La felicità allunga la vita, sotto una certa soglia

Uno studio su 123 Paesi, pubblicato su Frontiers in Medicine, individua il “punto di svolta” del benessere: sotto non conta, sopra allunga la vita.

Sarà capitato a tutti (si spera) di dire, magari ridendo, “muoio di felicità”: un’espressione paradossale, che usiamo per dare un nome a quei momenti in cui tutto sembra funzionare. Ma la realtà è che la felicità non fa affatto morire, anzi allunga la vita. Allo stesso tempo, però, se essere felici ed essere in salute sembra un legame intuitivo, non è scontato che sia anche lineare. Piuttosto, la ricerca scientifica sta mostrando che il rapporto tra benessere e longevità è più complesso di quanto sembri: ha delle soglie, dei limiti, persino dei paradossi. Esiste un punto oltre il quale essere “più felici” non ci fa vivere più a lungo o diventa addirittura dannoso? E il vecchio adagio secondo cui i soldi non fanno la felicità è davvero sempre valido?

A queste domande prova a rispondere lo studio “How happy is healthy enough? Uncovering the happiness threshold for global non-communicable disease prevention”, pubblicato su Frontiers in Medicine e firmato da Iulia Cristina Iuga, Syeda Rabab Jafri e Horia Iuga dell’Università di Alba Iulia (Romania).
La ricerca analizza il rapporto tra benessere soggettivo e mortalità prematura per malattie non trasmissibili (MNT), con un obiettivo preciso: capire se esista un livello “ottimale” di felicità, un “punto di svolta” in cui i benefici per la salute sono massimizzati e oltre il quale un maggior benessere non porta ulteriori vantaggi.

Il peso delle malattie non trasmissibili

Una premessa per capire che si tratta di una questione molto rilevante: le MNT, come tumori, diabete e malattie cardiovascolari, rappresentano circa tre quarti delle morti globali, con le ultime a fare la parte del leone. Finora le politiche sanitarie si sono concentrate soprattutto su fattori comportamentali: fumo, dieta e inattività fisica, e la ricerca ne conferma la validità. Tuttavia, emerge un’altra variabile sempre più centrale, ovvero il benessere psicosociale.
La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute non solo come assenza di malattia, ma come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, mentre le Nazioni Unite hanno progressivamente integrato il concetto di felicità nella propria agenda di sviluppo. Diversi studi osservano che le società moderne devono perseguire la felicità, non solo la ricchezza, anche alla luce del fatto che, una volta soddisfatti i bisogni primari (cibo, casa, sicurezza), aggiungere ulteriore ricchezza o felicità non porta più grandi vantaggi come all’inizio: è il paradosso di Easterlin.

Come si misura la felicità

L’idea alla base dello studio è che la felicità non funzioni in modo lineare. Non è detto, cioè, che “più è meglio” sempre e comunque. I ricercatori hanno cercato di individuare una soglia oltre la quale la felicità produce effetti concreti sulla salute.
Ma come hanno misurato la felicità? Attraverso un indicatore chiamato Life-Ladder (Scala della vita): i partecipanti dovevano immaginare una scala con gradini numerati da 0 a 10, dove il gradino più alto (10) rappresenta la migliore vita possibile, mentre quello più basso (0) la peggiore. Poi dovevano collocarsi su uno dei gradini, in quel momento della loro esistenza. Il punteggio nazionale utilizzato nella ricerca è la media delle risposte date dai cittadini di un determinato Paese.
Lo studio ha poi incrociato i punteggi nazionali con il tasso di mortalità per MNT nella fascia 30-70 anni, tenendo conto di variabili come consumo di alcol, obesità, inquinamento, spesa sanitaria, PIL e qualità della governance, che potrebbero impattare sulla condizione di vita e sulla mortalità.



La soglia della felicità

I ricercatori hanno trovato un livello minimo sotto il quale la felicità non riduce la mortalità e sopra il quale, invece, ogni aumento del benessere si associa a una diminuzione significativa delle morti per malattie non trasmissibili. Questa soglia, sotto la quale la felicità “non conta” mentre sopra diventa un fattore protettivo, si colloca a 2,7 punti della Life-Ladder.
A livelli superiori, ogni incremento dell’1% della felicità ha ridotto la mortalità per malattie non trasmissibili dello 0,43%; al di sotto, invece, l’effetto era nullo. La felicità, insomma, non conta sempre allo stesso modo.
Un dato interessante è che l’analisi condotta dai ricercatori ha coinvolto 123 Paesi nell’arco di 16 anni (2006-2021), mostrando risultati coerenti tra contesti culturali ben diversi. Questo ha implicazioni molto concrete per le politiche nazionali.

