Quarantaquattro
44.
Tieni a mente questo numero. Perché per raccontare una delle storie che più mi hanno colpita negli ultimi giorni non dobbiamo partire da migliaia di persone, ma da soli 44 account su X.
Prima ancora, però, dobbiamo andare in Guatemala.
José Rubén Zamora fa il giornalista da più di trent’anni. Nel 1996 fonda elPeriódico, un quotidiano che negli anni pubblica centinaia di inchieste sulla corruzione, sugli abusi di potere e sulle reti di influenza nel Paese.
Nel luglio del 2022 Zamora viene arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro.
Nel 2023 viene condannato a sei anni di carcere. La sentenza viene poi annullata e viene ordinato un nuovo processo. Nel frattempo, però, Zamora rimane in custodia per oltre tre anni. Nel 2024 il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria conclude che la sua detenzione è priva di base legale e non rispetta gli standard internazionali per un processo equo.
Nel febbraio 2026 ottiene misure alternative alla detenzione e a luglio la Corte costituzionale del Guatemala ne ordina la scarcerazione, benché altri procedimenti giudiziari restino aperti.
L’altra parte della storia
L’altra parte di questa storia si svolge su uno schermo. Zamora è stato chiamato criminale, corrotto, estorsore e in molti altri modi che qui non elenco. E così, mentre Zamora affrontava il suo percorso giudiziario, online prendeva forma un altro José Rubén Zamora. Non più il giornalista che per decenni ha indagato sul potere, ma un uomo dal quale la società deve essere protetta.
Ed è qui che entra in scena anche una ricerca indipendente raccontata dal Reuters Institute. Il ricercatore Harald Waxenecker ha analizzato le conversazioni su X relative proprio al caso Zamora tra luglio 2022 e gennaio 2026: 675.835 interazioni. Ora arriva il dettaglio che mi ha fatta fermare e che mi ha spinta a parlarne in questa newsletter: la maggior parte dei contenuti analizzati non insultava affatto il giornalista, lo sosteneva. Eppure, chi si informava solo attraverso un social network aveva una prospettiva distorta. Ecco i numeri: Tra i 95.265 account coinvolti nelle interazioni prese in esame, 13.471 hanno attaccato Zamora.
Ma sono appena 44 gli account che, secondo l’analisi, hanno dato origine alle narrazioni ostili successivamente ripetute e amplificate da altri. Eccolo di nuovo, il nostro numero.
44: pochissimi, rispetto alla massa. Abbastanza, però, per scatenare quell’effetto domino che ha dato origine a una voce più potente.
La ricerca li definisce agenda-setters: account capaci di introdurre una narrazione che altri riprendono, commentano e rilanciano. Nel caso specifico di Zamora, gli attacchi social aumentavano in corrispondenza di alcuni passaggi importanti della vicenda giudiziaria del giornalista. I messaggi contenenti accuse criminali generavano quasi il 50% di interazioni in più rispetto ai post non ostili. È un dettaglio importante soprattutto perché ci ricorda che quello che circola di più non rappresenta necessariamente ciò che pensa la maggioranza, anche se siamo spinti a crederlo e, in modo subdolo, siamo quindi portati a pensare come la pensano tutti. Siamo, insomma, manipolati.
A volte, però, la storia esce dal perimetro dei social network ed è quello che è successo alla famiglia Zamora. Ramón, uno dei figli del giornalista, racconta che iniziano a circolare online fotografie che lo ritraggono mentre lavora come professore all’Universidad del Valle de Guatemala.
Poi la campagna raggiunge gli inserzionisti di elPeriódico. Uno dopo l’altro cominciano a ritirarsi. Alla fine, racconta Ramón, li perdono tutti. Anche in redazione la paura cambia le abitudini: i giornalisti iniziano a chiedersi se sia possibile pubblicare gli articoli senza mettere il proprio nome, solo un semplice Redazione.
Poi tocca a José Carlos, un altro figlio di Zamora. Uno degli account pubblica il suo indirizzo di casa e contatta il suo datore di lavoro accusandolo di riciclaggio. José Carlos racconta di aver pensato che avrebbe perso il lavoro. Ma soprattutto che qualcuno avrebbe potuto presentarsi davanti a casa sua con intenzioni tutt’altro che buone. A quel punto la distanza tra un post e il mondo reale è scomparsa.
Nel maggio 2023, dopo quasi 30 anni di attività, elPeriódico chiude.
No, non è un Paese lontano
A questo punto sarebbe molto facile leggere questa storia e pensare: Guatemala. Da noi queste cose non succedono. È vero, l’Italia non è il Guatemala e sovrapporre situazioni così diverse sarebbe sbagliato. Ma questo non significa che non possiamo riconoscere alcuni meccanismi. Un esempio Quante volte abbiamo visto persone trasformarsi nel bersaglio di una narrazione?
In Europa abbiamo persino dovuto dare un nome e una risposta normativa a una delle forme che questa pressione può assumere: le SLAPP, le azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, procedimenti infondati o abusivi utilizzati per mettere sotto pressione soprattutto giornalisti e difensori dei diritti umani.
Dal maggio 2024 esiste una direttiva europea per contrastarle, perché il problema non riguarda soltanto i Paesi lontani da noi. Nel 2025 il Media Freedom Rapid Response ha registrato 1.481 violazioni della libertà di stampa in 36 Paesi europei, che hanno coinvolto 2.377 persone o realtà del mondo dei media. Tra le forme più frequenti si contano attacchi verbali, molestie e campagne di delegittimazione.
E l’Italia? Sempre nel 2025, il monitoraggio MFRR ha documentato 118 violazioni della libertà di stampa. Senza dimenticare che nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters Without Borders l’Italia è al 56° posto su 180 Paesi, in discesa dal 49° del 2025. Questo non trasforma l’Italia nel Guatemala, ma rende molto meno rassicurante liquidare la storia di Zamora come qualcosa che può accadere soltanto altrove.
Soprattutto perché c’è un elemento della sua storia che riguarda ormai tutti noi: la percezione. La storia di Zamora ci dimostra ancora una volta che non dobbiamo chiederci quante persone stanno dicendo questa cosa? Ma: da dove è partita quella narrazione? E perché? Questa storia smette di riguardare soltanto chi attacca i giornalisti e comincia a riguardare come ognuno di noi sceglie di stare online. Capire come nasce una conversazione, come si propaga una narrazione, perché un contenuto diventa improvvisamente visibile, quali incentivi premiano la polarizzazione e quando ciò che sembra spontaneo potrebbe non esserlo affatto.
Non significa che dobbiamo diventare detective digitali, ma riconoscere che online è uno dei luoghi in cui accadono le storie che dobbiamo imparare a raccontare o a capire. E queste domande diventano ancora più importanti mentre l’intelligenza artificiale generativa rende sempre più semplice ed economico produrre contenuti su larga scala.
Iscriviti alla Newsletter
Il meglio di News48 e contenuti esclusivi direttamente nella tua casella di posta.
- Festival del Podcasting: il futuro è nel passato - Ottobre 10, 2026
- Quarantaquattro - Settembre 19, 2026
- Rinascere dai rifiuti - Settembre 5, 2026
