Emancipazione femminile: quando la terra diventa scelta

L’emancipazione femminile nei Territori Palestinesi, il lavoro agricolo come leva sociale e il progetto PARC raccontato dal direttore esecutivo Mohammed Hmidat, in collaborazione con Altromercato

Negli ultimi dieci anni l’emancipazione delle donne palestinesi è avanzata in modo frammentario: da un lato si registrano progressi significativi nell’istruzione, nella visibilità pubblica e nella leadership civile; dall’altro permangono barriere strutturali – economiche, legali e soprattutto legate all’occupazione e ai conflitti – che ne limitano l’effettiva autonomia. Il quadro è quindi quello di una “doppia realtà”: una generazione di donne sempre più istruite e una realtà istituzionale e sociale che ancora non garantisce piena parità di diritti e protezione contro la violenza.

Cosa significa essere donna in Palestina oggi

Sul versante sociale ed educativo, la Palestina ha visto un costante aumento dei livelli d’istruzione femminile: tassi di iscrizione secondaria e universitaria tra le giovani donne sono elevati e spesso pari o superiori a quelli maschili nelle aree urbane. Questa crescita dell’istruzione ha alimentato una presenza più visibile delle donne nella società civile, nelle ONG e in movimenti di base che chiedono diritti e riforme. Tuttavia, il trasferimento dell’istruzione in opportunità economiche reali è limitato: la partecipazione femminile al mercato del lavoro resta tra le più basse nella regione, con tassi di occupazione e rilevanti differenze salariali e una disoccupazione femminile significativamente più alta rispetto agli uomini.

Sul piano politico e istituzionale ci sono state delle conquiste, ma non si possono definire complete: la rappresentanza femminile in alcuni spazi pubblici è di fatto cresciuta, tuttavia la partecipazione politica effettiva delle donne resta ostacolata da pratiche patriarcali, scarsa autonomia economica e limitazioni legali nei codici di stato personale che regolano matrimonio, divorzio, custodia ed eredità. Le organizzazioni femminili hanno fatto pressione per riforme, ma il percorso legislativo è stato lento e spesso contestato, lasciando lacune nella protezione contro la violenza di genere.

Le donne sempre più esposte a rischi, violenza e difficoltà

Negli ultimi anni, la questione della violenza contro le donne ha assunto nuova urgenza: reportage e dati mostrano un allarme sia per la violenza domestica sia per gli abusi online e le campagne di intimidazione contro giornaliste e attiviste. La guerra e i periodi di conflitto aggravano queste vulnerabilità: bombardamenti, sfollamenti e collasso dei servizi sanitari rendono le donne più esposte a rischi per la salute, a violenze contestuali e a difficoltà di accesso a servizi di sostegno. Organizzazioni internazionali e locali denunciano che le autorità palestinesi non sempre garantiscono protezione efficace alle vittime o strumenti legislativi adeguati.

C’è poi un altro fattore più recente che ha contributo a rallentare il percorso per la piena emancipazione delle donne: la guerra. L’occupazione israeliana e le conseguenze dei conflitti rimangono determinanti centrali che condizionano ogni tentativo di emancipazione: restrizioni alla mobilità, detenzioni, demolizioni e l’instabilità economica limitano gravemente le possibilità di lavoro, di accesso ai servizi e di partecipazione politica delle donne, rendendo spesso vano il potenziale guadagnato in termini di istruzione e coscienza civica. In questo contesto, l’azione delle donne palestinesi – dalle leader politiche alle attiviste di quartiere – continua a essere un fattore chiave di resilienza e cambiamento, ma perché questi progressi diventino sostenibili serve un quadro giuridico più solido, investimenti mirati nell’occupazione femminile e misure efficaci di protezione contro la violenza.

Uno studio interessante: Social and economic situation of Palestinian women and girls July 2018 – June 2020

Uno studio del 2020 dedicato all’esperienza femminile nei Territori Palestinesi occupati mostra come l’insicurezza alimentare, la precarietà economica e le restrizioni imposte dall’occupazione colpiscano le donne in modo sproporzionato e strutturale. La ricerca evidenzia come le donne siano spesso le principali responsabili della gestione del cibo e del benessere familiare, trovandosi a dover “assorbire” gli shock economici riducendo i propri consumi, rinunciando a cure mediche o opportunità lavorative per garantire la sopravvivenza del nucleo domestico. Le limitazioni alla mobilità, l’accesso irregolare al lavoro e la dipendenza dagli aiuti umanitari rafforzano dinamiche di vulnerabilità e dipendenza economica, incidendo negativamente sull’autonomia femminile. Allo stesso tempo, lo studio sottolinea come molte donne sviluppino strategie di resilienza – reti informali di sostegno, micro-attività economiche, solidarietà comunitaria – che permettono di affrontare l’insicurezza quotidiana, pur in un contesto che continua a restringere le loro possibilità di scelta e di emancipazione.