Chi è felice vive anche “meglio”

Uno dei motivi per cui essere più felici riduce la mortalità (per MNT) è intuitivo. Chi prova un maggiore benessere soggettivo, che include soddisfazione di vita, buone relazioni e basso livello di stress, tende ad adottare uno stile di vita più salutare: fa più attività fisica, mangia cibi sani, fuma meno, segue meglio le terapie. Inoltre, le persone più felici generalmente costruiscono reti di supporto sociale più profonde, che possono favorire scelte di vita sane e fungere da cuscinetto durante le sfide legate alla malattia.
Non solo, ma hanno una migliore funzione immunitaria e migliori profili metabolici, e affrontano meglio lo stress, cosa che abbassa la risposta infiammatoria, che è un fattore chiave alla base di molte patologie non trasmissibili.
Studi su larga scala – come quelli basati sulla UK Biobank, citati dalla ricerca – mostrano che una maggiore soddisfazione di vita è associata a un minor rischio di infarto, ictus e diabete, oltre che a un migliore invecchiamento complessivo. In definitiva a una salute migliore a lungo termine.
A livello di popolazione una maggiore felicità media del Paese è collegata a profili di salute più sani, come maggiore aspettativa di vita e minore mortalità specifica per età. E questo anche quando si tiene conto del reddito.

I soldi non fanno (sempre) la felicità

Un altro risultato interessante dello studio riguarda proprio il reddito, e il cosiddetto “paradosso della prosperità economica e delle malattie croniche”. In pratica, un PIL più elevato non si traduce automaticamente in una popolazione più sana. Anzi, nei Paesi più ricchi aumentano spesso le malattie legate allo stile di vita.
La crescita economica, se non accompagnata da politiche di prevenzione, può infatti favorire comportamenti rischiosi. Questo conferma che la felicità, intesa come benessere complessivo, è una variabile distinta dalla ricchezza.
In sostanza, se è vero che più le persone sono felici e più diventano sane, nuove teorie avvertono che una maggiore felicità non è sempre sinonimo di benessere. È possibile avere “troppo di una cosa buona”, evidenziano i ricercatori, perché individui troppo spensierati o euforici potrebbero indulgere nel compiacimento o in comportamenti a rischio che potrebbero minare la salute. L’ideale sembrerebbe perciò una felicità moderata, accompagnata dal giusto ottimismo.

Gli altri fattori: stile di vita, ambiente e contesto

Accanto alla felicità, lo studio conferma il peso determinante di altri fattori sulla longevità, alcuni dei quali (come inquinamento, obesità, urbanizzazione) hanno un impatto diretto sulla mortalità e altri (come spesa sanitaria e PIL) no.
Sono soprattutto obesità e consumo di alcol ad aumentare in modo costante la mortalità, sia nei Paesi con bassi punteggi nella Life-Ladder sia in quelli con alti punteggi, anche se i primi stanno comunque peggio. Nell’insieme, questi due fattori impattano in modo rilevante nello sviluppo delle MNT – tumori, malattie cardiovascolari, cirrosi e pancreatite, diabete di tipo 2 -, e di conseguenza contribuiscono significativamente ai decessi globali.
Anche l’inquinamento atmosferico, in particolare da PM2.5, gioca un ruolo rilevante, aggravando soprattutto le malattie cardiovascolari e respiratorie e impattando in modo forte nei Paesi con basso punteggio. Nei Paesi con livelli più elevati di benessere soggettivo pesa in modo meno evidente, probabilmente grazie a controlli ambientali migliori (ma su questo gli studi non concordano).


