Giovani e informazione: la sfida è raccontare meglio le notizie
Il rapporto del Reuters Institute pubblicato a marzo 2026 smonta il mito dei ragazzi “allergici all’informazione” e indica una via d’uscita: cambiare il giornalismo, non aspettare che cambino loro.
Ciclicamente, nelle analisi del lavoro giornalistico, torna il solito ritornello: i giovani non leggono i giornali, non seguono il telegiornale, non si interessano alla politica. Puntualmente, queste affermazioni vengono usate per giustificare l’inerzia delle redazioni, cioè la tendenza a non investire in nuovi linguaggi, formati e piattaforme, a non rinnovare i criteri di selezione delle notizie, a non assumere giovani giornalisti che conoscano dall’interno le abitudini del pubblico che si vorrebbe raggiungere.
Meglio dare la colpa ai lettori che non ci sono, che interrogarsi su quelli che se ne sono andati.
Il rapporto pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism a marzo 2026, intitolato Understanding Young News Audiences at a Time of Rapid Change, ribalta questa narrazione con la forza dei dati: i giovani non hanno smesso di informarsi.
Siamo noi giornalisti e giornaliste che abbiamo smesso di raggiungerli.
Lo studio, che sintetizza oltre un decennio di ricerche in 48 paesi, offre un ritratto ben più complesso e sfumato di quanto il mainstream ci abbia abituato a credere.
I ragazzi tra i 18 e i 24 anni sono consumatori digitali voracissimi (il 60% di loro dichiara di sentirsi “sempre connesso a internet” contro il 40% degli over 55), ma le notizie che cercano, e soprattutto i luoghi e i formati in cui le cercano, non sono più quelli che le redazioni tradizionali hanno costruito per decenni.
“Non è che i giovani non vogliono informarsi. È che la notizia tradizionale spesso non sembra rilevante per le loro vite, o è difficile da seguire senza un contesto che nessuno si è preoccupato di dargli” (Dal Report)
Dieci anni fa i siti di notizie erano la fonte principale per i giovani. Oggi lo sono i social media, con il 39% dei 18–24enni che li indica come accesso privilegiato all’informazione. Facebook, “roba da mamme” come dice una ragazza di 19 anni citata nel rapporto, è crollato dal 47% al 16% tra questa fascia d’età in un decennio.
Al suo posto sono saliti Instagram (30%), YouTube (23%) e TikTok (22%).
Non si tratta di pigrizia intellettuale, ma di un ecosistema mediale radicalmente cambiato, in cui il giornalismo professionale sta tardando a adattarsi.
Il vero problema: la rilevanza delle news, non il disinteresse
I dati sull’evitamento delle notizie sono illuminanti: il 42% dei giovani dichiara di evitare le notizie “a volte” o “spesso”.
Si tratta di una cifra allarmante, ma identica a quella registrata in tutte le altre fasce d’età. Cambiano le ragioni: mentre gli over 55 evitano le notizie perché le trovano depressive o eccessive nella copertura di guerre e politica, i giovani citano principalmente due motivi che suonano come un atto d’accusa al sistema informativo: il 21% dice che le notizie non sembrano rilevanti per la loro vita, il 15% che le trova difficili da seguire o da capire.
Solo il 5% degli over 55 evita i media perché non riesce a capirli.
Questo non è un problema di attenzione ma di comunicazione.
Se un giovane di vent’anni che non ha vissuto il contesto di una crisi politica ventennale apre un articolo e si ritrova sommerso da rimandi oscuri, sigle non spiegate, un linguaggio da addetti ai lavori si gira dall’altra parte. Il giornalismo ha la responsabilità di costruire ponti, non di presupporre che il lettore abbia già attraversato il fiume.
Tre soluzioni da cui prendere esempio: The Daily Aus, Spilnews e Hugo Travers
The Daily Aus (Australia) nasce come bollettino quotidiano su Instagram, pensato da giovani giornalisti per giovani lettori: notizie concise, senza gergo, con sondaggi settimanali per capire cosa interessa davvero al pubblico.
