Perché non stiamo bene: come fermare il caos quotidiano e migliorare la salute emotiva
C’è un malessere generale nella moderna società. Viviamo in un paradosso interessante: da un lato siamo in un’epoca in cui abbiamo tutto quello che serve per conoscere, scoprire, provare. Dall’altro tendiamo a ignorarlo perché ci chiede di prendere in mano la nostra vita e di farne un capolavoro
John Lennon lo ha detto in modo chiaro: «la vita è ciò che accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti». Sembra che il nostro essere umani non possa prescindere dalla necessità di immergerci totalmente nelle attività quotidiane e nella frenesia delle giornate dimenticando qualcosa. C’è dell’altro mentre corriamo da un appuntamento all’altro, mentre ci informiamo, mentre ci occupiamo delle incombenze che ci propone la vita. Mentre affrontiamo i dolori e le gioie. È come se vivessimo due vite diverse: una alla quale diamo attenzione e un’altra che va avanti senza di noi. La seconda, quella che ignoriamo, è quella che determina il nostro stato emotivo e influisce sulla prima.
Non stiamo bene: perchè?
Non stiamo benissimo. Viviamo in un paradosso interessante: da un lato siamo in un’epoca in cui abbiamo tutto quello che serve per conoscere, scoprire, provare. Dall’altro tendiamo a ignorarlo perché ci chiede di prendere in mano la nostra vita e di farne un capolavoro. C’è un malessere generale che non vediamo, di cui non ci accorgiamo perché non siamo più in grado di riconoscerlo. E la ragione ce l’ha fatta notare anche John Lennon: siamo troppo impegnati nel fare e dimentichiamo l’essere.
Ci sono studi e ricerche che provano a portarci con i piedi per terra, a farci prendere consapevolezza. Ma ne prendiamo atto, riconosciamo il problema e poi torniamo alla nostra frenesia. Perché non abbiamo tempo.
Ma se non abbiamo tempo, forse è proprio il momento giusto per prenderselo.
Salute mentale: cosa ci dicono gli ultimi dati
Il 32% della popolazione mondiale vive con un disturbo mentale. In Italia, la situazione non è migliore: ben il 28% degli italiani ha sperimentato un disagio emotivo nel corso di un anno, con un aumento significativo del 6% di anno in anno. Lo dice la quarta edizione del Mind Health Report (corporate.axa.it), indagine sul benessere mentale condotta da IPSOS su un campione di 16.000 interviste a persone di età compresa tra i 18 e i 75 anni in 16 Paesi (Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Irlanda, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Messico, Turchia, Cina, Hong Kong, Giappone, Tailandia, Filippine). Lo studio è stato pubblicato nel 2024 e si riferisce ai dati del 2023. Il quadro è allarmante per alcuni aspetti.
Ansia, depressione, e stress da lavoro sono le principali cause di malessere, eppure la società sembra non essere pronta ad affrontare questa emergenza. Nel 2023, il 60% degli italiani ha dichiarato di aver affrontato almeno una difficoltà personale, in particolare le donne e i giovani.

I giovani, come stanno loro?
L’Ordine degli Psicologi della Toscana ha condotto uno studio (www.quotidianosanita.it) tra i suoi iscritti in collaborazione con il Laboratorio di Psicometria (Dipartimento Neurofarba – Università degli Studi di Firenze) per indagare lo stato di salute psicologica nei più giovani in un periodo ben preciso: marzo 2022- marzo 2023. Un anno che è stato caratterizzato dallo strascico della pandemia ma anche dalle notizie sulla crisi energetica, la guerra in Ucraina, gli eventi climatici sempre più estremi.
I più preoccupati sono risultati i ragazzi e le ragazze tra i 20 e i 30 anni seguiti poi da preadolescenti e adolescenti. È la paura del futuro a emergere (50%), seguita dal timore dell’abbandono e della solitudine (48%), da quello della malattia e della morte (45%) e del presente (41%).
Siamo di fronte a una delle sfide più grandi del nostro tempo. E l’informazione, in questo senso, gioca un ruolo fondamentale che forse ancora non ha consapevolizzato del tutto. Sono le notizie una delle principali fonti di pressione emotiva nel mondo moderno. E lo sono per via di quel flusso di storie, eventi, fatti, opinioni che abitano la nostra quotidianità e che intercettiamo ormai ovunque.
Serve fermarsi a fare una riflessione.
Siamo arrabbiati. Succede proprio perché lasciamo che quel malessere che ci abita venga ignorato. Ignari del fatto che, lui, troverà il modo di esprimersi e lo farà nei commenti sui social network, nelle nostre relazioni, nelle nostre scelte.
Come ritrovare la strada della leggerezza
«Ci siamo allontanati troppo da noi stessi – dichiara Katya Giannini (katyagiannini.com), mental coach ed esperta in dinamiche dell’inconscio autrice di libri di crescita personale e spirituale e ideatrice del metodo Soulfullness® – abbiamo totalmente perso il coraggio di essere noi stessi e di essere le persone che siamo destinate a essere. In questo senso il ruolo dell’informazione è quasi totale: siamo troppo bombardati e questo ci impedisce di assimilare le notizie. Finiamo per credere a ciò che ci viene raccontato perché siamo pigri e non alleniamo il pensiero critico». Siamo arrabbiati perché abbiamo paura, quindi. «Sì, viviamo costantemente nella paura del giudizio altrui, nel timore di perdere l’amore delle persone e di abbracciare il cambiamento. Tutto questo è frutto di una pressione emotiva che viene generata dalla qualità della nostra vita e del tempo che dedichiamo a noi stessi ma anche dalle notizie che leggiamo. Possiamo imparare a scegliere fonti differenti e preferire quelle meno aggressive, per esempio, e fermarci a comprendere l’impatto che ha su di noi quello che abbiamo letto o ascoltato. Chiedersi: cosa risveglia in me? È un allenamento alla consapevolezza che poi ci porterà a scelte differenti per il nostro benessere».