Il progetto PARC

In questo contesto di insicurezza alimentare strutturale e di limitazioni economiche imposte dall’occupazione, l’esperienza di PARC (Palestinian Agricultural Relief Committees), partner storico di Altromercato, rappresenta un esempio concreto di come il sostegno all’agricoltura possa diventare anche uno strumento di emancipazione femminile. Attiva da decenni nei territori Palestinesi, PARC lavora per rafforzare la sovranità alimentare delle comunità rurali, sostenendo piccoli produttori e produttrici attraverso formazione agricola, accesso alle risorse, tutela della terra e sviluppo di filiere locali. Un’attenzione particolare è rivolta alle donne, che in molte aree rurali svolgono un ruolo centrale nella produzione agricola e nella trasformazione alimentare, ma restano spesso escluse dal reddito, dalla proprietà della terra e dai processi decisionali.



I progetti sostenuti da Altromercato puntano a valorizzare il lavoro femminile, favorendo cooperative di donne, micro-imprese agricole e percorsi di autonomia economica legati alla produzione di olio d’oliva, datteri, cous cous e altri prodotti tradizionali. In un contesto segnato da restrizioni alla mobilità, confische e accesso limitato ai mercati, PARC contribuisce a rafforzare la resilienza delle comunità promuovendo pratiche agricole sostenibili e radicate nel territorio, che permettono alle donne di trasformare competenze tradizionali in reddito e riconoscimento sociale. L’approccio non è solo economico ma anche politico e culturale: sostenere l’agricoltura significa difendere la terra, l’identità e il diritto all’autodeterminazione, mentre l’inclusione delle donne nei processi produttivi rafforza il loro ruolo pubblico e decisionale.

In questo senso, il lavoro di PARC e Altromercato si inserisce pienamente nel più ampio percorso di emancipazione femminile in Palestina, mostrando come giustizia sociale, diritti delle donne e sicurezza alimentare siano dimensioni profondamente interconnesse.

Noi di News48 abbiamo avuto la grande opportunità di intervistare Mohammed Hmidat, Direttore esecutivo di Al Reef for Investment and Agricultural Marketing (PARC).

A tu per tu con Mohammed Hmidat

Raccontaci di te e del tuo ruolo in PARC.

«Il mio ruolo in Al Reef, braccio commerciale del Palestinian Agricultural Relief Committees (PARC), è quello di Responsabile della Garanzia della Qualità e, di recente, ho anche assunto un nuovo incarico come Direttore Generale ad interim di Al Reef. Lavoro in Al Reef dal 1996, quindi da circa 30 anni, praticamente dall’inizio dell’organizzazione. Il mio background iniziale è quello di ingegnere chimico: mi sono laureato in Giordania nel 1996 e ho iniziato subito a lavorare con Al Reef. Durante il mio lavoro in Al Reef ho conseguito un master in tecnologia alimentare, con una tesi incentrata sulla qualità dell’olio d’oliva palestinese. Inoltre, tra il 2008 e il 2010 ho coordinato un grande progetto di ricerca sull’olivo palestinese e sugli aspetti fenotipici e genotipici dell’oliva e dell’olio in Palestina. Ho svolto questa ricerca in collaborazione con l’Università di Mainz, in Germania. In teoria avrei potuto conseguire il dottorato in quel periodo, ma ho incontrato un problema: secondo la legge sarei dovuto restare in Germania per nove mesi consecutivi per ottenere l’accreditamento. Non sono riuscito a farlo a causa del lavoro, della famiglia e dell’impossibilità di lasciarli per così tanto tempo senza sostegno economico. Ho quindi scelto di restare con la mia famiglia e continuare il mio lavoro. Nel 2016, poi, ho avuto l’opportunità di iniziare un dottorato in chimica presso la Najah National University di Nablus, in Palestina. Ho scelto una specializzazione doppia: chimica inorganica e chimica analitica, più vicine all’ingegneria. La mia tesi riguarda la qualità dei datteri Medjoul palestinesi, in particolare lo sviluppo e lo studio dei parametri chimici e biologici che ne influenzano la qualità. La parte teorica della ricerca è stata svolta in Palestina. Per la parte sperimentale ho ottenuto una borsa di ricerca in Germania, presso l’Istituto di Jülich, dove ho eseguito tutte le analisi. Viaggiavo per una o due settimane e poi rientravo in Palestina; il periodo massimo di permanenza in Germania è stato di un mese, nel 2019. Ho completato la tesi nel 2021 e, parallelamente al mio lavoro in Al Reef, insegno e supervisiono tesi e programmi di laurea in due università palestinesi».

