Violenza di genere: il contesto è parte della notizia
Un dato sulla violenza di genere, senza il contesto che lo spiega, può dire tutto e il suo contrario.
A gennaio il Viminale ha diffuso una cifra che, presa da sola, somiglia a una notizia rassicurante: nel 2025 le donne uccise in Italia sono state 97, il 18% in meno rispetto alle 118 del 2024. È un calo reale ed è giusto registrarlo. Ma è anche corretto essere consapevoli che un numero isolato non informa.
A darci percezione sul fatto che la violenza sulle donne sia tanta o poca, vicina o lontana, non provvede solo la statistica ma gioca un ruolo fondamentale la memoria, che lavora con una scorciatoia alimentata ogni giorno dalla cronaca. Tendiamo a stimare quanto un fenomeno sia diffuso in base alla facilità con cui ce ne vengono in mente esempi. E, a guardare bene, gli esempi più facili da richiamare sono quelli che i media ci hanno reso più disponibili. Gli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman l’hanno chiamata euristica della disponibilità: uno dei modi in cui la mente prende abbagli e con cui l’informazione onesta, che quegli esempi li fornisce, è la prima a dover fare i conti. È anche per questo che la stessa cifra può diventare il titolo di un’emergenza che rientra oppure la conferma di una costanza che non si muove. Dipende dal contesto in cui si inserisce.
La cornice, in questo caso, la forniscono altre due cifre dello stesso rapporto: delle 97 donne uccise, 85 lo sono state in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell’ex. Il dodicesimo rapporto Eures, pubblicato a novembre 2025, stima che in oltre il 90% dei casi registrati nei primi dieci mesi del 2024, a uccidere sia stato un partner, un ex o un familiare. Quel 18% in meno, dunque, cambia il volume del fenomeno ma non la sua geografia e non ci autorizza ad abbassare l’attenzione. Le donne in Italia continuano a essere uccise prevalentemente da chi diceva di amarle e nei luoghi che dovrebbero proteggerle. Ha tutta l’aria di essere un fenomeno strutturale.
Lo scarto tra ciò che accade e ciò che si racconta
La ricerca dell’Osservatorio Step, diretto dalla professoressa Flaminia Saccà, presentata durante un corso del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti che si è svolto lo scorso marzo a Roma, ha analizzato 4.175 articoli di cronaca pubblicati nel 2025 da 26 testate. La forma di violenza più diffusa nella realtà, quella domestica e intrafamiliare, viene nominata come tale solo nel 15% degli articoli. La cronaca, invece, si addensa attorno al femminicidio in quanto evento singolo e attorno a una manciata di casi che ricevono una copertura amplissima. Il fenomeno strutturale viene così raccontato come una sequenza di tragedie isolate.
Lo stesso studio rende la distorsione ancora più evidente mettendo a confronto due fotografie dello stesso fenomeno. Da una parte i reati registrati dalle forze dell’ordine, dove i maltrattamenti in famiglia pesano per oltre la metà dei casi e gli atti persecutori per un terzo, mentre i femminicidi, per quanto siano l’esito più tragico, restano in termini numerici una frazione minima, lo 0,3%. Dall’altra parte c’è il racconto dei giornali che rovescia quella proporzione: il femminicidio occupa il 27% degli articoli, mentre la violenza domestica, la più diffusa nella realtà, ne occupa, come già evidenziato, appena il 15%. Dato rimasto fermo, tra l’altro, nonostante il tasso di casi di violenza domestica sia addirittura aumentato rispetto all’anno precedente passando da 50,3% a 51,7%.

La cronaca, in sostanza, non fotografa il fenomeno nella sua interezza. Quello che fa è isolarne la punta dell’iceberg che risulta più drammatica e di impatto lasciando in ombra la parte sommersa da cui quella punta emerge.
Non stiamo parlando di una semplice sfumatura narrativa, qui c’è qualcosa di più profondo da considerare. Da oltre trent’anni la ricerca sulla comunicazione distingue due modi di inquadrare un problema pubblico. C’è la cornice episodica, che illumina il caso singolo, la sua dinamica, i suoi protagonisti. E c’è la cornice tematica, che colloca quel caso dentro il fenomeno di cui fa parte, ne mostra le cause, le ricorrenze, le responsabilità collettive. Ne ha scritto il politologo Shanto Iyengar nello studio Is Anyone Responsible? (University of Chicago Press, 1991). A parità di fatti, quindi, chi è esposto a un racconto episodico tende ad attribuire la responsabilità all’individuo e alla circostanza, chi è esposto a un racconto tematico la riconosce anche al sistema. Il modo in cui si incornicia una notizia decide, in larga misura, cosa il pubblico crederà si possa e si debba fare. Una società convinta che il femminicidio sia una fatalità privata non chiederà politiche strutturali mentre lo farà se le verrà spiegato che si tratta di un fenomeno spesso preceduto da segnali, denunce, maltrattamenti già noti. Un fenomeno sociale, insomma.
