Vibralchimie: la ricerca di Elena Bresciani tra rigore, fede e fisica del suono

Elena Bresciani ha attraversato i grandi palcoscenici della lirica internazionale, dal Vaticano alla Carnegie Hall, ma la sua ricerca oggi non si ferma alla tecnica vocale. Con il metodo Vibralchimie ha messo in dialogo fisica del suono, frequenze e disciplina artistica, trasformando un’esperienza di dolore in un percorso di consapevolezza. La sua voce non è solo timbro: è studio, responsabilità, relazione.

Ha la voce rassicurante e profonda. Di quelle che sanno portarti in un altrove a cui spesso non siamo abituati. Una voce così ricca di sfumature che diventa irresistibile. E infatti non è solo voce, è vibrazione. È presenza. La linea telefonica non attenua la profondità, anzi sembra metterla a fuoco. Anche nei silenzi, qualcosa continua a vibrare.
Cantante lirica con 25 anni di carriera internazionale alle spalle, vocal coach fra le più stimate in Italia, autrice, acquerellista e ricercatrice spirituale. Numerose sfumature di una donna che ha una storia di riconoscimento del proprio talento, di studio e di apertura al mondo e alle esperienze. Ha calcato palcoscenici sacri e solenni come la Carnegie Hall di New York, il Vaticano, Oxford, il Teatro Filarmonico di Verona. Ma oggi Elena fa qualcosa di più raro: guida la voce delle persone dentro luoghi che non sapevano nemmeno di avere. Luoghi di luce, dolore, rigenerazione.
Dialogare con lei significa attraversare una materia viva, che non è solo musicale ma profondamente umana.

Elena Bresciani – Photo credits Collettivo Margot

La ricerca oltre la tecnica vocale

«Da sempre dentro di me la ricerca è insita». Esordisce così Elena Bresciani. E non è una frase di circostanza. In quella parola, ricerca, c’è la sua infanzia musicale, lo studio del pianoforte a undici anni, l’ingresso nel canto a tredici, i conservatori, le perfezioni tecniche, i teatri internazionali. Ma c’è anche il timore di dover essere all’altezza di una storia lunga quattrocento anni: «C’era l’ansia di rispettare la storia del canto classico. Ero molto giovane e non potevo fermarmi a pensare.  Ma lavorando con chi aveva più esperienza di me iniziavano a nascere domande a cui sentivo l’urgenza di dare risposte».

La tecnica, in quel mondo, è tutto. Eppure a un certo punto non basta più. «La tecnica si applica a dei corpi: le corde vocali. Ma la voce, invece, è uno strumento interno, non visibile, profondo. Ogni persona ha le corde vocali ma l’unicità di ognuno è segnata dalla sua voce. E il canto aiuta a imparare qualcosa di noi stessi, per me è stato così». È qui che si apre la frattura feconda: tra ciò che è anatomia e ciò che è identità.

Oltre il diapason: frequenze, convenzioni e armonia

La musica occidentale, a partire dal Settecento, si fonda su una convenzione matematica precisa: il diapason a 440 Hz, ovvero la frequenza stabilita che permette di accordare strumenti diversi su un riferimento comune. È una conquista straordinaria, che ha consentito la complessità della musica sinfonica e operistica europea, ma resta una prassi.«Una convenzione matematica tra musicisti ha definito il diapason e su questo si basa la musica occidentale – mi spiega Bresciani durante la nostra chiacchierata – nella musica orientale, che ho voluto esplorare con curiosità, si è capito, invece, che nella creazione si va al di là della convenzione matematica». In questa tradizione, infatti, il suono non è sempre vincolato a una griglia fissa. Le scale possono includere micro intervalli, le frequenze possono oscillare, l’intonazione non è rigidamente standardizzata. Non si tratta di maggiore o minore precisione, ma di una diversa idea di armonia. Elena Bresciani ci tiene a precisare che il suo non è un rifiuto della tradizione musicale occidentale ma, piuttosto, un ampliamento di visione e di sperimentazione. Ha iniziato a vocalizzare dentro le campane tibetane, scoprendo sulla propria pelle il fenomeno della vibrazione simpatica. Le campane, poste vicino al corpo, inducono i muscoli delle corde vocali a lavorare in modo nuovo, arricchendo il timbro di armonici che la sola tecnica accademica non poteva raggiungere.


