Siria: le storie dei drusi del sud, un anno dopo la caduta del regime
Mentre sui social rimbalzano immagini di mercati che riaprono e di un governo di transizione in una Siria che “rinasce”, a Sweida la comunità drusa affronta fame, violenza e un isolamento crescente.
Ce l’hai un video? Sì, potrei averlo, ma le persone rischiano la vita ogni volta che escono di casa: come chiedere di girare video delle loro case distrutte?
Ecco perché in questo articolo non ci saranno immagini e neanche volti, ma le persone saranno presenti attraverso le loro testimonianze dirette. Quello che sta accadendo a sud della Siria, in particolare nella provincia di Sweida a maggioranza drusa, non riesce a ottenere l’attenzione che merita anche per questo motivo: mancano riprese sul campo, immagini che bucano lo schermo.
La storia non esiste se nessuno la racconta, scriveva Tiziano Terzani. E per esistere non ha bisogno soltanto di video che catturino l’attenzione per pochi secondi, ma di profondità e di notizie verificate. Di rigore ma anche di attenzione a ciò che oltre la storia: e cioè le persone. La storia ha bisogno anche dei racconti delle persone che vogliono essere ascoltate.
Ed è quello che faremo qui: questo articolo nasce dalle voci che ho ascoltato in queste settimane e dall’incontro con Silvia Tolve, director of fundraising per Mary’s Meals – una organizzazione internazionale che fornisce pasti all’interno di contesti scolastici, in particolare ai bambini in età di scuola primaria.
Dal regime al governo di transizione
L’8 dicembre 2025 ha segnato il primo anniversario della caduta del regime di Bashar Al Assad. E mentre c’è chi celebra la transizione, nella provincia di Sweida il tempo sembra essersi fermato.
“Un tetto c’è, grazie a dio”. Grazie a dio – alhamdulillah, in arabo. Inizia così Amina, quando la sento per chiederle come sta e che cosa sta succedendo a Sweida, la sua città. Sweida è nota come la città drusa perché abitata da una popolazione a maggioranza drusa.
Amina mi dice che sì, va tutto bene, perché lei, i suoi figli e suo marito sono vivi e sono riusciti a trovare una casa in cui vivere, anche se condivisa con altri membri della loro famiglia. Si sono trovati in questa situazione dopo il moltiplicarsi degli scontri che hanno avuto luogo nel luglio 2025 quando, in pochi giorni, ci sono stati centinaia di morti. In quella estate si sono infatti susseguiti scontri tra drusi e gruppi di beduini, che peraltro affondano le radici nello storico contrasto fra le due minoranze.
Da quel momento anche l’Alto Commissariato per le Nazioni Uniti ha lanciato l’allarme sulla condizione dei drusi di Sweida, con particolare riferimento alla violenza sulle donne e le ragazze.
Il pane a 30 euro
E poi c’è il cibo. Andare al supermercato per comprare del pane e scoprire che non c’è e non arriverà neanche nei giorni successivi. E allora si prova dal panetterie più vicino: il pane costa 30,00 euro a panino. Farlo in casa? Le cose non cambiano: la farina costa troppo. Ah: naturalmente lo stipendio non è aumentato all’aumentare dei prezzi e, anzi, non lo si riceve da mesi. Ecco: sono circa 12,9 milioni le persone che vivono in condizioni di emergenza alimentare in Siria, secondo il World Food Programme.
Alla caduta del regime di Bashar Al Assad, l’8 dicembre 2024, è seguito il governo auto-proclamato di Ahmad Al Shara che, però, non è riuscito a dare una visione unificata della Siria ma, al contrario, ha diviso ulteriormente un Paese già distrutto da 14 ani di guerra civile. E le elezioni avvenute nell’ottobre 2025 non hanno migliorato le cose, dal momento che ne sono state escluse alcune minoranze: tra queste, i drusi.
Una decisione che è stata ufficialmente attribuita a questioni organizzative, ma che si innesta nel tentativo di isolare progressivamente questa minoranza, che durante il regime di Assad godeva di un’autonomia amministrativa che non è stata disposta a cedere al nuovo governo.
I saccheggi e gli atti simbolici
Da quel luglio, è stato un susseguirsi di case saccheggiate e scontri nelle strade. Sono tante le storie come quella di Jamal: viveva in un villaggio alle porte di Sweida. La sua famiglia ci ha raccontato che da tempo gli avevano chiesto di lasciare il villaggio per trasferirsi magari a Damasco, perché lavorava come elettricista e avrebbe potuto farlo ovunque. Ma non voleva abbandonare i suoi genitori.
Il racconto dei suoi familiari prosegue ricordando che si trovava probabilmente in casa da solo, quando qualcuno ha fatto irruzione in casa sua. Lugo l’ingresso e il piccolo cortile di casa le tracce di sangue erano ovunque, mentre il suo corpo è stato ritrovato un po’ più lontano da lì.
