Oltre le sbarre: il carcere e la via possibile del riscatto sociale

C’è un momento preciso in cui la percezione astratta del carcere si scontra con la sua cruda realtà: è quando la pesante porta di ferro si chiude alle proprie spalle. Per la giornalista Francesca Ghezzani, l’innesco emotivo che ha dato vita alla sua indagine è scaturito proprio da quell’impatto fisico e visivo con un’umanità spesso dimenticata. Un’esperienza così totalizzante da spingerla a strutturare una vera e propria inchiesta giornalistica, diventata poi un libro a metà tra il saggio e la narrativa. Attraverso le pagine de “Il silenzio dentro” edito da Swanbook, l’autrice ha intrapreso un viaggio profondo dentro e fuori i penitenziari, raccogliendo decine di interviste per dare voce a detenuti, ex carcerati oggi reinseriti e addetti ai lavori. Tutto ha avuto inizio proprio varcando quella soglia, il giorno in cui confessa di essersi sentita addosso “nuovi abiti” cuciti dagli sguardi di chi non poteva tornare a casa. Si legge nelle prime pagine del libro:

“Era il 20 aprile del 2023 quando, nelle vesti di giornalista, varcai per la prima volta i cancelli di una Casa di Reclusione per poi raccontarne l’esperienza nella trasmissione televisiva che conducevo allora. In verità, la genesi di quest’opera aleggiava nella mia testa già da prima, ma sapevo che superare quella soglia mi avrebbe convinta del tutto e cambiata per sempre. A persuadermi definitivamente i continui articoli di cronaca che, ormai un giorno sì e un altro pure, riempiono social e mass media per denunciare le molteplici problematiche carcerarie. Torniamo a quel giorno: prima la perquisizione e la sensazione di trovarmi impotente senza i miei oggetti personali, come fossi nuda, poi la percezione improvvisa di avere dei “nuovi abiti” cuciti addosso”.

Un incontro, quello con le persone recluse, che va ben oltre la stesura delle pagine stampate e che riaffiora vivo nelle parole dell’autrice durante la nostra intervista. Superare lo stigma significa infatti partire dall’ascolto, e lei stessa ci racconta cosa si nascondesse esattamente dietro a quei “nuovi abiti” immateriali e cosa le abbiano trasmesso quei volti:  “In quegli sguardi ho visto da una parte la vergogna: occhi bassi, incapaci di sostenere i miei, tipici di chi ha perso completamente la speranza e non riesce più a guardare in faccia né chi viene da fuori né, prima di tutto, se stesso. Dall’altra parte, però, ho incrociato occhi che conservavano ancora un barlume di speranza, uniti alla profonda voglia di raccontarsi e di cercare un contatto con l’esterno. È per questo che certe espressioni ti restano addosso: è passato del tempo, eppure quei volti me li ricordo tutti. Anche se ovviamente non conosco i loro reati, ho ancora impressi i tratti più o meno dolci, più o meno spigolosi di ognuno di loro, ed erano davvero tanti, tra uomini e donne”.

I dati di un’emergenza reale

Per comprendere la portata della sfida, bisogna partire dai numeri, che fotografano un sistema in profonda sofferenza. In Italia, le carceri ospitano oltre 62.000 detenuti a fronte di una capienza effettiva di circa 47.000 posti, con un tasso di affollamento medio del 132,6% che tocca punte critiche nelle grandi città. A questo si aggiunge una vera e propria emergenza umanitaria: l’incidenza dei suicidi. Il libro riporta i dati severi forniti dal Garante nazionale: il 2024 ha registrato picchi storici, con 62 detenuti che si sono tolti la vita solo fino ad agosto, e un trend preoccupante che è continuato nei primi mesi del 2025, con 22 suicidi accertati già alla fine di marzo. L’indagine fa emergere due fattori di rischio cruciali. Il primo riguarda la cosiddetta gate anxiety (l’ansia del cancello): più della metà degli eventi si registra nei primissimi giorni di ingresso oppure, paradossalmente, poco prima dell’uscita, sintomo della profonda difficoltà nell’immaginare un futuro oltre le sbarre. L’ulteriore criticità sistemica è che questo disagio non colpisce solo le persone detenute, ma spinge al suicidio anche il personale di Polizia Penitenziaria, costretto a lavorare in condizioni di estremo stress e senso di abbandono.
C’è un ulteriore dato che impone una profonda riflessione e riguarda il tasso di recidiva: in Italia si stima che sfiori il 68,7% per chi sconta interamente la pena senza accedere a misure alternative o a percorsi di reinserimento. Questo significa che quasi sette persone su dieci, una volta uscite, rientrano inevitabilmente nel circuito criminale. Quando il carcere viene concepito esclusivamente come discarica sociale e la detenzione si riduce a una punizione fine a sé stessa, priva di opportunità formative o lavorative, l’istituzione fallisce clamorosamente il suo mandato, alimentando quel circolo vizioso che vorrebbe invece interrompere.