Mohammed Hmidat, Direttore esecutivo di Al Reef for Investment and Agricultural Marketing (PARC) -Foto di Beatrice De Blasi

Come descriveresti oggi il ruolo di PARC nella società palestinese?

«PARC è un’organizzazione di sviluppo, mentre Al Reef è il suo braccio commerciale, che si occupa di import-export, sviluppo della qualità e attività commerciali. Negli ultimi anni ci siamo orientati anche verso progetti di emergenza, come “Building Hope for Gaza”, a cui partecipano tutti i nostri partner del commercio equo, compreso Altromercato. Il rapporto con Altromercato dura da oltre 25-30 anni, fin dall’inizio di Al Reef. Altromercato ha sostenuto PARC con numerosi progetti: recupero delle terre, costruzione di strade agricole, sistemi di raccolta dell’acqua, formazione per cooperative femminili, equità di genere. Alla fine degli anni ’90 è iniziata anche la collaborazione commerciale, con l’esportazione di prodotti palestinesi in Italia: cous cous biologico e convenzionale, datteri Medjoul, mandorle, za’atar, sapone all’olio d’oliva e piccole quantità di olio per l’industria alimentare italiana».

Cosa ti ha spinto a dedicare queste competenze all’agricoltura palestinese e al tuo lavoro in PARC? Qual è il tuo obiettivo?

«Il mio obiettivo è, prima di tutto, trasferire le conoscenze scientifiche nella pratica, mettendole al servizio dei piccoli agricoltori e delle donne, che sono un gruppo fondamentale. Ho condotto centinaia di workshop di formazione come consulente per agricoltori e cooperative femminili su come produrre alimenti di alta qualità. Ho in programma un workshop a Betlemme per una cooperativa femminile su igiene, qualità e trasformazione alimentare».

C’è stato un momento particolare che ti ha spinto a restare e lavorare in Palestina nonostante tutte le difficoltà?

«A volte il successo si percepisce davvero solo quando si affrontano molte difficoltà. Senza sfide non si sente il valore del successo. Superare gli ostacoli e trovare soluzioni è la mia motivazione. Inoltre, sento il bisogno di restare nella mia terra e costruire un futuro per me e per i miei figli. Il lavoro in Al Reef e in PARC è speciale perché si lavora con le persone: donne, bambini, agricoltori. Quando li aiuti, anche con un piccolo sostegno, senti di aver fatto qualcosa di grande, che porta felicità e dignità».

E come fanno PARC e Al Reef a mantenere la qualità e la sostenibilità dei loro prodotti, come datteri, olio d’oliva e mandorle, nonostante tutta l’instabilità politica e le restrizioni?

«È molto difficile, ma abbiamo una buona esperienza su come gestire e risolvere tutti questi problemi. Ad esempio, abbiamo tre siti produttivi in Palestina: uno ad Aram per l’olio d’oliva, uno a Gerico per la produzione di datteri e un altro sempre a Gerico per la produzione artigianale di couscous da parte di cooperative femminili. In ogni sito, abbiamo predisposto un luogo per vivere e dormire. Così, se uno dei nostri colleghi non può entrare o tornare indietro, può dormire sul posto per supervisionare la qualità. Le persone che lavorano in ciascun sito devono provenire dalla stessa area, così non è necessario che le donne o i lavoratori si spostino».

Ci puoi fare qualche esempio?

PARC Palestina

«A volte dobbiamo trasportare i prodotti da un luogo all’altro, e a causa dei checkpoint e delle chiusure dei varchi, dobbiamo fare dei trasferimenti complessi. Ad esempio, portiamo il prodotto con un’auto fino al varco; un’altra auto lo prende dall’altra parte, trasferendo manualmente le merci da un veicolo all’altro. Questo richiede molto lavoro e sforzo; non è possibile usare un carrello elevatore, quindi tutto è fatto a mano, ma dobbiamo farlo se necessario. Un altro problema, che mi riguarda anche come supervisore della qualità, è quello di viaggiare. A volte è difficile spostarsi da un luogo all’altro, e bisogna percorrere strade di montagna o vie alternative, il che richiede molto tempo. A volte le ore lavorative previste, otto ore, non sono sufficienti; a volte lavoriamo anche 20 ore in un giorno per poter andare e tornare. In generale, ci concentriamo anche sull’esportazione di prodotti a lunga conservazione. Non possiamo commercializzare prodotti freschi sul mercato internazionale, per esempio, a causa dei ritardi; a volte ci sono notevoli ritardi nell’esportazione. Per i prodotti a lunga conservazione, invece, non rischiamo perdite o decadimento della qualità».