Il dolore come domanda radicale

“Aspettavo il mio secondo figlio, dopo averlo desiderato invano per oltre cinque anni e l’ho perso. Questo dolore mi dilaniava, pregavo e lavoravo, ma non mi bastava, mi sembrava di impazzire. La musica è sempre stata mia àncora e risorsa, mi occupo settimanalmente di circa mille anni di musica come maestro di coro e docente di canto per solisti nella lirica, nel pop, nel jazz e nel musical, inizio con il Gregoriano e termino con l’ultima cover pop uscita in radio, eppure non mi bastava nulla, niente colmava il lutto, l’assenza, la lacerazione, lo strappo. È stato in quel momento che mi è balenata l’idea di andare a Milano a studiare le Campane Tibetane con il Maestro Thonla Sonam: nuova musica, nuove tradizioni, mi avrebbero certamente aiutata a staccare la mente dal dolore, ad arginare la profonda assenza e ferita e in effetti così è stato, grazie alle frequenze. Uscendo dalla mia zona di comfort ho trovato una via di rinascita”.

Racconta così, nel suo libro “Canto del benessere e Vibralchimia interiore. Amati ed elimina lo stress attraverso la voce” scritto con il chitarrista e compositore Renato Caruso, il momento in cui qualcosa è cambiato profondamente nel suo modo di vivere la musica, la voce, il talento coltivato in tanti anni di dedizione e cura.
La nascita del metodo Vibralchimie è legata a questo momento di grande e profonda sofferenza. «Per me mia figlia c’era già, era dentro di me. È stato devastante. Mi sono chiesta: cosa ne faccio del dolore? – mi racconta Elena. È una domanda che raramente trova spazio pubblico, perché, aggiunge, «non esiste una parola per definire chi perde un figlio prima della nascita. E non esiste nemmeno uno spazio al cimitero per questi bambini mai nati». La risposta a questa domanda non è stata una fuga per lei, ma una direzione precisa: «Ho deciso di donare, di offrire. La musica occidentale non mi ha aiutata in questo. Ho capito che dovevo cercare altro, dare senso al dolore e, in questo modo, sono riuscita a onorare mia figlia ogni giorno».

Vibralchimie tra fisica del suono e linguaggio simbolico

Elena Bresciani – Photo credits Collettivo Margot

Per comprendere Vibralchimie, bisogna abbandonare l’idea che ascoltiamo solo con le orecchie. Elena Bresciani invita a immaginare il corpo come una mappa di risonanze, dove ogni frequenza agisce come una chiave capace di aprire una specifica “serratura” emotiva e fisica. Il principio fisico di riferimento è quello della vibrazione simpatica, per cui un corpo vibrante ne mette in vibrazione un altro. È un fenomeno acustico osservabile.
Quando Bresciani parla di chakra, frequenze, solfeggio o corrispondenze tra note e centri energetici, si muove invece all’interno di una visione integrata che intreccia tradizioni spirituali orientali e ricerca personale: non si tratta di protocolli riconosciuti dalla medicina occidentale, ma di un linguaggio simbolico e vibrazionale con cui interpreta l’esperienza sonora. Nel suo sistema, che dialoga con la tradizione Vedica e Tibetana, ogni nota diventa un gradino di consapevolezza. Vibralchimie è un metodo che mette in dialogo fenomeno acustico e ricerca interiore.

«È semplicemente pensato per esseri umani, per cantanti che vogliono espandere la propria esperienza e arrivare a profondità diverse. Per me, poi, è stato un percorso di gratitudine che mi ha aiutata a elaborare ciò che è accaduto. Sono convinta che le prove che ognuno di noi affronta nella vita siano momenti di purificazione – afferma l’artista. Nel libro utilizza una metafora fisica per descrivere l’effetto delle frequenze sul corpo, richiamando la composizione prevalentemente acquosa dell’organismo umano.  «Il corpo umano è composto per il 70% circa di acqua. Le frequenze entrano nel corpo come curve sinusoidali, smuovendo l’acqua e drenando le tossine fisiche ed emotive – spiega aggiungendo che usare la voce su queste frequenze significa accordare lo strumento umano. Tra le pagine del libro si legge che, per esempio, se soffriamo di un blocco emotivo o di “cuore pesante”, lavorare sulla nota FA e sulla frequenza corrispondente (639 Hz) non è un atto magico, ma un modo per riportare in risonanza una parte di noi che ha “perso il ritmo”.

