L’Italia è diventata un Paese di boschi (quasi senza accorgersene): ora deve decidere cosa farne
I boschi coprono oggi oltre un terzo del territorio italiano, quasi 11 milioni di ettari: dal 2020 la superficie forestale ha superato quella agricola utilizzata. È il dato al centro di “Foreste in Comune”, il rapporto realizzato da PEFC Italia insieme a UNCEM e Legambiente, che per la prima volta incrocia la Carta Forestale d’Italia con i confini comunali, restituendo una fotografia molto più precisa di dove si trovano davvero le foreste del Paese.
Il numero, però, va letto con attenzione. Come sintetizza Marco Bussone, presidente di PEFC Italia e UNCEM, l’Italia è “un Paese forestale che non sa di esserlo”: fino al 2018 la normativa di riferimento risaliva addirittura al 1923, e ancora oggi mancano dati omogenei su estensione, proprietà e stato di salute dei boschi, perché le competenze sono regionali e non tutte le Regioni dispongono delle stesse informazioni.
L’indice di Boscosità per misurare il verde nei comuni
Il rapporto introduce un nuovo indicatore, l’Indice di Boscosità, che misura quanto la superficie forestale pesi su ciascun Comune. Il risultato è una geografia squilibrata: in 495 Comuni, dove abita appena l’1% della popolazione italiana, i boschi superano l’80% del territorio; nei 3.596 Comuni montani si concentra oltre il 75% delle foreste nazionali, a fronte di appena il 13,5% della popolazione. Specularmente, nella metà dei Comuni italiani, per lo più di pianura, l’indice scende sotto il 20%, pur ospitando i due terzi degli abitanti.
Il punto centrale del rapporto è che questa crescita forestale non è di per sé una buona notizia. Buona parte dell’espansione dei boschi è legata all’abbandono di pascoli, coltivazioni collinari e montane, un processo che dura dagli anni Cinquanta. Un bosco cresciuto senza pianificazione, spiegano gli esperti coinvolti, può diventare più vulnerabile a incendi di grandi dimensioni, frane e dissesto idrogeologico. Il tema, insomma, non è la quantità di bosco ma la sua gestione.
Per questo il rapporto punta molto su strumenti come SINFor, il nuovo Sistema Informativo Nazionale delle Foreste, e la Carta Forestale d’Italia, la prima realizzata dopo quella del 1936. Secondo Raoul Romano del CREA, conoscere davvero il patrimonio forestale significa riallacciare un legame antico tra comunità e territorio, oggi interrotto. Il rischio, avvertono i curatori del rapporto, è che questi strumenti restino sperimentali per mancanza di finanziamenti stabili, proprio mentre servirebbero a costruire politiche di lungo periodo invece di interventi solo emergenziali.
Il messaggio di fondo di “Foreste in Comune” è che una infrastruttura ecologica così estesa, che riguarda oltre un terzo del Paese, non può restare sullo sfondo delle politiche pubbliche. Gestione forestale competente, secondo gli autori, può anche generare lavoro qualificato nei territori montani, contribuendo a mantenerli abitati. Ma servono scala territoriale adeguata, strategie regionali coordinate e continuità di investimenti: senza questi elementi, il patrimonio dei boschi italiani rischia di restare, come si legge nel rapporto, “enorme, evocato spesso, governato poco”.
Puoi approfondire leggendo l’articolo di Paolo Cignini su ItaliaCheCambia.org

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