Ghezzani lo spiega mettendo a fuoco un concetto vitale: “L’articolo 27 della Costituzione italiana prevede che lo scopo della pena sia la rieducazione e la riabilitazione. Quando questo non avviene – per le inefficienze del sistema, per la mancanza di una ferrea volontà di recupero da parte della persona detenuta, o per un concorso di entrambe le cause – ritengo fermamente che a perderci siamo tutti. Ci perde innanzitutto la persona coinvolta, che non riesce a ricucire i propri strappi esistenziali; ci perdono i suoi familiari, costretti a vivere sotto l’ombra perenne del pregiudizio; e, non da ultimo, ci perdiamo noi come società. Nel momento in cui un ex detenuto varca la soglia del carcere al contrario, riacquistando la libertà, spesso non sa cosa farsene: privo di punti di riferimento, torna a delinquere perché è l’unica cosa che sa fare. Ed è in questo fallimento che ne va della sicurezza, della tutela e dell’incolumità di tutti noi”.

La valutazione di un modello di carcere europeo

Per invertire questa rotta, le riforme non possono limitarsi a tamponare le continue emergenze, ma devono abbracciare una visione strutturale. Una prospettiva innovativa sollevata nell’indagine del libro arriva dal penitenziarista Enrico Sbriglia, che suggerisce l’urgente implementazione di un modello di “Carcere Europeo”. La sua proposta nasce dalla constatazione di una profonda disuguaglianza all’interno dell’Unione: attualmente, ogni Stato membro ragiona in modo del tutto autonomo riguardo alla gestione del proprio sistema penitenziario. Sbriglia sottolinea un paradosso amaro: mentre a Bruxelles ci si accapiglia per standardizzare normative commerciali minuziose – come la grandezza delle vongole o la lunghezza delle zucchine – non esiste alcun parametro condiviso per il mondo della detenzione. Questo vuoto normativo fa sì che un cittadino europeo privato della libertà rischi di essere trattato con meno garanzie e tutele rispetto alle merci che circolano liberamente nel mercato unico. Per superare questa debolezza, la proposta è quella di commissionare all’Europa un prototipo di istituto penitenziario che diventi un modello unificato per tutti gli Stati dell’UE. Questo prototipo non dovrebbe limitarsi al solo livello architettonico, ma ridefinire le regole organizzative e i servizi garantiti alla persona, stabilendo standard inderogabili basati sulla civiltà e sulla dignità umana.


Tra le questioni pratiche e umane che andrebbero finalmente uniformate, Sbriglia elenca parametri ben precisi: la determinazione di una metratura esatta per la camera detentiva (abbandonando definitivamente il concetto punitivo di “cella”); la presenza di finestre con un adeguato flusso d’aria e standard minimi di luce naturale e artificiale; l’accesso all’acqua calda e la garanzia di poter fare una doccia senza doverla condividere forzatamente; il diritto alla privacy, che include il non essere costretti a condividere gli spazi contro la propria volontà e la possibilità di avere un telefono fisso in camera (controllato dall’Autorità Giudiziaria e utilizzato a proprie spese); infine, standard uniformi per l’assistenza sanitaria e la garanzia di spazi adeguati per poter pregare il proprio Dio.

Strutture a gestione diretta dell’Unione Europea

L’approfondimento del modello tocca anche una questione di giurisdizione. Con la nascita dell’EPPO (European Public Prosecutor’s Office) e la costituzione di un catalogo di reati di rilevanza europea (soprattutto crimini di natura economica che coinvolgono i cosiddetti white-collar, i colletti bianchi), Sbriglia propone che i soggetti indagati, imputati o condannati per questi specifici reati vengano ospitati in strutture penitenziarie gestite direttamente dalla UE. Questo eviterebbe evidenti disparità di trattamento, impedendo da un lato la creazione di inaccettabili “hotel con le sbarre” per criminali privilegiati e, dall’altro, situazioni oscure di pericolo per l’incolumità dei detenuti.

