Nell’epoca della vita onlife, educare significa costruire ambienti di senso e relazioni consapevoli. La proposta dell’Educomunicazione come risposta educativa alla società digitale
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Viviamo immersi in un tempo in cui l’educazione e la comunicazione si intrecciano fino a diventare un tutt’uno. È da questa consapevolezza che nasce il mio libro “La Buona Educomunicazione. Scuola e famiglia, un approccio sociologico nella nostra nuova vita onlife” (FrancoAngeli, 2024). Un lavoro che rappresenta il frutto di anni di studio, osservazione e ricerca sul campo, attraverso un’indagine qualitativa che ha coinvolto dirigenti scolastici e docenti in tutta Italia.
L’obiettivo? Comprendere come il rapporto tra giovani e tecnologie stia trasformando radicalmente il modo di educare e comunicare, e come scuola e famiglia possano (e debbano) reagire di fronte a questa sfida epocale.
Le radici teoriche dell’Educomunicazione
Come ha ben spiegato il professor Pier Cesare Rivoltella nella prefazione al mio volume, il concetto di Educomunicazione ha radici teoriche profonde e una storia importante. Viene introdotto per la prima volta nel 1998 da Geneviève Jacquinot, docente di Pedagogia della comunicazione all’Université de Paris VIII, durante il congresso mondiale di São Paulo sulla Media Education intitolato Comunicação e Educação. Jacquinot avvertiva già allora l’urgenza di ripensare il ruolo delle professioni educative alla luce dei cambiamenti che la comunicazione stava imponendo: la diffusione di Internet, l’avvento del Web e l’uso sempre più pervasivo della telefonia mobile.

Un nuovo profilo professionale
L’Educomunicazione nasce, quindi, come risposta all’utopia della comunicazione che ha segnato la fine del Novecento, un’utopia che ha preso il posto di quella della tecnoscienza, ormai in crisi. Al dominio della razionalità tecnico-scientifica si è sostituita l’idea che la costruzione di relazioni e la trasparenza comunicativa siano la chiave del progresso sociale. In questa visione, la comunicazione diventa un campo trasversale e strategico per comprendere le trasformazioni della società.
La proposta della Jacquinot è rivoluzionaria: immagina un nuovo professionista educativo, l’educomunicatore, che sia al tempo stesso pedagogista e comunicatore, per il quale la comunicazione non sia solo uno strumento, ma una postura professionale. Un’idea che implica un dialogo stretto tra Scienze dell’Educazione e Scienze della Comunicazione, superando le reciproche diffidenze storiche. Solo integrando queste competenze sarà possibile formare figure in grado di affrontare la complessità mediatizzata dell’educazione contemporanea.
Una prospettiva che, come scrive Rivoltella, «disegna uno spazio preciso per la ricerca sociologica», chiamata oggi a riflettere sulle implicazioni della mediatizzazione, dell’intelligenza artificiale, del protagonismo dei dati e delle nuove visibilità etiche ed estetiche.
Società informazionale e identità digitale
Il punto di partenza della mia ricerca è una constatazione ormai evidente: siamo passati dalla società analogica alla società digitale, e con essa dalla società mediatizzata alla società informazionale. Un passaggio che non riguarda soltanto i mezzi di comunicazione, ma che ha trasformato nel profondo il nostro modo di vivere, relazionarci, apprendere, costruire l’identità. I media non sono più semplici strumenti: sono ambienti simbolici, ecosistemi nei quali si negozia senso, si produce cultura e si costruisce cittadinanza.