Disciplina, fede e responsabilità della voce

Ascoltando le parole di Elena si percepisce tutto il suo amore e la sua dedizione per la musica e il canto. Qualcosa che, però, sembra andare oltre la semplice passione o il talento.
«Non pensavo ci fosse tutto questo nel canto, purtroppo siamo abituati all’appiattimento culturale sulla musica – aggiunge mentre ci avviamo verso la fine della nostra chiacchierata – ma il canto è divulgazione, c’è ancora così tanto da conoscere e scoprire. Questo è ciò su cui sono pronta a impegnarmi a questo punto della mia carriera: la divulgazione».
Mi racconta anche che all’inizio questo suo percorso non veniva compreso e che ha dovuto fare un lavoro profondo su di sé per decidere di assecondare il suo essere al di là del costrutto della società. Lo ha fatto studiando in modo approfondito anche la teologia intesa sia dal punto di vista spirituale che del dialogo interreligioso.

«Non ha nulla a che vedere con la deriva mistica che vuole farci pensare alla presenza di una scintilla dentro di noi – aggiunge Elena – il problema della corrente new age, infatti, è sostenere che noi tutti diventiamo creatori. Ma non è così, noi siamo uno strumento al servizio di qualcosa di più grande di noi». E solo con la disciplina e il rigore si può arrivare ad aprire nuovi sentieri dentro di sé e nella musica.

«Vedo il talento come una piantina che occorre annaffiare con il rigore. Questo significa che occorre abbracciare una parte metodica e avere disciplina, soprattutto nelle prime fasi della propria carriera, per far sì che si crei spazio per la dimensione creativa. La creatività viene dalla conoscenza, da ciò che si è diventati e che abbiamo imparato. Se inizialmente rigore e creatività viaggiano su binari differenti e vanno coltivati in modo diverso, poi iniziano a dialogare e a illuminare il nostro cammino insieme».

Elena aggiunge, poi, che per lei l’etica del lavoro è rappresentata da ciò che facciamo nella nostra stanza. «Allenarsi ad amare la vita ci permette poi di amare il lavoro. Per me questo significa trarre il massimo dalla vita ogni giorno, per generare armonia».

Nelle sue parole c’è una ricerca continua di equilibrio tra libertà personale e responsabilità verso l’altro. Cerco dentro di me e tra le parole che ho ascoltato, un’ultima domanda per concludere la nostra chiacchierata.

Ci sono domande che non hanno ancora trovato risposta?

«Devo indagare ancora un’infinità di autori – mi dice – e poi mi chiedo spesso come mi vedono nel mio settore dall’esterno. Vorrei continuare su una direzione che mi consenta di dare il massimo, di essere utile mantenendo la mia libertà ma senza ferire nessuno. La mia libertà deve sempre incontrare l’altro perché io da sola non so darmi le risposte». Per Elena Bresciani la voce non è soltanto uno strumento tecnico né un’esperienza interiore privata. È qualcosa che attraversa altri corpi, altre storie. E proprio per questo richiede rigore, studio, consapevolezza del limite. La sua ricerca sulle frequenze, sulle campane, sull’accordatura, nasce dal bisogno di dare coerenza a ciò che fa e a ciò che offre.
Non è un discorso che riguarda soltanto la musica, a pensarci bene. Riguarda il modo in cui ciascuno utilizza ciò che ha imparato, ciò che ha attraversato, ciò che sa fare.
Ogni parola entra nello spazio di qualcuno.

Alla fine, la questione non è quanto lontano possa arrivare una voce.
È come sceglie di abitare la relazione con l’altro.


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Assunta Corbo

Assunta Corbo

Giornalista e autrice. Dal 2012 si occupa dello studio e della divulgazione del giornalismo costruttivo in Italia. È Lede Fellow e formatrice certificata del Solutions Journalism Network. Collabora con testate giornalistiche nazionali e internazionali. È fondatrice del Constructive Network e autrice di Empatia Digitale, saggio sulla comunicazione. Direttrice responsabile di NEWS48.

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