L’intelligenza artificiale e creatività: quale il ruolo del cervello umano?
Uno studio mostra che ChatGPT-4o produce idee più originali delle persone meno creative, ma resta sotto quelle più creative. La soluzione non è sostituire il pensiero umano, quanto piuttosto progettare strumenti che lo espandano.
È più creativo l’essere umano o l’Intelligenza artificiale? Mentre l’AI è sempre più usata, in particolare per scrivere, progettare, fare brainstorming, creare immagini e video, viene da sé chiedersi quale dei due ‘cervelli’ sia il ‘migliore’. Eppure, più che l’efficacia del risultato, conta capire come le due intelligenze ci arrivino. Saperlo, infatti, aiuterebbe da un lato le persone a collaborare consapevolmente con le macchine, evitando un possibile appiattimento del risultato, e dall’altro i progettisti dei Creativity Support Tools (strumenti di supporto della creatività) a tenere conto dell’uso che gli utenti possono fare dell’AI, che non è uguale per tutti.
È una ricerca della Libera Università di Bolzano a spostare la lente d’ingrandimento dell’output creativo al percorso per arrivarci. Perché anche se usiamo il termine ‘creatività’ sia per le macchine che per l’uomo, tra i due ci sono “differenze sostanziali in termini di intenzionalità e autenticità, profondità emotiva e comprensione culturale, o esperienza”, spiegano i ricercatori nello studio, dal titolo ‘Are Semantic Networks Associated with Idea Originality in Artificial Creativity? A Comparison with Human Agents’.
Due ‘scatole nere’: la mente dell’utente e della macchina
La sfida insomma è quella di interfacciare due ‘scatole nere’: la mente dell’utente e il motore della macchina: l’esito di questa interazione è difficile da prevedere, sottolineano gli autori, e quindi è potenzialmente creativo.
Lo studio, presentato alla CHI Conference 2026 e firmato dalla Facoltà di Ingegneria e di Design e Arti della Libera Università di Bolzano in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste, non si limita dunque a chiedersi se l’AI produca idee originali o creative, ma prova a capire in che modo quelle idee vengano generate. E lo fa studiando come sono organizzate le reti semantiche, cioè i collegamenti tra concetti, e la loro relazione con l’originalità delle idee della macchina. Partendo dall’ipotesi che la flessibilità della rete semantica di un LLM (Large Language Model) fornisca un’indicazione della sua originalità, come accade negli esseri umani.
I ricercatori hanno dunque messo alla prova ChatGPT-4o confrontandolo con 81 studenti di psicologia, divisi in più creativi e meno creativi. I tre gruppi hanno svolto gli stessi test verbali: produrre quante più parole possibile appartenenti alle categorie ‘animali’ e ‘frutta e verdura’ o quante più parole possibile associate a ‘edificio’ e ‘quaderno’, in un minuto; proporre quanti più usi alternativi di oggetti comuni come ‘scarpa’ e ‘forchetta’ entro 3 minuti. Le risposte sono state poi valutate in modo anonimo da esperti che non erano a conoscenza della finalità dello studio.
L’AI fa meglio degli esseri umani meno creativi
In sintesi, quello che è emerso ha confermato solo in parte le ipotesi iniziali dei ricercatori: come supposto, ChatGPT-4o è meno originale degli esseri umani più creativi, ma è più originale delle persone meno creative. E questo anche se la sua rete semantica è più rigida di quella di entrambi i gruppi umani.
Il che significa che l’AI può produrre buone idee anche senza funzionare come una mente creativa umana, e che la flessibilità della rete semantica non sembra fornire un’indicazione dell’originalità delle sue idee. Secondo i ricercatori, la sua rapidità nel navigare strutture informative complesse potrebbe aver portato a fare associazioni remote a un ritmo tale da compensare le limitazioni strutturali.
