Padre Guidalberto Bormolini: tana libera tutti
Da quando è iniziata questa avventura editoriale, abbiamo ricevuto diverse attestazioni di stima e alcune critiche.
Entrambi, a modo loro, fanno crescere.
Poi ci sono i regali.
Quelli, invece, sono i fuochi d’artificio di una festa.
Inattesi e sfolgoranti.
Questo è uno di quelli grandi e colorati.
Padre Guidalberto Bormolini ha deciso di arricchire i contenuti dell’ultimo episodio pubblicato de l’Antieroe rispondendo ad alcune domande.
Con la sua profonda conoscenza e una delicatezza che convive con una straordinaria forza d’animo, ci ha accompagnati dentro temi complessi e densi.
Il suo sguardo apre prospettive diverse: più verticali, a volte più leggere, su parole che pesano come libertà e morte.
Accettare che la morte faccia parte della vita è una sfida sempre più ardua.
Comprendere che questa accettazione ci rende davvero vivi e liberi, lo è ancora di più.
Eppure, attraverso le opere di padre Guidalberto smette, almeno in parte, di farci paura.
Avremmo voluto fargli un milione di domande.
La decenza, per una volta, ci ha fermati.
Quando hai iniziato a dare un significato profondo alla libertà?
Quasi dall’inizio della mia strada spirituale.
Perché è stata la chiave dell’esperienza.
Chi mi ha insegnato mi ha trasmesso che anche nelle tradizioni antiche dell’oriente si dice che la strada solitaria: la meditazione è una strada di libertà, ti conduce alla libertà, la sua meta è la libertà.
Noi per libertà pensiamo al fatto di fare quello che ci pare. Mentre libertà, nel modo più assoluto, è partecipare liberamente al progetto divino su di te.
Aderire al progetto divino su di te è la tua partecipazione libera al mistero del tuo essere sulla Terra, di ciò che spetta a te nella grande danza del Cosmo.
La conoscenza mantiene il suo valore se non viene condivisa?
C’è una parte di Sapienza che serve a noi, depositata nella nostra esperienza interiore, per aprirci al Divino.
Ma anche quella che serve agli altri.
Quindi non è condivisa come una nozione che uno trasmette anche agli altri.
È proprio molto diversa la cosa: è andare alla sorgente e bere, se tu sei dissetato puoi portare da bere agli altri.
Se nel tuo cuore c’è una bevanda da bere, la gente si avvicinerà al tuo cuore.
È ciò che siamo, che condividiamo. Non ciò che sappiamo.
Ti manca fare il liutaio? O sei riuscito a compensare il lavoro sul legno con quello sulle anime?
È molto più facile far suonare un pezzo di legno che far suonare un’anima.
In realtà continuo a fare il liutaio, ho solo cambiato la materia prima.
Come si è insinuata la tanatologia nella tua vita?
Dall’inizio di questa strada.
Chi mi ha insegnato meditazione insegnava che la meditazione è una strada per imparare a vivere e a morire e di fatto nella meditazione c’è un tempo in cui “muori” a tante altre attività, per vivere in altri regni.
Quindi morte e resurrezione.
Vita e morte sono abbracciate nella vita spirituale da sempre.
Semplicemente poi qualcuno, sulla base di un’esperienza reale vissuta, inizia a chiederti aiuto su qualcosa, o per essere preparato o per essere accompagnato.
Poi studiandola un po’ più a fondo, è stata riconosciuta la qualità di ciò che riuscivamo a proporre sia nella formazione che nell’accompagnamento.
Per la tanatologia, come in tutta la mia vita, io non faccio progetti a tavolino, seguo le indicazioni della Provvidenza su di me.
Così mi sorprendo e, visto che sono uno d’avventura, preferisco sorprendermi.
Non solo mi piace sorprendermi, ma soprattutto, ho visto che la Provvidenza sa realizzare i miei sogni, meglio di quanto io stesso li sappia realizzare.
La morte può essere considerata maestra di vita?
Sì. Quando c’è la morte come prospettiva finale della nostra presenza terrena, tutte le cose prendono una misura e un peso diverso.
Non c’è più niente che vale come prima se la morte è l’orizzonte della vita.
