Festival del Podcasting: il futuro è nel passato

Ci sono posti in cui entro, respiro e le mie spalle si abbassano. Le voci intorno a me diventano familiari, anche quando appartengono a persone che non conosco ancora. Qualcuno sta provando un microfono, dalle sale arrivano brusii mentre si aspettano gli speaker. E poi le radio e le web radio, le podcaster e i podcaster che come me sono alla ricerca della prossima voce da ospitare. E penso sempre la stessa cosa: qui mi sento a casa.

Mi succede praticamente ogni volta che entro in un evento dedicato al podcasting, ma soprattutto al Festival del Podcasting, che si è tenuto a Milano il weekend scorso, il 2 e 3 ottobre. Resta il mio evento del cuore in questo settore perché è lì che ho presentato per la prima volta il mio primo podcast, Ponti Invisibili. Ed è sempre lì che ogni volta tocco con mano quello che ho sempre pensato:  il podcast, prima ancora di essere un formato, è una relazione.

Puoi parlare di microfoni, distribuzione, video, monetizzazione, ecosistemi, puoi studiare come trasformare una puntata in una newsletter, in un reel, in un evento. Puoi costruire strategie perfette. Ma se dall’altra parte non c’è qualcuno che sente di essere entrato in relazione con te, hai prodotto soltanto contenuti, non hai necessariamente costruito qualcosa.

E quest’anno sai qual è stata la cosa più curiosa? Che in un Festival inevitabilmente proiettato verso il futuro, la parola che ha continuato a tornare tra le voci, sopra e fuori dal palco, ha qualcosa di antichissimo: relazione. Sì, proprio relazione. Le voci, quando funzionano davvero, creano legami. Creano le community più autentiche.

Avere un ecosistema non significa moltiplicare i contenuti

Uno dei temi che ho seguito con più attenzione quest’anno è stato proprio quello dell’ecosistema. Quando pensiamo di dare vita a un podcast, sappiamo dove vogliamo collocarlo? Come lo facciamo dialogare con una newsletter, con i social media e con un sito, come alimentiamo quella community che è appunto l’essenza del podcasting?

Domande necessarie tanto più oggi, quando un progetto editoriale difficilmente può vivere isolato dentro una sola piattaforma. Ma più ascoltavo, più mi tornava in mente una distinzione che per me è diventata fondamentale. Possiamo costruire un ecosistema perfetto sulla carta e ritrovarci semplicemente con molti più contenuti e nessuna relazione in più. Un podcast non acquista valore perché da una puntata siamo riusciti a ottenere cinque reel, tre post e una newsletter. Quello è riutilizzo del contenuto. Utile, certamente, ma non è un ecosistema.

Un ecosistema funziona quando una persona entra dalla tua porta, magari grazie a un breve video o a un post incontrato quasi per caso e trova un motivo per attraversarne un’altra: ascolta una puntata, poi legge qualcosa, si iscrive a una newsletter. E torna. Comincia a riconoscere una voce, decide se fidarsi.

Negli ultimi anni mi sono convinta di una cosa: non serve essere dappertutto. Serve dare alle persone un motivo per tornare. E forse io stessa, quando entro al Festival e mi sento a casa, sono l’esempio più semplice di questa dinamica. Non torno per i panel, torno per le persone. E mi perdo così tanto nelle conversazioni che a volte devo essere richiamata all’ordine: in fondo sono lì anche per lavorare, giusto?

Nell’epoca dell’abbondanza, il valore cambia

C’è anche un’altra ragione per cui questa riflessione mi sembra particolarmente urgente. Oggi produrre contenuti è diventato infinitamente più semplice. L’intelligenza artificiale generativa può aiutarci a trasformare una puntata in un articolo, a estrarre un post, a sintetizzare un’intervista, a generare una clip o a creare una descrizione. Il punto non è tornare a fare tutto a mano per dimostrare di essere più umani, ma è molto più profondo: è capire che cosa stiamo ottimizzando.

Perché se l’obiettivo è semplicemente produrre di più, le macchine sono destinate a essere molto più efficienti di noi. Non possiamo competere con loro!

Se invece vogliamo essere ricordati, riconosciuti, cercati, ascoltati ancora una volta, entra in gioco qualcosa che non si produce con lo stampino: la fiducia. Ed è qui che il podcast continua ad avere una caratteristica particolare. Richiede tempo e costanza, a chi lo realizza e a chi ascolta.

Ed è probabilmente per questo che il podcast riesce ancora a creare un livello di intimità che molti altri formati faticano a raggiungere. Non perché l’audio sia il formato in assoluto più autentico, ma perché la relazione ha bisogno di tempo. E il podcast, almeno finché non cerchiamo di trasformarlo nell’ennesimo contenuto da consumare in venti secondi, quel tempo lo esige.

Una lezione che vale anche per l’informazione

Inevitabile per me pensare anche al giornalismo, dove il problema è molto simile. Possiamo raggiungere potenzialmente milioni di persone. Pubblicare e distribuire velocemente e ovunque. Ma se nel processo perdiamo il rapporto con chi ci legge, guarda o ascolta, stiamo guadagnando distribuzione e perdendo qualcosa di molto più difficile da ricostruire. La fiducia, ancora una volta.

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Teresa Potenza
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Teresa Potenza

Giornalista e podcaster. Ha realizzato i podcast Ponti invisibili, sulla sua storia in Siria e Merce di Scambio, una indagine sulla compravendita di organi. L’ultimo è Potenza Artificiale in cui condivide ciò che studia e approfondisce sull’intelligenza artificiale generativa. È membro del JournalismAI, network di giornalisti che utilizzano l’IA in modo etico, sostenuto dalla London School of Economics e Fondatrice dell’Associazione Constructive Network, rete di professionisti dell’informazione e della comunicazione che divulgano il giornalismo costruttivo e delle soluzioni.

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