E dove va a finire la compassione? Perché conoscere il brutto del mondo non ci rende più aperti agli altri ma alimenta la nostra rabbia e frustrazione? Secondo Giannini la compassione c’è ma non è quella che possiamo immaginare. Una lieve sfumatura che determina una grande differenza.
«Quello che accade è che diventiamo compassionevoli nei confronti di chi vive eventi negativi che leggiamo e ascoltiamo nel momento stesso in cui li stiamo scoprendo. Poi li dimentichiamo. Culturalmente siamo abituati a provare compassione per le cose brutte vissute da altri ma questa è una compassione selettiva: non costruisce, diventa solo un’abitudine consolidata. Per trasformare la compassione in azione occorre lavorare in profondità su di sé. Se partiamo da noi allora siamo pronti a lottare per sostenere i valori in cui crediamo». L’autenticità che coltiviamo dentro di noi, è quella che ci porta all’accoglienza e al sostegno reale. «È il coraggio di trovare la leggerezza di essere sé stessi nella propria vita – aggiunge Giannini.
Viviamo, quindi, su un’altalena di bisogni e paure che inevitabilmente si riflettono sulla società e sulle nostre relazioni. Siamo in balia di ciò che crediamo di non poter controllare ma che ci rappresenta più di quanto si possa pensare.
«I bisogni che riscontro nelle persone che si rivolgono a me sono quelli di essere ascoltati, avere più tempo e spazio per sé e sentirsi riconosciuti – spiega Giannini – quando non vengono soddisfatti, questi bisogni generano sentimenti ed emozioni come frustrazione e rabbia. Prendiamo, per esempio il riconoscimento. Chiediamoci se nasce dalla consapevolezza di avere valore o se è semplicemente un bisogno profondo e legato ad altro. In questo ultimo caso si rischia di generare quegli atteggiamenti aggressivi che vediamo spesso nella realtà che viviamo». Siamo in un periodo storico di transizione che ci offre la possibilità di scegliere chi vogliamo essere e chi vogliamo diventare. «Le persone arrivano da me dicendomi che fanno una vita che non gli piace, vogliono cambiare ma non hanno il coraggio di farlo. O ancora, sono pronte a cambiare ma non sanno esattamente cosa perché non hanno chiaro il proprio scopo di vita».
“Tutti pensano di cambiare il mondo, ma nessuno pensa di cambiare se stesso.” —Lev Tolstoj
Guardarsi dentro per ritrovare la gioia e la leggerezza
La soluzione, come spesso accade, è dentro di noi. Se vogliamo costruire un mondo migliore, dobbiamo iniziare da noi stessi. Continuiamo a cercare le risposte fuori di noi quando le risposte sono sempre state dentro di noi.
Quindi, quando ci sentiamo frustrati, arrabbiati o in altri stati di impotenza, dovremmo diventare curiosi e lavorare sulla parte di noi che è in guerra con la realtà. Imparare a riconoscere il malessere non sembra facile ma è possibile. In ogni caso è il primo passo per poter poi accedere a un percorso che ci conduce verso il benessere interiore.
«Ho ideato il metodo Soulfullness® per aiutare le persone a gestire le emozioni più complesse come la frustrazione, la tristezza, la rabbia – racconta Giannini – è un percorso molto pratico che fornisce gli strumenti adatti al raggiungimento degli obiettivi. Tra gli aspetti chiave c’è il miglioramento dell’autostima, la gestione dell’ansia e dello stress, la comprensione delle proprie emozioni e delle proprie reazioni agli eventi. Un buon allenamento, per esempio, è quello sull’ascolto. Non siamo più abituati a respirare e a fermarci in un momento preciso della giornata semplicemente per osservare ciò che ci circonda. Quali emozioni ci suscita? Cosa sentiamo? Ecco, questo è un esercizio pratico che possiamo portare facilmente nella nostra quotidianità. Nel libro dedicato al metodo (amzn.to) ci sono molti altri suggerimenti utili per ritrovare il dialogo con noi stessi e la strada per la gioia e la leggerezza».
In questo 2025 appena iniziato il benessere emotivo e mentale delle persone resta una delle sfide principali da affrontare. Sebbene sia necessario che avvenga una rivoluzione culturale significativa su questi temi da parte delle istituzioni, ognuno di noi può cominciare a fare la sua piccola parte. Iniziando proprio da sé.
«Il 2025 è un anno di consapevolezza che porta al cambiamento – ci rassicura Giannini – possiamo diventare migliori nel momento in cui decidiamo di tornare a essere noi stessi. Tornare nel senso che noi sappiamo già chi siamo ma lo abbiamo adattato al mondo e alla società, a chi ci vuole cambiare, alle paure. Abbiamo scordato la parte più bella di noi».
Eccolo qui il punto di partenza. Ritrovare quella parte di noi che abbiamo messo da parte.
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