In Palestina, l’agricoltura non è solo un lavoro, è un atto politico. Cosa significa per te personalmente l’agricoltura come forma di resistenza civile?

«Per noi (per me, per gli agricoltori palestinesi e per l’economia palestinese), l’agricoltura è l’industria principale. È il nostro simbolo di resistenza, perché il nostro conflitto con l’occupazione riguarda l’acqua e la terra. La terra agricola è quindi una forma di resistenza, un simbolo di resistenza».

E parlando delle donne, quanto sono importanti nel settore agricolo palestinese e come promuove PARC il loro empowerment?

«In PARC abbiamo un dipartimento speciale che lavora con le donne per il loro empowerment, lo sviluppo delle capacità femminili, e anche per la sensibilizzazione e la promozione dei loro diritti. In generale, in Palestina, donne e uomini partecipano insieme nel settore agricolo all’interno della famiglia. Le donne lavorano con gli uomini nei campi, insieme alla famiglia, con i bambini, coltivano la terra. Come parte di questo, cerchiamo anche di creare progetti di lavoro, come il couscous, un esempio sostenibile. È iniziato più di 30 anni fa nella Striscia di Gaza e ha funzionato fino al 2007, anno della chiusura di Gaza. Prima della chiusura c’erano cinque cooperative femminili a Gaza che producevano couscous. Dal 2007 il loro lavoro è stato interrotto. Così abbiamo aperto una cooperativa femminile a Gerico, in Cisgiordania, per produrre couscous biologico fatto a mano. Qui le donne si sentono libere, come in famiglia. Arrivano tutte insieme al mattino presto, verso le 6:30, così da poter essere a casa a metà giornata, verso le 12 o l’1, prima che i bambini tornino da scuola. Possono cucinare, prendersi cura della casa. Si sentono a loro agio con questo tipo di lavoro perché risponde alle loro esigenze di tempo. Non è pesante e permette loro di ottenere un buon reddito, spesso maggiore rispetto ad altri lavori in fabbriche private. Si sentono come se lavorassero insieme alla loro famiglia».

Essere donne in Palestina, quindi, diventa un doppio atto di resistenza, sia come lavoratrici che come agenti di cambiamento sociale?

«Sì, posso confermarlo, non solo per tutto quello che abbiamo detto finora del loro lavoro, ma anche perché in Palestina abbiamo anche un alto livello di istruzione molto alto. Ci sono donne lavorano nel governo, nel settore privato e partecipano con gli uomini alla politica».

Qual è la cosa più difficile che devono affrontare in questi tempi?

«Partendo dalle sfide generali per i palestinesi, la prima è l’occupazione. Questo è il principale problema. Lo spostamento, l’accesso alla loro terra per coltivare e lavorare è un grande ostacolo. Questo riguarda tutti i palestinesi. La seconda cosa è che alcune attività richiedono, per così dire, una forza maggiore, quindi è necessario collaborare con gli uomini. A volte partecipano a cooperative come gruppo. Ci sono gruppi di donne che partecipano alle cooperative femminili per svolgere questo tipo di lavoro, come appunto nel caso del couscous. E ci sono molte cooperative femminili che le supportano, soprattutto nelle aree rurali e a Gaza».

Quanto è importante il supporto delle organizzazioni internazionali di commercio equo, come Altromercato, anche nel dare visibilità e dignità al popolo palestinese?

«Il costo di produzione dei prodotti palestinesi è alto perché siamo totalmente dipendenti dall’economia israeliana. Le materie prime arrivano attraverso Israele, quindi il costo delle materie prime è molto alto. Inoltre, il lavoro è manuale, quindi di nuovo, il costo è elevato. Per competere sul mercato convenzionale incontriamo problemi. I nostri partner nel movimento del commercio equo, come Altromercato, comprendono questi principi. Sanno che il prodotto proviene da piccoli agricoltori, conoscono i costi di spedizione, le procedure e gli ostacoli che affrontiamo. Perciò accettano un margine più alto per i prodotti palestinesi rispetto ai mercati convenzionali. Questo aiuta a commercializzare i prodotti palestinesi nel mercato del commercio equo e offre maggiori possibilità di vendita. Con i nostri partner esterni lavoriamo in totale trasparenza. Prepariamo un dettaglio dei costi, includendo il prezzo pagato all’agricoltore, la spedizione, il cartone, l’etichetta, ecc., e inviamo loro un foglio Excel. Così possono vedere tutto. La nostra amministrazione costruisce tutto secondo la legge, per sopravvivere e sostenersi correttamente».