Inoltre, ChatGPT-4o svolge i suoi compiti, e dunque anche il test, costantemente al meglio della propria capacità, riuscendo a generare risposte più originali, mentre il gruppo umano già meno creativo in partenza potrebbe aver sperimentato fatica cognitiva, scarsa motivazione – una dimensione chiave del processo creativo, precisano gli esperti – o pressione per la valutazione e i vincoli di tempo.
In ogni caso, avvisa lo studio, l’AI non è ‘meglio’ in assoluto degli esseri umani meno originali.
I ricercatori, infatti, sottolineano un’altra caratteristica dell’intelligenza artificiale: i suoi punteggi si sono collocati sulla prestazione media delle persone, tagliando fuori sia le idee creative più basse sia quelle più alte. Il rischio, quindi, è che renda le idee più simili tra loro omogeneizzandole, riducendo diversità, stile e sperimentazione e alimentando allo stesso tempo un’eccessiva dipendenza dai feedback e dai suggerimenti immediati che fornisce. Un rischio ancora più forte quando molte persone usano strumenti simili con prompt simili.
La soluzione: usare l’AI in modo differenziato
Il punto però non è incensare o demonizzare l’AI, quanto capire dove funziona e dove va guidata. La soluzione proposta dallo studio è usare l’intelligenza artificiale in modo differenziato (e critico). Per chi parte da minori competenze o minore originalità, la macchina può essere d’aiuto per superare il blocco iniziale e offrire prime alternative. Per gli utenti esperti, invece, può servire a generare deviazioni, sperimentazioni e stimoli non convenzionali. L’AI va allora usata non solo come generatore di risposte finali ma soprattutto come ambiente di esplorazione e di confronto tra più possibilità.
Di tutto questo, i ricercatori e i progettisti HCI (Human-Computer Interaction) dovrebbero tenere conto, e progettare interfacce che connettano umano e macchine facilitando l’espansione della creatività umana.
In particolare, i progettisti dovrebbero partire dal fatto che la creatività artificiale è un processo, non solo un prodotto, e che persone diverse hanno bisogno di approcci diversi. Le alternative proposte, inoltre, andrebbero rese visibili in modo che l’utente possa confrontare idee convenzionali, intermedie e radicali.
Ampliare la ricerca
Lo studio dell’Università di Bolzano apre a prospettive interessanti, ma presenta dei limiti, sottolineati dai ricercatori stessi, che riducono la generalizzabilità dei risultati. I principali sono che l’analisi ha riguardato solo ChatGPT-4o e un campione limitato di studenti di psicologia, che per il loro background accademico possono essere più motivati di altri gruppi. In secondo luogo, ha misurato soprattutto l’originalità verbale, non tutta la complessità della creatività umana (artistica, professionale, scientifica o culturale).
Inoltre, la ricerca ha testato ChatGPT-4o usando solo la sua interfaccia chat, quindi senza conoscere né modificare i valori degli iperparametri del modello, come fosse insomma una ‘scatola nera’. Allo stesso modo, l’AI ha ricevuto le stesse istruzioni date ai partecipanti umani, ma va considerato che il prompting e le interazioni svolgono un ruolo fondamentale nella sua creatività potenziale.
La collaborazione uomo-macchina
Se lo studio della Libera Università di Bolzano apre a ulteriori approfondimenti, un punto rimane: la questione non è una lotta tra ‘AI ed esseri umani’, quanto la qualità della collaborazione uomo-macchina. L’AI può democratizzare l’accesso alla produzione creativa, ma deve essere progettata in modo da aiutare senza ridurre diversità, stile personale e sperimentazione, e deve essere usata dalle persone con metodo e spirito critico (e senza pigrizia).
Ad oggi, l’AI generativa non sostituisce la creatività umana più alta. E per tutti gli altri, può essere utile per ampliare il pensiero, purché non sia usata come scorciatoia per produrre idee standard. Insomma, la differenza non la farà solo la potenza del modello, ma anche e soprattutto il modo in cui questo verrà inserito nei processi creativi.

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