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Iran: non si costruisce il futuro bombardando il passato

Giu 24, 2025
Attacco all'Iran

Foto © Erika Mattio

L’attacco all’Iran è un errore storico. La situazione sta degenerando tra Israele, USA e Teheran. E i rischi riguardano tutti noi.

La miccia è accesa. La tensione in Medio Oriente ha superato la soglia del tollerabile. L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro l’Iran – in un quadro già infiammato dal conflitto tra Israele e Hamas – rappresenta un’escalation drammatica. A essere colpiti non sono stati solo obiettivi militari: tra i bersagli figurano anche impianti legati al programma nucleare iraniano e aree sensibili nei pressi del porto di Bandar Abbas, punto nevralgico nello Stretto di Hormuz. Il rischio non è solo geopolitico: il rischio è nucleare, ambientale, globale.
In un mondo che brucia, il fuoco chiama fuoco. Ogni attacco innesca una risposta, ogni bomba è una catena. E questa volta la catena potrebbe coinvolgerci tutti.

“C’è paura ma anche lucidità” dice Zeinab da Mashhad

Ho camminato per le strade di Teheran.

Attacco All'Iran
Erika Mattio

Ho studiato nelle aule dell’Università Ferdowsi di Mashhad, condividendo libri, idee e sogni con una generazione iraniana che non ha nulla a che fare con l’immagine deformata che i media ci trasmettono. Una gioventù viva, colta, piena di domande. È a loro che penso ora. È per loro – e per noi – che occorre fermarsi.
In questi giorni ho sentito, a singhiozzo, la mia amica Zeinab da Mashhad. Le comunicazioni sono intermittenti, spesso bloccate: in Iran, internet è un campo di battaglia invisibile. “C’è paura” mi dice con voce ferma “ma anche lucidità. Il Paese è diviso: una parte continua a sostenere la Repubblica Islamica, un’altra spera nel cambiamento. Ma su una cosa siamo tutti d’accordo: questi attacchi non faranno che provocare una risposta durissima. Non puoi colpire un Paese e aspettarti che non reagisca. L’unica soluzione è il dialogo.”
Zeinab non parla da attivista né da esperta, ma da cittadina iraniana che vive la tensione sulla propria pelle. “Nessuno ha il diritto di invadere la sovranità di un Paese” mi dice “nessuno può decidere per noi cosa sia giusto. Ogni popolo deve trovare la propria strada, senza missili, senza minacce, senza interferenze”.
Parole che fanno male, perché sono vere.

“L’Iran è una minaccia”: quante volte abbiamo già sentito queste parole?

Ci raccontano che “non c’erano alternative”, che “l’Iran è una minaccia”, che “dovevamo rispondere”. Eppure, quante volte abbiamo già sentito queste parole? Ogni volta, il risultato è lo stesso: distruzione, destabilizzazione, radicalizzazione.
L’Iran non è perfetto, ma nessun Paese lo è. Ma non è neppure un nemico monolitico. È un mosaico di voci, esperienze, dissidenze interne, speranze collettive. Ridurlo a bersaglio è un errore storico, un’offesa al futuro.
E oggi c’è qualcosa di ancora più grave. Bombardare un sito nucleare non è solo un atto di guerra: è un rischio per l’intera umanità. Le possibili fughe radioattive, le conseguenze ambientali e sanitarie in una regione già fragile, l’effetto domino su scala globale sono prospettive che dovrebbero spaventare chiunque. Invece, si continua a parlare con il linguaggio della forza, ignorando le conseguenze.

Foto © Erika Mattio

Intanto l’informazione è distorta e semplificata


E mentre il mondo osserva, disorientato, circola un altro virus: quello dell’informazione distorta. In molti Paesi, l’opinione pubblica viene bombardata da narrazioni semplificate, alimentate da vecchie paure, ideologie fredde, pregiudizi stantii. Il rischio è che una parte dell’umanità venga convinta che la guerra sia inevitabile, che l’altro sia “malvagio”, che la diplomazia sia “debolezza”.
È ora di dire basta. Di smettere di guardare il Medio Oriente con la lente deformata degli anni ’80, delle “cimici”, delle vendette postume. È ora di guardare avanti. Di pretendere informazione, non propaganda. Conoscenza, non sospetto. Dialogo, non missili.
Serve coraggio. Il coraggio di non cedere all’automatismo della rappresaglia. Il coraggio di dire che la pace non è arrendevolezza, ma progettazione politica. Che la vera sicurezza si costruisce ascoltando, negoziando, immaginando insieme.
La comunità internazionale, i giornalisti, i lettori: tutti dobbiamo fare la nostra parte. Non possiamo accettare che le prossime generazioni vivano sotto l’ombra radioattiva delle nostre paure e delle nostre omissioni.


L’ATTACCO ALL’IRAN: COSA SAPPIAMO

Erika Mattio
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