Odio, violenza e discriminazione rappresentano sfide pressanti sia in Italia che in Europa, dai social network alle strade delle nostre città fino ai luoghi che viviamo ogni giorno. Il fenomeno del linguaggio d’odio, che include insulti a sfondo razzista, sessista, omofobo e altre forme di intolleranza, desta allarme crescente ed è sotto gli occhi di tutti noi. Nel 2023 la polizia italiana ha registrato 1.106 reati d’odio (dato OSCE-ODIHR). Oltre sette episodi su dieci di hate speech, censiti dall’UNAR, si consumano online. Nel contesto europeo, l’OSCE segnala migliaia di episodi ogni anno e ricorda che l’Italia, pur trasmettendo i dati raccolti dalla polizia, non riporta ancora a livello centrale quelli di procure e tribunali: un vuoto statistico che complica l’analisi e la risposta istituzionale. Misuriamo meno di quanto accade, soprattutto nelle forme a bassa intensità che preparano il terreno agli atti più gravi.
Un fenomeno in crescita: i numeri dell’odio in Italia ed Europa
Diversi indicatori confermano che l’odio non accenna a diminuire. In Italia, nel 2023, si è registrato un aumento dei reati motivati da odio rispetto all’anno precedente. Nei primi sette mesi dell’anno le autorità italiane hanno censito 232 reati d’odio, in crescita rispetto allo stesso periodo del 2022. In particolare, l’Osservatorio OSCAD ha evidenziato un incremento di aggressioni verso stranieri e persone LGBTQIA+. Anche a livello europeo, l’OSCE-ODIHR segnala migliaia di episodi: nell’ultimo report annuale hanno contribuito dati da 48 Stati e sono stati rilevati quasi 10.000 casi segnalati dalla società civile nell’area OSCE. Osservando l’ambito della violenza di genere: viene evidenziato che i cosiddetti reati spia, atti che preannunciano spesso esiti fatali, mostrano numeri drammatici. Nel 2023 in Italia si sono registrati 12.491 casi di stalking, 16.599 maltrattamenti in famiglia e 4.341 violenze sessuali. Le donne costituiscono circa il 90% delle vittime di queste violenze ma naturalmente questi atti riguardano anche gli uomini e i bambini.
I discorsi d’odio si amplificano online
Internet e i social media sono terreno fertile per l’intolleranza. Secondo Amnesty International, in Italia, i contenuti d’odio online sono passati dal 10% al 15% del totale dal 2019 al 2023. Quelli che incitano esplicitamente alla violenza sono addirittura triplicati. I dati ufficiali UNAR confermano che la maggior parte degli episodi di hate speech avviene sul web: nel 2023 circa il 71,6% dei casi monitorati in Italia si è sviluppato in spazi virtuali (social network, forum ecc.), contro un 28,4% in luoghi fisici.
L’odio corre dunque soprattutto online, dove può raggiungere virulenza e pubblico amplificati: basti pensare che commenti estremisti, un tempo relegati a conversazioni private, ora si diffondono a macchia d’olio in gruppi e pagine, influenzando soprattutto i più giovani. I ragazzi e le ragazze, infatti, sono esposti a questa normalizzazione dell’odio digitale. Le narrazioni d’odio ormai permeano il linguaggio giovanile online e offline, contribuendo a bullismo e isolamento dei coetanei percepiti come persone dagli interessi differenti. Gli effetti non sono solo psicologici: l’aumento di atti di autolesionismo e tentativi di suicidio tra giovani discriminati viene in parte collegato a questo clima tossico.
Un dato spesso poco discusso è quello che riguarda le persone con disabilità che subiscono sia discorsi denigratori che violenze dirette. I dati indicano un aumento del 32% di violenze verso disabili in Italia (da 157 a 207 casi tra il 2017 e il 2019).

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Assunta è fondatrice del Constructive Network, direttore responsabile di News48 e autrice di Empatia Digitale, saggio sulla comunicazione. Dal 2012 studia e approfondisce il giornalismo costruttivo.
I suoi articoli propongono storie, riflessioni e commenti all’attualità. Sempre con un taglio di soluzione e costruttivo.
Le radici dell’odio: paura, status, cultura
L’odio non nasce dal nulla. Gli studiosi indicano un terreno composto da più fattori che, sommandosi, rendono normale l’ostilità.
- Paura del diverso. In fasi di incertezza (crisi economiche, cambiamenti rapidi, migrazioni) cresce l’ansia verso chi percepiamo come “altro”. La paura viene spesso alimentata da narrazioni allarmistiche che producono semplificazioni.
- Perdita di status percepita. Quando gruppi tradizionalmente dominanti sentono di perdere terreno per l’avanzamento di diritti altrui, possono reagire con risentimento: è un classico motore di sessismo, razzismo e omolesbobitransfobia.
- Modelli culturali e stereotipi sedimentati. Sessismo, razzismo, omofobia, abilismo: pregiudizi radicati e norme sociali tossiche legittimano linguaggi svalutanti e, nel tempo, comportamenti discriminatori.
- Minaccia all’ordine percepita. Cambiamenti sociali e demografici possono essere letti come caos da chi cerca certezze. In questo caso prosperano leader e movimenti che offrono capri espiatori e risposte semplici e dure alla complessità.
Queste radici interagiscono tra loro molto spesso. La paura viene amplificata da media e propaganda, la frustrazione si scarica su minoranze visibili, gli stereotipi forniscono il vocabolario dell’esclusione. È così che si costruisce la base della piramide dell’odio: microesclusioni, battute, etichette.