Il progetto pilota di Gorizia

Non si tratta, peraltro, di una mera astrazione teorica: l’idea si è già tradotta in un vero e proprio progetto pilota. Nel 2020, l’allora sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna – definito dallo stesso Sbriglia un politico “futurista” – conferì al penitenziarista l’incarico ufficiale e a titolo gratuito di progettare la realizzazione di questa struttura innovativa. La scelta del luogo ha una valenza fortemente simbolica e strategica, considerando che Gorizia, insieme a Nova Gorica, è Capitale della Cultura Europea per l’anno 2055. Per concretizzare il piano, l’amministrazione comunale aveva persino già individuato e messo a disposizione l’area pubblica su cui edificare il nuovo prototipo. Oggi, a distanza di qualche anno, Sbriglia ritiene che questo progetto sia ancora assolutamente credibile e valido. Sebbene richieda le fisiologiche modifiche dettate dal tempo trascorso, l’auspicio è che la Nuova Commissione Europea possa prenderlo in esame, per farlo uscire dai cassetti e trasformarlo in un modello concreto per l’intera Unione.



Le soluzioni di rinascita: economia circolare, musica rap e “Libertà Aumentata”

Fermarsi alla sola denuncia delle criticità, tuttavia, significherebbe arrendersi all’inevitabile. È la stessa Francesca Ghezzani, tra le pagine della sua inchiesta, a spiegare l’urgenza di invertire la rotta, avvertendo “l’esigenza di mettere in luce esempi più o meno virtuosi” . Per farlo, l’autrice fa suo un potente invito di Papa Francesco rivolto a chi fa informazione: “Quando raccontate il male, lasciate spazio alla possibilità di ricucire ciò che è strappato”. In questo panorama, la statistica più eloquente per “ricucire lo strappo” è fornita dal CNEL: se il tasso di recidiva generale si aggira intorno al 68,7%, questo stesso dato crolla drasticamente fino al 2% per quei detenuti che hanno avuto l’opportunità di un reale inserimento professionale e formativo durante la pena. Quando il carcere smette di essere concepito esclusivamente come un costo sociale o un “non-luogo” per diventare produttore di valore, i risultati sono eccezionali. L’indagine del libro esplora alcune vie di uscita possibili e già concrete portando alla luce i concetti di imprenditoria sociale, economia carceraria e circolare, upcycling.

Regusto: economia circolare e upcycling

Lo dimostrano le iniziative di vera e propria economia circolare e upcycling, come quelle promosse dalla startup Regusto. Questo progetto virtuoso funziona attraverso il recupero di prodotti e arredi aziendali invenduti o a rischio spreco, che vengono donati per riqualificare gli spazi di quattro strutture detentive milanesi: Opera, Bollate, San Vittore e Beccaria. Attraverso una rete digitale che connette oltre 700 aziende con 1.400 enti non-profit, Regusto fa da tramite tra le imprese donatrici e le carceri. I materiali recuperati comprendono accessori per il bagno, sanitari e arredi per interni: oggetti originariamente destinati alla discarica a cui viene data una nuova vita e un maggior valore, concretizzando così il concetto di upcycling. Questo modello genera un impatto positivo misurabile su tre direttrici principali. A livello ambientale, evitando la distruzione dei beni, il progetto ha permesso finora di recuperare oltre 27.000 kg di materiali, risparmiando l’emissione di oltre 16 tonnellate di CO2. Sul fronte economico, le aziende donatrici riducono drasticamente i costi di smaltimento ottenendo vantaggi fiscali, mentre la Pubblica Amministrazione abbatte i costi necessari per rinnovare le prigioni. Infine, l’impatto sociale: le strutture ricevono arredi in ottimo stato senza doverli acquistare, offrendo alle persone detenute ambienti più dignitosi e curati.