E poi, i gesti simbolici. Chi ha saccheggiato le case della provincia di Sweida ha anche compiuto atti volti a umiliare l’intera popolazione drusa. Aseem ha raccontato a News48 della frequente uccisione degli animali allevati nei loro villaggi. E di come alcuni anziani drusi, punti di riferimento della comunità locale, siano stati presi in ostaggio e sia stata loro tagliata la barba, simbolo di saggezza.
I ritorni a casa
Anche chi è riuscito a rientrare nelle proprie case dopo mesi, non ha ancora ripreso la propria vita. Le scuole sono state chiuse da luglio fino alla fine di novembre, in una alternanza tra chiusure e riaperture che va avanti fin dal 2011, anno di inizio della guerra civile.
Amina, una giovane donna che ha terminato i suoi studi classici proprio a Sweida, ci ha detto che “Ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza nella guerra, le scuole chiudevano e aprivano in continuazione”. E aggiunge: “Da quando è caduto il regime di Assad, le cose sono peggiorate soprattutto per noi ragazze: non posso più uscire da sola, perché non posso fidarmi di nessuno, là fuori”.
Le scuole chiudono, le scuole aprono: è normale, in tempi di guerra. Eppure, la scuola è forse una delle poche cose che può aiutare a non dimenticare la propria umanità. È in questo campo che opera Mary’s Meals.
L’educazione come esca per la sopravvivenza
Silvia Tolve conosce bene questa Siria. Da anni segue da vicino gli interventi di Mary’s Meals nel Paese, che opera dal 2017 attraverso il suo partner locale, Dorcas. “Più di un terzo dei siriani non ha cibo tutti i giorni – sottolinea Tolve -La gente non vive più: sopravvive”.
E allora ecco che l’educazione, non più considerata come diritto di ogni bambino, diventa un’esca. “In Siria, per molte famiglie, l’educazione non è una priorità. Non perché non la vogliano, ma perché prima devono pensare a mangiare”.
Riportare i bambini in classe diventa una strategia per tenerli vivi e farli crescere. Mary’s Meals ha scelto di entrare nelle scuole per questo: perché emergenza ed educazione non possono essere separate.
“Abbiamo una scuola ad Aleppo che ha ancora acqua ed elettricità – racconta Silvia – È lì che si riunisce il nostro team di volontari. Preparano il cibo ogni giorno per 15 scuole e lo distribuiscono: è così che circa cinquemila bambini possono mangiare”.
Che cosa possiamo imparare
Silvia Tolve lo ripete con chiarezza: “Non puoi fare scuola se i bambini hanno fame. Non puoi parlare di futuro se non riescono a superare la giornata”. Quando concludo la conversazione con lei, una frase rimane nella mia testa: “Noi restiamo qui perché crediamo che il cibo sia il primo mattone di una scuola. E che una scuola sia il primo mattone di una comunità che vuole rialzarsi”.
E forse è proprio questo il messaggio di Sweida: la Siria non rinasce se non rinascono tutti. Lo ripetono anche tante associazioni spontanee di giovani siriani, che vivono nel Paese o sono emigrati durante la guerra, come Wanaqba, che significa “noi rimarremo” e che ha come suo sottotitolo naturale la frase “Where every Syrian voice matters” (dove ogni voce siriana è importante).
Le minoranze non sono note a piè di pagina. Sono la base di ciò che chiamiamo ricostruzione.
Che ruolo ha Israele nella situazione dei drusi?
Quando le violenze intorno a Sweida hanno raggiunto il culmine, lo scorso luglio, l’aviazione israeliana ha condotto raid aerei contro le forze siriane. Il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato di essere impegnato “A prevenire danni ai drusi in Siria, a causa della profonda e fraterna alleanza con i nostri cittadini drusi in Israele”. In Israele vive una comunità drusa che ha storicamente sostenuto il progetto dello Stato ebraico e ha visto i suoi uomini arruolarsi nell’esercito e ricoprire posizioni di rilievo.
L’intervento israeliano ha però scatenato polemiche su tutti i fronti: non solo da parte dell’attuale governo siriano, ma anche da parte della comunità drusa di Sweida, anche se “Ciò che importa è poter vivere nelle nostre case”, ci ha confidato Hayat, che vive a Sweida.
Chi sono i drusi?
Le origini della comunità drusa risalgono all’XI secolo. Nati all’interno dell’Islam, se ne sono distaccati per accogliere elementi di culture diverse, in particolare cristiane ed ebraiche. I drusi siriani si concentrano nella provincia di Sweida, nel sud del Paese. Un’altra comunità di rilevo vive a Jaramana, una città a pochi chilometri a sud di Damasco, la capitale. Durante la guerra civile sono rimasti a lungo neutrali, per preservare la propria autonomia. Negli anni, però, colpiti dalla fame e dalla mancanza di elettricità, riscaldamento e acqua, hanno dato vita a manifestazioni e ribellioni.
Per saperne di più, qui un approfondimento: Chi sono i drusi? La mia guida personale a una comunità che conosco dall’interno.
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