza artificiale in classe. Non si tratta di vietare o permettere, ma di educare all’uso consapevole.

Le sperimentazioni italiane

In Italia, il Ministero dell’Istruzione (dopo un progetto pilota in 15 scuole, portato avanti nell’anno scolastico 2024-2025) ha pubblicato le Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni scolastiche, ispirate proprio ai principi Unesco. L’auspicio è che le singole scuole inizino a sperimentare in autonomia una sorta di contratto di trasparenza che veda coinvolti studenti, insegnanti e famiglie, sulla scia di quanto già avvenuto nei confronti dell’uso cellulare con il progetto Aspettando lo smartphone. Quest’ultimo, nato all’interno della rete dei patti digitali, oggi vede coinvolti diversi istituti di Milano, come l’Istituto Comprensivo Tommaso Grossi e la Rinnovata Pizzigoni. Con l’intelligenza artificiale si può fare lo stesso: condividere le modalità e le attività per le quali gli studenti potrebbero usare l’IA. Questo approccio trasforma un potenziale problema in un’opportunità educativa: imparare a usare questi strumenti come supporto, anziché dipenderne.

Il toolkit del docente 

Insegnanti, docenti e formatori hanno la possibilità di incentivare i propri studenti a limitare l’uso dei modelli di IA generativa e al tempo stesso allenarsi a distinguere i testi generati da chatbot. Di seguito qualche suggerimento utile:

1. Ridefinire il concetto di valutazione

  • Questo significa abituarsi a valutare non soltanto il prodotto finale, ma anche l’idea e il processo creativo
  • Compiti a prova di IA: aumentare il numero di compiti e attività che richiedono esperienza personale, riflessione critica e creatività.

2. Formazione

  • Formazione prima di tutto: per gli adulti e per gli studenti. Possiamo trovare molte occasioni in cui dimostrare come sia possibile utilizzare ChatGPT o altri modelli, in modo utile e responsabile.
  • Usare l’IA in modo creativo. Un esempio? Fare di un chatbot il nostro sparring partner, simulando giochi di ruolo e dibattiti. In sostanza lo trasformiamo in un interlocutore che aiuta a mettere alla prova idee e argomentazioni per stimolare il confronto e il dialogo.

3. Educare al pensiero critico

  • Introduciamo i concetti di verifica delle informazioni tra i nostri studenti. Daremo loro le basi non solo di un uso critico dei contenuti generati, ma anche di una modalità sana dello stare online.

La domanda che dobbiamo farci, tutti, non è tanto se usare o meno l’intelligenza artificiale, ma come imparare a farlo restando pienamente umani. La scuola può diventare il luogo in cui questa convivenza prende forma: uno spazio di sperimentazione, di dialogo e di curiosità condivisa, dove studenti e insegnanti imparano insieme a conoscere, interrogare e persino contraddire le macchine. Educare all’intelligenza artificiale significa allenare la mente al dubbio, all’ascolto e al discernimento.
Significa insegnare ai ragazzi che non tutto ciò che è veloce è anche vero, e che la conoscenza nasce ancora dallo stupore, dalla fatica, dall’errore, dalla scoperta personale.

Se sapremo accompagnarli in questo cammino, l’IA non sarà una scorciatoia, ma un’occasione per riscoprire il senso più profondo dell’apprendere: quello di capire chi siamo, mentre impariamo a capire il mondo.


Note dell’autrice

A questo punto è utile condividere una breve nota all’insegna della trasparenza. Nella stesura di questo articolo, abbiamo utilizzato l’intelligenza artificiale come assistente nell’organizzazione delle fonti e nella ricerca di eventuali incongruenze.  Il testo è stato scritto da chi ha firmato l’articolo. In questo modo, l’uso di un modello di IA generativa non è diverso da quello di un motore di ricerca avanzato o di un correttore ortografico intelligente. Questo è il futuro per il quale dovremmo lavorare tutti insieme: un futuro dove non esistono “persone contro le macchine”, ma “persone supportate dalle macchine”.  Un futuro in cui il lavoro umano non è minacciato, ma diverso rispetto a oggi. Così come quello di oggi è diverso da ieri.

Teresa Potenza