Un po’ come un diamante vale tanto perché c’è il limite alla sua quantità.
Se non avesse un limite, il diamante non varrebbe.
Quindi tutte le cose che valgono hanno un limite.
La morte dà un limite e dà un valore alla vita.
Altrimenti diventa “usa e getta” .
Di bicchierini di plastica ne hai un’infinità e quindi li butti via.
Le paure ci imprigionano davvero?
Tutto è utile, anche la paura.
Dipende come reagisci quando incontri qualcosa nella vita.
Non c’è niente che non serva.
Noi ricicliamo i rifiuti. Se ricicliamo i rifiuti, voglio ben vedere se non c’è qualcosa che riguarda l’anima di una persona che non si possa convertire a qualcosa d’altro.
Quindi anche la paura è preziosa.
Se male interpretata può paralizzare e quindi imprigionare.
Oppure può essere come braccia dal cielo che scendono verso le tue.
Rendersi vulnerabili ci rende più liberi o ci espone?
Dipende tutto da chi crediamo di essere.
L’umiltà non è ritenere che non si vale nulla.
Se siamo figli d Dio, valiamo non da noi stessi, ma perché siamo figli di Dio.
Non dobbiamo esporci con leggerezza in un mondo in cui c’è anche chi fa del male agli altri.
L’umiltà non è la posizione che abbiamo rispetto alla vita.
Noi sappiamo che c’è l’infinito sopra di noi, e rispondiamo a Lui.
Però rispetto alle persone intorno a noi, non ci si mette a nudo con il primo che passa.
Nessuno è invitato a mettere la testa nelle fauci del leone, ti sbrana.
E in un mondo dove c’è anche malvagità..
Il Vangelo è geniale dice “amate i vostri nemici”, non dice “trattateli da amici”, i nemici.
Cosa rimarrebbe tuo dopo un naufragio?
Dopo un naufragio, bisogna vedere se si va a fondo o si galleggia,
Se vai a fondo rimane solo ciò che conta, l’invisibile di noi.
Se invece si galleggia e si rimane su questa Terra, allora si perde qualsiasi cosa materiale.
Le ricchezze vere non le perdi, cioè l’Amore che hai, le persone che ami.
Anche se il tuo corpo va a fondo nell’acqua, tutto questo lo moltiplichi.
Non lo hai più come prima. Lo avrai nel modo in cui sarai.
Per cui, di ciò che conta non si perde nulla, né se si sta a galla senza neanche un oggetto, né si si va a fondo e si perde anche il corpo.
Ti senti un Antieroe?
Dipende da cosa si intende.
Io uso questa espressione, “essere eroi da due soldi”.
Ricordando una parabola del Vangelo: c’erano coloro che facevano i super eroi e donavano un sacco di soldi.
Ma davano solo una parte del superfluo, nemmeno tutto il superfluo.
Era presente anche una vedova, che agli occhi di tutti non valeva nulla.
Nonostante fosse povera, dona tutto ciò che ha.
Si deve essere antieroi per distinguersi in una civiltà che è iper performante e ti impone di essere rispetto alle mode.
Mi piace l’eroicità di quella donna che aveva poco, ma ha dato tutto.
In una società che chiede performance, quello è eroismo vero.
Qual è il tuo superpotere?
Non ce l’ho. O forse sì: sono super furbo.
Sto vicino a un amico Divino Onnipotente. Fa tutto Lui. Non tocca a me!
Personalmente, questa intervista è stata un viaggio.
Breve, ma intenso.
Un viaggio senza meta, come quello dei pellegrini. Non dei turisti.
Non si tratta di osservare ciò che vedono tutti, seguendo una guida.
Ogni tappa va respirata. Vissuta. Resa propria.
Le parole di padre Bormolini hanno acceso riflessioni diverse.
A volte hanno risvegliato pensieri sopiti.
A volte sono state vere e proprie secchiate d’acqua fredda.
A volte incontri inattesi.
Se qualcosa si è mosso anche in voi, allora questo viaggio è servito.
Perché, sempre di più, abbiamo bisogno di speranza e leggerezza.
Come quando, girando senza una meta nella campagna, t’imbatti in una festa di paese.
E all’improvviso il cielo si illumina.
E non sei più nello stesso posto.
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