Kento: il rap per ricostruire lo spazio interiore

Se l’economia circolare restituisce dignità agli spazi fisici, esistono percorsi capaci di ricostruire lo spazio interiore e relazionale, specialmente tra i più giovani. È il caso dei laboratori di musica rap condotti da Kento, noto rapper, scrittore e attivista italiano che da anni porta la cultura hip hop all’interno degli istituti minorili per dare voce a chi non ce l’ha. In questi contesti, in cui i ragazzi vivono un profondo senso di isolamento e dove il confine tra il dentro e il fuori è spesso segnato da una pregressa emarginazione sociale, il rap diventa un potente strumento di autodeterminazione. Kento non entra in carcere ponendosi come un educatore o un magistrato, ma come un rapper: una dinamica alla pari che annulla le gerarchie e crea uno spazio libero in cui scambiarsi idee facendo freestyle. Scrivere una rima permette a questi giovani di trasformare la rabbia in creatività, di elaborare i propri traumi e, soprattutto, di riprendere il controllo della propria narrazione. Quando un ragazzo prende in mano il microfono e sente di essere finalmente ascoltato e riconosciuto, compie il primo vero passo verso l’assunzione di responsabilità e l’abbandono della spirale della violenza.

“IN_OUT Libertà Aumentata”: innovazione tecnologica e arte teatrale

Ma il riscatto non passa solo dalle parole: passa anche dall’innovazione tecnologica e dall’arte teatrale. Un progetto dal fortissimo impatto è “IN_OUT Libertà aumentata”, portato avanti dalla compagnia teatrale Petra diretta da Antonella Iallorenzi. Come si porta la transizione digitale in un luogo blindato e totalmente privo di connessione internet? Attraverso l’uso di visori per la Realtà Virtuale. Insieme a percorsi formativi sul digitale, i detenuti possono indossare questi device per “uscire” visivamente dal carcere ed esplorare a 360 gradi il centro storico di Taranto, l’Inferno di Dante o un vulcano in Islanda. Non si tratta di semplice intrattenimento, ma di un potente mezzo di esplorazione interiore. L’obiettivo rieducativo si compie in maniera deflagrante quando, togliendo il visore e partecipando al laboratorio teatrale, il detenuto passa dal dire “Non sapevo di saperlo fare” a una rivoluzionaria presa di coscienza e dignità: “Non sapevo di poterlo fare”.

Storie di rinascita per decostruire il pregiudizio

Dietro a ogni statistica e a ogni progetto ci sono però gli individui, ed è vitale raccontare chi ce l’ha fatta per scardinare definitivamente gli stereotipi.
Su questo fronte, la riflessione di Francesca Ghezzani è profondamente acuta e ci invita a guardare oltre le apparenze: “L’Italia, nell’ultimo periodo, è un Paese parecchio giustizialista, in cui il concetto del “buttiamo la chiave” è purtroppo molto diffuso. Tutte le storie che ho raccolto mi hanno lasciato qualcosa, ma mi ha colpito in modo particolare quella di Claudio Bottan, un ex imprenditore finito in carcere per bancarotta fraudolenta, spinto dalla sete di denaro. Ascoltare le sue parole e il percorso che lo ha portato a delinquere ribalta completamente l’immaginario collettivo. Spesso siamo ancorati all’idea che serva un physique du rôle del detenuto: ci immaginiamo il classico duro, grande, grosso e pieno di tatuaggi. In realtà, Claudio è l’esatto opposto: esile nella corporatura, fine nel parlare e nel porsi. Oggi è attivissimo nel sociale e la sua storia permette di apprezzare un riscatto totale: si è ripreso in mano la vita cambiando radicalmente e dedicandosi completamente agli altri”.

Per comprendere appieno la potenza di queste parole, basta scorrere le pagine della sua testimonianza. Un tempo imprenditore avido, spregiudicato e affetto da un delirio di onnipotenza che lo portava a credere di poter comprare tutto, Bottan in cella ha dovuto fare i conti con la propria coscienza. Dopo periodi bui di isolamento in cui aveva pensato di farla finita, la svolta è arrivata scoprendo il significato della gratuità. Oggi, Bottan ha trasformato la sua colpa in impegno civico: non solo è vicedirettore della rivista Voci di Dentro – scritta da detenuti ed esperti per raccontare la realtà penitenziaria senza filtri – ma dedica la sua intera esistenza a Simona, una donna affetta da sclerosi multipla incontrata quando gli fu concesso il lavoro esterno. Insieme, unendo due mondi solo apparentemente lontani, l’ex detenuto e la donna in carrozzina girano per le scuole d’Italia. Attraverso un’ironia disarmante, raccontano ai ragazzi le rispettive “prigioni”, dimostrando che, sebbene non si possa scegliere dove nascere o le malattie da affrontare, si può sempre decidere quale strada prendere per costruire un futuro nuovo.


