L’Orto del Sorriso: a Jesi il lavoro agricolo diventa inclusione sociale

L’Orto del Sorriso è una struttura agricola che offre opportunità a persone che arrivano da carcere, dipendenze, disabilità e situazioni di marginalità. Oggi conta nove dipendenti e un laboratorio di trasformazione che sostiene il progetto. Si trova a Jesi, nelle Marche.

«Il mio sogno era fare il giornalista, come mio padre». Matteo Donati ha gli occhi che gli sorridono mentre racconta il percorso che lo ha portato a guidare l’Orto del Sorriso di Jesi, una realtà che oggi unisce agricoltura, inclusione sociale e inserimento lavorativo. Donati, 41 anni, padre di tre figli e marito di Lucia, ha lavorato per anni nella Caritas di Pesaro prima di trasferirsi a Jesi, in provincia di Ancona. È qui che, nel 2014, arriva l’occasione che cambia tutto: un cittadino decide di donare un terreno con una casa, con la voglia di «fare qualcosa di buono per gli altri». «Non avevo un’esperienza professionale specifica in agricoltura – racconta Donati – ma mi sono accorto che la comunicazione entra in ogni ambito. Ciò che dici e come lo dici può fare la differenza anche in un progetto sociale».

L’Orto del Sorriso, un luogo dove ricominciare

Matteo Donati

In un momento storico in piena crisi occupazionale, l’idea iniziale era semplice: usare quel terreno per creare opportunità di lavoro per persone in difficoltà. I primi collaboratori venivano pagati con i voucher. A dare una mano inizialmente c’era un agricoltore del quartiere che, vedendo che il progetto dell’Orto stava prendendo forma, non celava la sua felicità e soddisfazione: «quando gli parlai dell’orto, lui mi fece un sorriso enorme e da lì nacque il nome Orto del Sorriso» – confida Matteo. Oggi quell’uomo è assunto a tempo indeterminato, coordina l’intera attività agricola e ha costruito una nuova stabilità per sé e per la sua famiglia. «È stato un riscatto importante», sottolinea Donati.

L’Orto non è solo un’azienda agricola. È soprattutto un contesto protetto per persone che arrivano da percorsi difficili: carcere, pene alternative, dipendenze, disabilità, situazioni di fragilità segnalate dai servizi sociali. «Il nostro obiettivo è sbloccare un meccanismo che si è interrotto. Molti ragazzi arrivano qui dopo aver fatto errori o aver perso fiducia in sé stessi. Lavorando insieme scoprono di avere un talento e imparano che si può stare in una comunità senza dover fregare gli altri». Negli anni, diversi giovani hanno trovato un impiego stabile fuori dall’orto. Per Matteo Donati, la “carenza di lavoratori” che oggi affronta è anche il segno di un successo: «Sono andati via perché hanno trovato lavoro. Alcuni erano in situazioni davvero difficili e nel giro di pochi mesi hanno cambiato direzione».

L’educazione passa anche dai gesti quotidiani

L’Orto del Sorriso come struttura esiste a Jesi, dove ha la sede che ha dato il via a questo progetto, ma c’è anche nella vicina Ancona, a Viterbo e Ferrara. In passato, è stato fatto un tentativo sempre nelle Marche, a Fabriano, ma non è decollato. Le stime nazionali più attendibili indicano circa 3 mila strutture tipo fattorie sociali attive in Italia, con circa 30 mila persone coinvolte nelle attività di inclusione lavorativa e socio-educativa. Il monitoraggio CREA 2024 conferma, inoltre, una crescita del settore. Ben 14 regioni italiane hanno istituito elenchi ufficiali delle fattorie sociali, pari al 70% del totale delle regioni. In questo scenario si inserisce l’Orto del Sorriso.

Secondo Matteo Donati, molte persone non riuscirebbero a reggere immediatamente i ritmi del mercato del lavoro tradizionale. «Qui possono fare un percorso graduale. Alcuni ragazzi con disabilità si sentono finalmente utili e importanti. Altri, come quelli coinvolti nelle baby gang, devono prima imparare le basi: alzarsi la mattina, essere costanti, rispettare le regole e gli impegni». L’educazione, spiega Matteo, passa anche dai gesti quotidiani: «Sembra banale, ma per qualcuno il primo traguardo è capire che di notte si dorme e la mattina si viene a lavorare».

Come si misura il successo di una struttura come questa

Per l’Orto del Sorriso i risultati si valutano su due piani. Il primo è sociale: inserimenti lavorativi riusciti, persone che ritrovano autonomia, giovani che escono da percorsi ai margini della società. «Ci sono stati anche degli insuccessi – ammette Donati – e alcuni mi hanno fatto anche soffrire (sospira nella sua ammissione, n.d.a.). Ma quando il meccanismo riparte, poi è la persona che deve giocarsi la sua partita». Sono i cambiamenti reali delle persone la cartina tornasole della validità di una struttura come l’Orto. Il secondo piano è prettamente economico. Oggi l’Orto è un modello che si sostiene da solo: conta nove dipendenti e ha sviluppato un laboratorio di trasformazione che produce sughi, marmellate e conserve vendute direttamente in sede e nella grande distribuzione. «L’agricoltura è il motore ideale del progetto, ma da sola non basta. Per sostenere stipendi regolari e garantire un lavoro dignitoso abbiamo dovuto creare altre attività produttive».

