Una scelta consapevole
C’è una piazza gremita e colorata, con tante mani sollevate che stringono smartphone avidi di immagini.
C’è un palco lucente e affollato, con sopra persone dai sorrisi smaglianti che si litigano la posizione più glamour, più esposta. Quella che garantisce la migliore prospettiva per essere immortalati, postati e taggati.
Sembra che il loro unico scopo sia raggiungere il successo con vittorie schiaccianti e astute scorciatoie.
L’unità di misura è il consenso.
Gente da Guinness dei Record, da ribalta di avanspettacolo.
Se non ci si lasciasse rapire dalla pomposità dello show, si potrebbe notare che dall’angolo in fondo alla piazza sbucano delle figure di diversa natura.
Sono donne e uomini che non hanno bisogno di queste fantasmagoriche esultanze per essere definiti straordinari.
Non cercano fama. Semplicemente fanno ciò che ritengono giusto fare.
Proviamo a immaginare questo gruppo di antieroi camminare disordinatamente sul lato meno in vista della piazza e dirigersi verso un vicolo per abbandonare la baraonda che non gli appartiene.
Sono sparpagliati, parlottano tra loro. Avanzano timidi, quasi incerti.
Sul fianco dell’improbabile compagine, un po’ defilato e piegato su se stesso, si riconosce la sagoma corpulenta e stanca di un uomo.
Capelli bianchi scompigliati, barba candida e disordinata. Occhiaie profonde. Le mani sprofondate nelle tasche dei jeans sformati, come a voler nascondere il male che hanno toccato.
È Gino Strada, il medico di guerra.
In una suggestione come questa, lui non può mancare.
Non perché sia stato un filantropo.
Non perché abbia fondato Emergency.
Non perché abbia operato in mezzo alle guerre.
Ma per il modo con cui stava al mondo mentre faceva tutto questo.
Quando rilasciava interviste o partecipava ad eventi, si presentava con l’aria sfatta del chirurgo che ha operato per dodici ore di fila, ma dai suoi occhi traspariva la serenità del giusto.
Non aveva bisogno di alzare la voce per essere ascoltato.
Non aveva bisogno di slogan per essere notato.
Parlava poco, diceva molto e faceva di più.
Ripeteva concetti che avevamo sentito mille volte: in guerra tutti perdono, soprattutto gli indifesi.
Se detta da un politico, questa frase suonerebbe come una convenzione dialettica.
Ma detta da lui arrivava come una constatazione. Qualcosa di vero.
Perché era un uomo che le conseguenze dell’abominio le vedeva sul campo.
Le toccava.
Non ha mai cercato un pulpito da cui denunciare l’orrore.
Ma ogni volta che gli veniva data la parola, non si sottraeva.
Raccontava cosa succedeva davvero in quei luoghi di disperazione, con una semplicità disarmante.
Ci sono frasi di cui ancora sentiamo l’eco e oggi andrebbero scritte su tutti i muri del mondo.
La guerra si associa sempre alla bugia, perché è impossibile giustificare le nefandezze con la verità.
Il Potere non tollera la verità sulla guerra.
Ci siamo evoluti in ogni campo della scienza e della tecnica, ma non abbiamo ancora imparato a non ucciderci.
Emozioni cupe. Che fanno arrabbiare. Che preoccupano.
Su insistenza di un amico editore, ha scritto alcuni libri. Uno in particolare ha lasciato il segno: Pappagalli verdi, una sorta di diario di guerra.
Attraverso una cronaca asciutta di ciò che viveva personalmente nei diversi scenari bellici, descrive il male assoluto, le difficoltà nell’operare senza strumentazioni adeguate e la carenza cronica di farmaci. Ma soprattutto mostra l’inutilità della guerra.
Non c’è retorica in quelle pagine.
C’è fatica.
C’è delusione.
C’è dolore.
C’è realtà.
C’è la sensazione che certe domande non abbiano risposta, ma vadano poste comunque.
Si parla di mine e strumenti di morte che trasudano vigliaccheria e crudeltà, come i pappagalli del titolo: bombe camuffate da divertimento.
Lasciate cadere dall’alto, atterrano ruotando su se stesse e attraggono i più piccoli che vedono in quel movimento colorato un gioco da afferrare.
Ma quei finti uccelli esotici, così attraenti, sono programmati per esplodere pochi secondi dopo essere stati afferrati.
Il tempo necessario perché altri bambini, incuriositi, si avvicinino.
Un’infamia aberrante, pensata da uomini spietati per indebolire emotivamente il nemico.
Cosa accade dentro ognuno di noi quando scopriamo storie come questa?
Quando leggiamo il dolore raccontato senza sconti?
Quando vediamo quanto costa, davvero, essere coraggiosi?
Ho recuperato Pappagalli verdi dalla mia libreria ingombra e disordinata.
Era lì, accanto a Sepúlveda e Neruda, quasi a volerne alleggerire il peso con gabbianelle, gatti e poesie.
Rileggendolo ho rivissuto la stessa sensazione lontana nel tempo. Due emozioni chiare.
Rabbia: l’essere umano è ignobile, si sporca le mani con atrocità schifose e, in un batter di ciglia, è capace di ripulirsi la coscienza con alibi altrettanto sudici. Speranza: sullo stesso pianeta esistono anche persone coraggiose che con le loro mani salvano vite e amano indistintamente chiunque necessiti di una benda.
Di fronte a questo dualismo spetta a noi decidere da che parte stare.
Verrebbe da dire: è ovvio, la guerra è da condannare.
A parole siamo tutti campioni di sapienza, ma è con l’esempio morale e fisico che le nostre decisioni acquisiscono peso. E fanno la differenza.
Ecco cosa ci ha donato il medico di guerra: una scelta consapevole.
Gino Strada non ha mai avuto l’atteggiamento dell’eroe.
Non si è mai descritto come tale.
Non ha mai chiesto riconoscimenti.
Raccontava brutte storie, non si sottraeva alle critiche, diceva verità complesse da accettare.
Gino faceva il medico. Là, dove nessuno voleva andare.
*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti

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