Oggi distribuisce le notizie su più formati.
Il modello dimostra che la rilevanza si costruisce con l’ascolto sistematico del pubblico, non con le supposizioni della redazione.
Spilnews (Paesi Bassi, Mediahuis, 2025) è una testata giornalistica pensata da e per giovani under 30, con una redazione composta da giornalisti ventenni.
Mantiene una community WhatsApp dove i lettori votano i temi da trattare e capiscono come vengono prese le decisioni editoriali.
La trasparenza del processo è parte del prodotto giornalistico.
Hugo Travers è uno studente universitario che ha fondato il canale YouTube HugoDécrypte, nel quale “decifra” le notizie per milioni di ragazzi francesi.
I creator non sono il nemico: sono la lezione
C’è un dato che merita una lettura diversa: il 51% dei giovani sui social presta più attenzione ai creator individuali che ai media tradizionali (39%). E viene da domandarsi il perché. La risposta non è nella mancanza di senso critico, ma nel fatto che Hugo Travers parla la loro lingua, spiega il contesto, usa formati che si adattano alle loro abitudini.
I ricercatori di Oxford sottolineano anche un dato spesso ignorato: chi consuma notizie da creator tende a consumarle anche dalle fonti tradizionali.
Non si tratta di un’alternativa, ma di un ecosistema complementare.
Il vero rischio non è che i giovani preferiscano i creator ai giornali: è che i giornali rinuncino a diventare creator di sé stessi.
L’intelligenza artificiale: strumento di accesso, non di sostituzione
Il 15% dei giovani usa chatbot AI per leggere le notizie almeno una volta a settimana, contro il 3% degli over 55.
Ma la modalità d’uso è rivelatrice: i ragazzi e le ragazze non chiedono all’AI “cosa è successo oggi” (lo fanno in percentuale minore rispetto agli anziani).
Lo usano soprattutto per rendere le notizie comprensibili: il 48% dei giovani utilizzatori di AI per le news dichiara di usarla per farsi spiegare una storia in modo più chiaro.
È una confessione implicita di un fallimento del giornalismo tradizionale: se la notizia richiede un traduttore artificiale per essere capita, forse il problema sta nelle redazioni.
Alcune lo hanno già capito. NRK (Norvegia) e Aftonbladet (Svezia) hanno introdotto riassunti generati dall’AI che si sono rivelati particolarmente apprezzati dai lettori più giovani.
The Independent (UK) e Channel NewsAsia (Singapore) hanno lanciato prodotti dedicati che sintetizzano le notizie per lettori che hanno poco tempo.
Non si tratta di sostituire il giornalismo: si tratta di rendere accessibile ciò che già esiste.
La domanda che le redazioni devono porsi
Il rapporto del Reuters Institute propone una sfida.
I valori fondamentali del giornalismo, accuratezza, imparzialità, interesse pubblico, non sono in discussione: anche i giovani li condividono, con sfumature interessanti (il 32% ritiene che su temi come il razzismo o il cambiamento climatico la neutralità “non abbia senso”, contro il 19% degli over 55, un segnale che merita riflessione e non demonizzazione).
Ciò che è cambiato è il patto con i lettori e le lettrici.
Il giornalismo costruttivo e le pratiche del Solutions Journalism ci insegnano da anni che raccontare solo il problema, senza mostrare le risposte possibili, produce disorientamento e alienazione. Non è vero che i giovani sono allergici alle notizie, quello che gli sta stretto è un certo modo di fare notizie, quel modo che racconta il mondo come un luogo inarrestabilmente caotico e opprimente, in cui chi legge non ha nessun ruolo.
La strada è tracciata. Ora tocca alle redazioni, ai giornalisti e alle giornaliste, percorrerla.

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