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L’urbanizzazione mostra invece effetti diversi: può aumentare i rischi nei contesti meno sviluppati, ma diventare un fattore protettivo dove esistono infrastrutture e servizi adeguati. In generale, le popolazioni urbane presentano tassi più elevati di patologie croniche rispetto a quelle rurali, anche per la maggiore disponibilità di cibi processati e stili di vita meno salutari. Ecco perché nei Paesi a basso e medio reddito la rapida crescita urbana modifica i pattern delle MNT.
Quanto al controllo della corruzione, questo studio, a differenza di altri, non mostra un effetto chiaro, anche se la scarsa integrità istituzionale riduce l’efficacia delle politiche sanitarie e aumenta il carico delle MNT. Al contrario, invece, la spesa sanitaria risulta sempre utile, ma per esser ben gestita occorrono istituzioni solide e, appunto, minor corruzione.
Infine, torniamo al reddito: il PIL pro-capite aiuta a ridurre le morti solo nei Paesi con livelli più elevati di benessere soggettivo, mentre nei Paesi con livelli di benessere inferiori non fa grande differenza, perché spesso la crescita economica porta anche stili di vita più rischiosi, oltre al fatto che cresce il carico di malattia senza adeguate infrastrutture sanitarie.

Politiche diverse, per diversi livelli di felicità

Insomma, il messaggio che emerge dallo studio è chiaro: la felicità non può essere promossa in modo astratto, senza considerare le condizioni strutturali.
I livelli di intervento individuati e suggeriti dallo studio sono due. Uno più “base”, nei Paesi con livelli di benessere bassi (Life Ladder sotto la soglia critica di 2,7), dove le priorità devono essere i fondamentali: accesso alla sanità primaria e alla salute mentale, sicurezza economica, espansione della spesa sanitaria pro capite, lotta alla corruzione, mitigazione dell’inquinamento (standard più rigorosi, controlli più severi e protocolli clinici ad alto rischio). Anche lo sviluppo urbano dovrebbe essere gestito con attenzione, in modo che le prospettive sociali ed economiche che aumentano la felicità non siano compromesse dall’inquinamento e dalla sedentarietà.
Se non si parte da queste cose, in questi contesti, piccoli aumenti di felicità non producono effetti concreti sulla salute. L’obiettivo qui, infatti, è superare la soglia 2,7 della scala Life-Ladder.

Solo una volta raggiunto il turning point ha senso passare al livello “avanzato”, dove ci si concentra sulla qualità della vita (urbanistica orientata alla salute, spazi verdi, mobilità attiva e sostenibile), sulle relazioni sociali (politiche che riducono la disuguaglianza, aumentano la fiducia sociale e rafforzano il senso di comunità) e sul benessere psicologico. Qui lo scopo è massimizzare l’impatto del benessere soggettivo sulla salute.
Perché è solo oltre questo punto che livelli più elevati di felicità sono associati a una mortalità per malattie non trasmissibili progressivamente inferiore, e senza che siano emersi effetti negativi di una felicità “eccessiva”.

In entrambi i casi, comunque, restano centrali le politiche su alcol (SBIRT, prevenzione delle ricadute, alta tassazione) e obesità (promozione di diete sane, etichettatura chiara degli alimenti, percorsi di attività fisica, limitazioni alla commercializzazione di alimenti ad alta densità calorica). Giova, inoltre, aumentare la spesa sanitaria pro capite, favorendo la prevenzione e la cura delle malattie croniche, e il benessere psicologico. La valutazione dei programmi, infine, dovrebbe essere istituzionalizzata (studi A/B, ecc…), per riallocare di conseguenza le risorse.
Nel momento in cui i governi e le organizzazioni internazionali stanno considerando la felicità o il “benessere nazionale lordo” come obiettivi politici, conoscere il livello “giusto” di felicità da promuovere per la salute potrebbe essere utile per indirizzare le risorse sanitarie. Ed ecco che la soglia di 2,7 punti della scala di benessere potrebbe riflettere le condizioni socioeconomiche e istituzionali minime necessarie affinché la felicità si traduca in benefici concreti per tutti.

Simona Cetola

Simona Cetola

Laureata in Scienze Politiche, da anni è nel mondo dell’informazione dove si occupa di diversi temi, dall’economia alle tendenze della società fino alla situazione femminile. Appassionata, tra le altre cose, di viaggi, tennis e caffè, per News48 scrive di ambiente, partendo dall'idea che l'impegno di tutti può fare la differenza e che, oltre a tanti problemi, ci sono anche tante possibilità e tante soluzioni.

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