I fatti come mattoni
Quanti articoli hai letto questa settimana? E fra questi, quanti ricorderai ancora fra sette giorni? Spero molti di quelli di News48!
Personalmente, è una domanda che mi faccio spesso. L’ultima volta è stata proprio qualche giorno fa, mentre leggevo una newsletter del Reuters Institute.
Raccontava i progetti di giornalisti da tutto il mondo, che hanno partecipato a una fellowship di Reuters. E, mentre ero immersa in quelle storie, mi sono resa conto che nessuna di loro parlava soltanto del proprio Paese o di giornalismo. Parlavano tutti, in fondo, delle nuove sfide della nostra epoca.
Dall’Ucraina, per esempio, è arrivata l’esperienza di Roman Sukhan, caporedattore e conduttore televisivo dell’emittente pubblica Suspilne. Sukhan ha chiesto a più di cento colleghi ucraini e a venti giornalisti di altri Paesi europei se gli standard di chi fa questo mestiere debbano restare gli stessi, quando si coprono scenari di guerra.
La sintesi è stata che sì, gli standard sono importanti, ma in quei casi è sempre la sicurezza ad andare al primo posto.
E verificare una notizia prima di pubblicarla non è solo una garanzia di accuratezza, è il modo che ogni giornalista possiede per proteggere delle vite.
Ti riporto alcuni passaggi che mi hanno colpita di più, tra le riflessioni che ha condiviso Sukhan:
“Dobbiamo denunciare le violazioni dei diritti umani, a prescindere da chi le commetta? Decisamente sì. Dobbiamo trasmettere le dichiarazioni dirette dell’aggressore? No, non senza un solido contesto, perché non possiamo fare da megafono al nemico. È giusto ritardare la diffusione di un’informazione per salvare delle vite umane? Sì”.
Dall’Ucraina all’Australia
Dall’Australia arriva invece la storia di Jess Davis, giornalista della tv pubblica ABC. Da circa due anni, Davis è parte del gruppo che ha lanciato il team specializzato in questioni climatiche e nel corso della fellowship con Reuters ha deciso di concentrarsi su un aspetto tanto delicato quanto decisivo: come raccontiamo le cause di un’alluvione, di un incendio o di un ciclone in un’epoca segnata dal cambiamento climatico? E, soprattutto, come possiamo mettere i giornalisti nelle condizioni di farlo con maggiore consapevolezza, strumenti adeguati e un contesto capace di aiutare davvero i lettori a capire, anziché limitarsi a raccontare ciò che è accaduto?.
Davis ha portato anche esempi concreti, come i casi in cui un incendio o un ciclone devastano una comunità: se il giornalismo non arriva con risposte chiare e vere, quel vuoto lo riempie qualcun altro. Ma purtroppo lo fa spesso con teorie infondate e semplificazioni. Con la disinformazione, insomma.
Un mattone alla volta
Ma la storia che non mi ha più lasciata arriva dal Brasile: precisamente da Tai Nalon, fondatrice della premiata testata Aos Fatos (che in portoghese significa “stare ai fatti”).
Tai Nalon descrive il lavoro della sua redazione con un’espressione che continua a girarmi nella testa: mattoni di verifica. Che cosa significa?
Ogni volta che i giornalisti verificano un’affermazione o una fonte, non producono solo un articolo destinato a vivere un giorno. Producono una fonte che è stata controllata e, insieme, anche un documento, una prova e tutto un contesto che vive al di là del pezzo (o del video o audio, aggiungo io) che è stato pubblicato.
Producono un vero e proprio mattone che resterà lì, pronto per essere riutilizzato: potrà servire alla prossima crisi, alla prossima elezione o semplicemente a chi vorrà informarsi su quell’argomento. Costituirà le fondamenta e sarà anche un modo per combattere una nuova ondata di disinformazione, destinata ad aumentare per l’uso irresponsabile dell’intelligenza artificiale.
Grazie a quei mattoni, però, non si riparte più da zero: si costruisce su ciò che è già stato verificato.
Mi occupo di intelligenza artificiale e dell’impatto che ha anche nel giornalismo da anni e questa immagine ha risuonato in me più di tante analisi tecniche: la vera domanda sul futuro dell’informazione non è chi scriverà gli articoli, ma su quali fondamenta costruiremo le risposte di domani.
Se continuiamo a produrre solo contenuti usa e getta, anche le tecnologie che si nutrono di quei contenuti erediteranno tutti i limiti di un’informazione senza memoria. Se invece il giornalismo costruttivo, cioè quello che facciamo anche qui, ogni settimana, continua ad accumulare fonti solide, prove, contesto, allora non si limita a informare: costruisce un’infrastruttura di fiducia su cui altri potranno appoggiarsi.
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