Sulla scia dei grandi studiosi che hanno analizzato l’impatto dei media sulla società – da McLuhan a Castells, da van Dijck a Zuboff, da Jenkins a Floridi – ho cercato di tracciare una mappa dei cambiamenti che hanno attraversato la scuola, la famiglia e le relazioni interpersonali, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. L’esplosione di Internet e l’affermazione delle piattaforme digitali hanno cambiato la grammatica del vivere quotidiano. Secondo Castells, siamo ormai nell’epoca in cui “il network è il messaggio”, e la rete diventa lo spazio primario della socializzazione, ma anche dell’individualismo iperconnesso, della vetrinizzazione dell’identità, dell’apprendimento frammentato.
Giovani, piattaforme e nuove fragilità
Le nuove generazioni, in particolare i nativi digitali della cosiddetta Generazione Z, costruiscono sé stessi attraverso le app, i social, la messaggistica istantanea. Indubbiamente, la vita dei giovani è concepita come una sequenza continua di applicazioni: si nasce, si cresce, si impara, ci si relaziona, si sogna dentro un ecosistema “appificato”. In questo scenario, il confine tra reale e virtuale si dissolve, e il virtuale diventa corpo, emozione, identità. Danah boyd parla di digital body, un’estensione del sé che abita le piattaforme come spazio di libertà, ma anche come luogo di controllo e consumo.
Qui emergono tutte le criticità di una società che ha reso la tecnologia un bene di consumo primario, senza però dotarsi di un’adeguata alfabetizzazione digitale. In Italia, già nel 2004, eravamo il Paese europeo con la maggiore diffusione di telefoni cellulari, ma anche tra quelli meno preparati a gestire il loro impatto educativo. I dati di Telefono Azzurro e del Censis mostravano un aumento di solitudini, fragilità, disturbi legati all’abuso tecnologico.
L’approccio educomunicativo come risposta
Attraverso la mia analisi scientifica, ho cercato di rispondere a una domanda fondamentale: come si può educare in un mondo dove la comunicazione è governata da algoritmi, da piattaforme opache e da logiche di sorveglianza?
Come possiamo superare i limiti della Media Education tradizionale, che si è concentrata spesso solo sugli strumenti, per abbracciare invece una visione più ampia, dialogica e critica? La risposta che propongo si chiama Educomunicazione.
L’approccio educomunicativo, così come definito da Ismar de Oliveira Soares, parte da una visione sistemica e relazionale della comunicazione educativa. Non si tratta solo di “insegnare i media”, ma di costruire ecosistemi comunicativi aperti e dialogici, in cui ogni soggetto – studente, docente, genitore – sia parte attiva di un processo educativo partecipato. È un’educazione che mette al centro la comprensione delle logiche del sistema comunicativo digitale, promuovendo spirito critico, responsabilità, cittadinanza attiva.
Questa visione diventa ancora più urgente oggi, in un contesto segnato da quella che Zuboff ha chiamato “capitalismo della sorveglianza”, in cui i dati degli individui vengono raccolti, analizzati, utilizzati per orientare comportamenti, consumi, pensieri. Il vero nodo, quindi, non è solo tecnologico, ma etico, sociale, politico. E l’educazione può e deve avere un ruolo chiave nel costruire un’alternativa.

Una scuola che sperimenta e resiste
Nel mio lavoro ho cercato di raccogliere le esperienze più significative che si muovono in questa direzione. Attraverso un’indagine qualitativa svolta in dieci regioni italiane, ho intervistato dirigenti scolastici e docenti impegnati in progetti di educazione ai media. Le loro voci raccontano un’Italia educativa variegata, che cerca con fatica – ma anche con creatività – di costruire percorsi stabili, non più legati alla sola sperimentazione, ma a una strategia educativa vera e propria. Ne emerge una scuola che spesso si muove in solitudine, ma che ha dentro di sé le risorse per affrontare la sfida.
L’Educomunicazione è una proposta culturale, un orientamento pedagogico, una scommessa sul futuro. È un invito a superare la logica dell’adattamento passivo ai cambiamenti tecnologici, per diventare protagonisti consapevoli di una trasformazione che ci riguarda tutti. Significa ripensare il ruolo dell’educatore, della scuola, della famiglia, non più come semplici trasmettitori di conoscenze, ma come mediatori culturali capaci di costruire senso, relazione, cittadinanza.
Nel tempo della società onlife, in cui reale e digitale si fondono, educare significa creare ambienti di senso, spazi dove i ragazzi possano esprimersi, dialogare, apprendere in modo critico e autonomo. Vuol dire costruire insieme un nuovo patto educativo, fondato sulla corresponsabilità, sull’ascolto, sulla consapevolezza.
Perché se è vero che la tecnologia ha cambiato il mondo, è altrettanto vero che possiamo decidere come viverci dentro. E l’educazione, ancora una volta, può essere la chiave per aprire le porte del futuro.
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