UNITE Foundation: dall’inclusione alla scelta di non esclusione
Alla presentazione milanese di UNITE Foundation, il presidente Tommaso Scalzi ha offerto la bussola che può essere di aiuto in questo scenario: “siamo abituati a sentire parlare di inclusione, ma quando usiamo questo termine ci mettiamo già in una posizione di superiorità e mettiamo l’altro in una posizione inferiore. Meglio usare non esclusione perché rafforza il valore della diversità, che è la cosa più bella”. E ha ricordato anche che “la violenza non ha genere: i dati sono significativi rispetto alle donne, ma non dobbiamo dimenticare che esistono altre forme di violenza“. Da qui parte l’impegno di UNITE Foundation che scende in campo nella promozione dei diritti umani e nel contrastare l’odio che abita la nostra società e che si manifesta sia online che offline.
Durante l’incontro milanese, Alessandra Zoccatelli, vicepresidente di UNITE Foundation, ha portato l’attenzione sulla piramide dell’odio presente anche nella Relazione Jo Cox. Si tratta del documento finale approvato il 6 luglio 2017 dalla Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio del Parlamento italiano.
Tutto inizia dagli atteggiamenti come l’accettazione di stereotipi o il non respingere battute sminuenti. Poi arrivano gli atti di pregiudizio come insulti, derisione, esclusione sociale. Si passa poi alla discriminazione nei luoghi che abitiamo (lavoro, scuola, casa) e da lì alla violenza che si manifesta con minacce, aggressioni, vandalismo, terrorismo. Il vertice estremo è il genocidio, sterminio deliberato di un gruppo di persone.
Una piramide che viene alimentata anche con quelle che vengono definite microaggressioni. Tra queste figurano: non salutare una persona ed evitarla; interrompere qualcuno quando parla o non incontrare lo sguardo di chi sta parlando con noi; non coinvolgere le persone nella vita sociale del gruppo; sminuire una proposta o un lavoro svolto; non condividere un’informazione con una persona coinvolta. Sono micro atti di esclusione che non lasciano lividi ma che, se sommati, spingono un po’ più in alto qualcuno su quella piramide.

Alessandra Zoccatelli ha richiamato, inoltre, il concetto di ingiustizia epistemica: quando il racconto di chi subisce odio viene sminuito o non creduto per pregiudizio sull’identità di chi parla. È un’ingiustizia che si somma all’ingiustizia, una doppia ferita che isola ulteriormente chi la subisce.
La filosofa Miranda Fricker, che ha teorizzato il concetto, ha identificato due forme principali di ingiustizia epistemica: quella testimoniale, quando non si dà credito alla parola di una persona perché appartiene a un gruppo stigmatizzato, e quella ermeneutica, quando manca proprio nel discorso pubblico la cornice interpretativa per comprendere l’esperienza di quella persona. La risposta possibile, da parte di chi fa informazione e delle istituzioni, è di ridare centralità e credibilità alle testimonianze di chi subisce discriminazione. A questo, si aggiunge la formazione per operatori e forze dell’ordine per consentire loro di riconoscere e raccogliere correttamente denunce di crimini d’odio e la costruzione di cornici narrative che non normalizzino l’ostilità.
Cosa farà concretamente UNITE Foundation
UNITE nasce con un mandato operativo che tiene insieme ricerca, educazione, advocacy, supporto alle vittime e rete territoriale. La missione prevede percorsi nelle scuole per scardinare stereotipi e microaggressioni attraverso l’educazione alla cittadinanza, la realizzazione di toolkit per i docenti e la creazione di spazi simbolici di accoglienza. Lavorerà anche con una rete di ambasciatori locali formati per attivare la comunità e presidiare il territorio promuovendo linguaggi rispettosi. Allo stesso tempo attiverà azioni di advocacy e partnership con il mondo del lavoro. Attraverso una piattaforma partecipativa di storie verranno raccolte esperienze di discriminazione e resilienza per ribaltare le narrazioni tossiche con testimonianze dirette. Infine sono previsti osservatori tematici che lavoreranno sulla raccolta di dati e report da condividere con le istituzioni. “Serve una narrazione costruttiva che restituisca dignità e complessità al racconto pubblico – ha commentato Veronica Giovale, della direzione generale di UNITE Foundation – sarà possibile attivarla attraverso modelli positivi e pluralità di voci”.
Uno sguardo al futuro prossimo
L’onda dell’odio, alimentata da crisi e polarizzazione, è una sfida che definisce il nostro tempo. Ma le contromisure sono in movimento. A livello europeo, questo 2025 porterà probabilmente a ulteriori sviluppi: il Parlamento UE ha di recente discusso la possibilità di inserire i reati d’odio e di hate speech tra gli eurocrimini riconosciuti dall’UE, il che faciliterebbe approcci comuni e scambio di informazioni. Inoltre, si attendono novità sul Digital Services Act, che imporrà maggiori obblighi ai social nel rimuovere contenuti illegali d’odio.
Siamo in una fase di presa di coscienza matura: i dati rivelano l’urgenza, le analisi ci aiutano a comprenderne le cause profonde e sempre più voci autorevoli dicono chiaramente che non è più tempo di minimizzare. Come per ogni cambiamento culturale, non ci saranno svolte repentine. Ma mattoni importanti si stanno posando: leggi più chiare, educazione diffusa, rete di solidarietà.
Per maggiori info su UNITE Foundation: https://unitefoundation.eu/
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