E quanto è importante per gli agricoltori palestinesi sapere che, dall’altra parte del Mediterraneo, ci sono persone e organizzazioni che li sostengono?

Mohammed Hmidat, Direttore esecutivo di Al Reef for Investment and Agricultural Marketing (PARC)

«Questo può essere visto più direzioni. La prima direzione è politica ed economica: il loro sostegno e i prodotti palestinesi, secondo i principi del commercio equo, possono garantire un prezzo migliore o equo per loro, contribuendo economicamente a sviluppare l’economia o il reddito di questi piccoli agricoltori e delle cooperative femminili. L’altra direzione riguarda la questione umanitaria. Come esseri umani, viviamo in un solo mondo e dobbiamo sentire di non essere soli. Comunicare con persone dall’Europa e a livello internazionale può dare loro, alla fine, un sostegno morale, un supporto per la libertà del popolo palestinese, per resistere e vivere nella loro terra senza problemi, senza violenze, e dare loro maggiore resilienza».

Secondo te, qual è il messaggio più importante che i cittadini europei dovrebbero comprendere sulla Palestina e, in particolare, sull’agricoltura palestinese?

«Il mio messaggio ai nostri amici in Europa, prima di tutto, è politico: restare e continuare a supportare la Palestina affinché possa avere libertà. Questa è la prima cosa. Perché se i palestinesi hanno libertà, possono accedere all’acqua, alla loro terra, coltivare e vivere con dignità e sopravvivere. La seconda cosa riguarda il supporto a progetti destinati all’agricoltura e all’empowerment, in particolare per l’agricoltura e le cooperative femminili in Palestina. La terza cosa riguarda l’emergenza: spero che possa terminare presto, così da offrire una mano ai palestinesi per superare questo genocidio e questi problemi, attraverso alcuni progetti di soccorso e progetti di emergenza, come “Building Hope for Gaza”».

Il ruolo di Fondazione Altromercato e Altromercato

Come abbiamo visto quindi, il ruolo di Fondazione Altromercato e di Altromercato si colloca lungo una linea che unisce cooperazione internazionale, giustizia economica e promozione dei diritti, con un’attenzione costante alle dinamiche di genere. Attraverso il commercio equo e solidale, Altromercato non si limita a garantire uno sbocco commerciale ai prodotti delle comunità palestinesi, ma contribuisce a costruire filiere più eque, capaci di generare reddito stabile e dignitoso in un contesto segnato da instabilità politica e restrizioni strutturali. Fondazione Altromercato affianca questo impegno con progetti di cooperazione e advocacy, sostenendo iniziative di rafforzamento delle competenze, inclusione economica e resilienza comunitaria, in particolare a favore delle donne rurali e delle cooperative femminili.

Il sostegno a partner locali come PARC si traduce in un accompagnamento di lungo periodo, che va oltre l’emergenza e punta a rafforzare l’autonomia delle comunità. La possibilità di accedere ai mercati internazionali attraverso il circuito del commercio equo consente a molte produttrici di trasformare il proprio lavoro agricolo e artigianale in una fonte di reddito riconosciuta, riducendo la dipendenza dagli aiuti umanitari e aumentando il loro peso decisionale all’interno della famiglia e della comunità. Al tempo stesso, Altromercato promuove criteri di trasparenza, equità e sostenibilità ambientale che contribuiscono a valorizzare il lavoro femminile e a contrastare le disuguaglianze strutturali.

Fondazione Altromercato svolge inoltre un ruolo chiave nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana ed europea, collegando le storie delle produttrici palestinesi ai temi più ampi della sicurezza alimentare, dei diritti delle donne e dell’impatto dei conflitti sulle popolazioni civili. Attraverso attività educative, campagne di informazione e partenariati con organizzazioni della società civile, la Fondazione contribuisce a dare visibilità a contesti spesso marginalizzati, favorendo una lettura che mette al centro le persone e le loro capacità di resistenza e trasformazione. In questo modo, Altromercato e la sua Fondazione non operano solo come attori economici, ma come soggetti politici e culturali, capaci di intrecciare solidarietà internazionale, empowerment femminile e promozione di modelli di sviluppo più giusti e sostenibili.


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Marta Tarasconi

Comunicazione, scrittura e sostenibilità

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