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Assunta è fondatrice del Constructive Network, direttore responsabile di News48 e autrice di Empatia Digitale, saggio sulla comunicazione. Dal 2012 studia e approfondisce il giornalismo costruttivo.

I suoi articoli propongono storie, riflessioni e commenti all’attualità. Sempre con un taglio di soluzione e costruttivo.


Cosa possiamo fare noi

Il percorso di reinserimento, tuttavia, non si completa mai soltanto all’interno delle mura di un istituto penitenziario.
L’ostacolo finale, spesso il più arduo da abbattere, si trova all’esterno, nella società civile. Combattere lo stigma verso gli ex-detenuti richiede un cambiamento culturale profondo, un’azione sinergica che coinvolga cittadini, media, istituzioni e mondo del lavoro.
Le strategie per decostruire questi pregiudizi devono partire dalla conoscenza e da una narrazione responsabile, allontanandosi dal sensazionalismo e dalla retorica del “buttiamo la chiave.”

È su questa necessità di consapevolezza che si innesta il richiamo all’empatia di Francesca Ghezzani: “Noi cittadini possiamo aprire la mente e offrire una seconda opportunità. Non nego che si possa provare paura, risentimento o timore: è umano temere ciò che non si conosce e reputare pericoloso chi ha commesso un reato”. Eppure, per superare questa paura, serve onestà intellettuale, scindendo i pregiudizi dalla reale situazione detentiva. Come precisa l’autrice, dicendo le cose come stanno, “è altrettanto vero che non tutti i reati hanno la stessa gravità. Tante persone oggi si trovano dentro per reati minori, magari spinti dalla disperazione di aver perso il lavoro e di non riuscire a dar da mangiare ai propri figli; non dobbiamo generalizzare immaginando solo pedofili, assassini o le peggiori nefandezze”.
Ecco perché l’inserimento lavorativo (supportato dal Terzo Settore) e l’accoglienza attiva da parte della comunità diventano essenziali per non far sentire l’ex detenuto perennemente irrecuperabile. In questa rete giocano un ruolo decisivo anche le scuole, chiamate a educare le nuove generazioni alla legalità. L’obiettivo ultimo, sottolinea Ghezzani, è proprio “cercare di concedere questa seconda possibilità laddove emerga una reale e ferrea volontà di riprendersi in mano la propria vita, perché senza recupero non ci sarà mai vero riscatto”.


Tutto ciò non può prescindere dalla tutela delle famiglie dei carcerati, che spesso subiscono l’ingiusta doppia pena dell’isolamento. Per demolire questi muri invisibili, l’invito rivolto a ciascuno di noi è chiaro: “Dobbiamo sforzarci di ascoltare più voci, di informarci e di conoscere le storie del sistema penitenziario, in modo tale che ci faccia un po’ meno paura”. Aprire la mente e informarci diventano così le due azioni civiche fondamentali. “Per empatia nei confronti del prossimo, certo, ma anche per far sì che queste persone non rappresentino più un pericolo per se stesse e per gli altri. Perché, non dimentichiamolo mai, gli altri siamo noi”.
Un monito che racchiude l’essenza stessa di questo viaggio inchiesta: se il fallimento del carcere rappresenta una condanna per tutta la società, la riuscita di un singolo riscatto è una vittoria che ci rende tutti più sicuri, umani e liberi.
Ed è proprio tornando mentalmente a quel primo varco oltre le sbarre che il cerchio narrativo si chiude, affidando alle prime pagine del libro quell’interrogativo intimo da cui tutto ha avuto inizio e che ora passa inevitabilmente al lettore: “In una sorta di effetto sliding doors, nei giorni a seguire fu un continuo ripensare a quei volti, mi interrogai senza morbosità ma con innegabile curiosità sul perché si trovassero lì dentro e su cosa, nel mio piccolo e senza alcuna presunzione, avrei potuto fare per rendere migliore la loro singola esistenza e la società nella sua interezza”.


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Assunta Corbo

Assunta Corbo

Giornalista e autrice. Dal 2012 si occupa dello studio e della divulgazione del giornalismo costruttivo in Italia. È Lede Fellow e formatrice certificata del Solutions Journalism Network. Collabora con testate giornalistiche nazionali e internazionali. È fondatrice del Constructive Network e autrice di Empatia Digitale, saggio sulla comunicazione. Direttrice responsabile di NEWS48.

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