Il valore aggiunto che nasce dalla comunità

Il luogo dove l’Orto può operare, il vicinato e la gente che lo frequenta, ovvero la comunità fa la differenza. Ma anche la generosità di uomini e donne che credono in queste strutture, tanto da monitorarne l’andamento e, appena possibile, aggiungere quel tassello in più che può aiutare la sostenibilità dell’Orto. L’ultima evoluzione è uno spazio coperto donato da una fondazione milanese, dove si organizzano cene, incontri, formazione e attività di volontariato. «Le relazioni sono fondamentali. Le persone vengono per un evento, poi si fermano a fare la spesa, conoscono i ragazzi, diventano parte della storia dell’Orto». È questo, forse, l’aspetto più costruttivo del progetto: non solo aiutare chi è in difficoltà, ma creare una rete in cui cittadini e cittadine, volontari e volontarie, istituzioni, lavoratori e lavoratrici condividono responsabilità e risultati.

Gestire una realtà come questa significa portarsi addosso problemi e responsabilità anche fuori dall’orario di lavoro. Matteo Donati non lo nasconde. «Ho avuto momenti molto difficili. Oggi abbiamo trovato un equilibrio migliore grazie a collaboratori preparati e al sostegno di mia moglie Lucia, che condivide tutto questo percorso». Proprio la presenza di una squadra più strutturata gli ha permesso di guardare oltre i confini locali per poter partecipare a progetti europei, portando l’esperienza dell’Orto del Sorriso all’estero. «Volevo creare contaminazioni positive. Quando siamo andati in Repubblica Ceca con i nostri prodotti, ci siamo accorti che quello che facciamo qui ha un valore che può essere condiviso anche fuori dall’Italia».

Crescere senza perdere la propria identità

Nonostante le nuove prospettive, Donati insiste su un principio che sostiene essere fondamentale: mantenere i piedi per terra. «Non abbiamo mai fatto un finanziamento con la banca. Questa non è la mia azienda, è un bene della comunità. Non posso fare azzardi sulla pelle delle persone fragili che fanno parte del progetto». Le nuove strutture, dagli spazi per gli eventi all’annesso agricolo, sono nate grazie a donazioni e contributi della comunità. «Facciamo piccoli investimenti, sempre commisurati alle nostre possibilità. La tecnica è quella del buon padre di famiglia: lavorare, condividere, sacrificarsi se serve e arrivare dove si può arrivare senza sparare troppo in alto».

Vivere, anche se per poco, la struttura dell’Orto del Sorriso insegna che il disagio sociale non si affronta solo con l’assistenza, ma creando luoghi in cui le persone possano tornare a sentirsi utili. In questi anni, il progetto ha accolto detenuti in misura alternativa, giovani con dipendenze, ragazzi e ragazze con disabilità e persone rimaste ai margini del mercato del lavoro. Non tutti i percorsi sono andati a buon fine, e Matteo Donati lo riconosce senza tanti giri di parole. Ma i nove dipendenti che oggi mandano avanti l’Orto, i ragazzi che hanno trovato lavoro altrove e le famiglie che hanno ritrovato stabilità raccontano che un cambiamento è possibile. Il valore dell’Orto del Sorriso sta, certo, nei pomodori raccolti, nelle melenzane bianche che sono un vanto per il quartiere o nei sughi prodotti nel laboratorio di trasformazione; ma sta soprattutto nel meccanismo che si riattiva quando qualcuno viene accolto in un contesto protetto, responsabilizzato e messo nelle condizioni di riconoscere ed esprimere le proprie capacità. È una lezione che va oltre Jesi: le comunità possono trasformare risorse inutilizzate in opportunità concrete, a patto di unire la fatica del lavoro, l’importanza delle relazioni e l’utilità delle responsabilità condivise.

In un terreno di via Calabria, nella città di Jesi, si coltiva la possibilità, per chi aveva smesso di crederci, di tornare a immaginare un futuro.

Catiuscia Ceccarelli

Catiuscia Ceccarelli

Catiuscia Ceccarelli è di Jesi (An). Responsabile commerciale e giornalista per passione, ha collaborato con testate locali e nazionali raccontando eventi, cultura, design e storie di imprenditoria in rosa. Autrice del libro Protagoniste (Giraldi Editore), è stata premiata con la Menzione Speciale al Premio Nazionale di Giornalismo “Donne e così sia” e con il Premio Giornalistico “Il linguaggio dell’uguaglianza” Gabicce Donna. Da oltre dieci anni scrive per Donnainaffari.it, curando una rubrica dedicata a donne che ispirano, promuovendo una parità di genere costruttiva. Fa parte della Fidapa BPW Italy, contribuendo con passione e professionalità a progetti culturali e sociali.

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