I dispositivi che spostano lo sguardo
L’Osservatorio Step ha messo in fila i meccanismi retorici attraverso cui la cornice episodica alleggerisce le responsabilità dell’uomo, fino a spostarle sulla donna. Il più insidioso è quello che la filosofa Kate Manne, nel suo Down Girl (Oxford University Press, 2017), ha chiamato himpathy (dall’inglese unione di “him” e “sympathy”, letteralmente empatizzare con lui, n.d.r): l’empatia che spetterebbe alla vittima viene dirottata sull’autore della violenza, descritto come «una gran brava persona», mite, disponibile, distrutto dal dolore, in lacrime, pentito. Accanto, lavorano altri dispositivi ormai ben collaudati: il «raptus», che trasforma un atto in un’eclissi momentanea della volontà e cancella la premeditazione; il «troppo amore», che riconduce alla passione un crimine che è esercizio di possesso; la «tragedia familiare» e il «dramma della disperazione», che trasformano la violenza in una fatalità domestica e, senza ammetterlo, ne spartiscono la colpa tra vittima e aggressore . E, sul fondo, la colpevolizzazione della vittima o «victim blaming» raramente esplicita ma quasi sempre evocata: lei che «lo trattava male», che era «inquieta», che «si aggirava barcollando», che «voleva lasciarlo».
Il caso che lo Step indica come esemplare è quello che la cronaca ha ribattezzato del «re del Vermentino»: l’imprenditore vinicolo reo confesso dell’uccisione di Cinzia Pinna, raccontato per pagine attraverso la sua tenuta, le bottiglie più care d’Italia, il prestigio di famiglia, mentre la donna che aveva ucciso scivolava in secondo piano. È l’inversione perfetta: il colpevole diventa personaggio, la vittima diventa contorno. Quando invece lo sguardo torna sulla donna, scatta spesso l’opposto, quella che potremmo chiamare la pornografia del dolore: il dettaglio macabro, la spettacolarizzazione della morte, il corpo esibito. Sul caso di Ilaria Sula, la studentessa di ventidue anni uccisa a Roma dall’ex fidanzato, alcuni articoli si sono soffermati su dettagli con una minuzia che nulla aggiunge alla comprensione del reato e molto toglie alla dignità di chi non c’è più.
Chi si vede e chi resta invisibile
C’è poi un secondo strato, che la giornalista Mimma Caligaris ha illustrato durante il corso all’Ordine dei Giornalisti e che riguarda la gerarchia implicita di chi merita di essere raccontato. Circa un terzo delle donne uccise in famiglia ha più di sessantacinque anni. Sono i cosiddetti femminicidi geriatrici, o «silenziosi» perché poco raccontati. Quando la vittima è anziana o malata, l’uccisione tende a essere narrata come gesto di chi «non ce la faceva più» davanti alla malattia della moglie, e la patologia della donna diventa, capovolgendo ogni logica, il movente che attenua la colpa dell’uomo. La sua identità si dissolve nella sua condizione fisica. Lo si misura persino nelle immagini: i giornali pubblicano la foto della vittima in circa otto femminicidi su dieci, ma la percentuale schizza oltre il 90% quando la donna è giovane e crolla quando è anziana. È quella che è stata chiamata l’estetica della morte, una caccia allo scatto che si attiva solo davanti alla giovinezza e alla bellezza, e che racconta più del nostro sguardo che dei fatti.

I numeri presentati rendono la disparità visibile. Sul femminicidio di Ilaria Sula, giovane e socialmente integrata, sono stati pubblicati 159 articoli in un anno. Su tutti i casi di violenza contro donne anziane o malate, messi insieme, ne sono stati contati 68. Anche il volume della copertura, dunque, è un dato che chiede di essere letto in controluce: misura quali vite riteniamo, implicitamente, più degne di lutto pubblico. Gli articoli che riportano (anche o solo) il punto di vista della vittima tendono a riportare la sua voce per il 37%, quella dei familiari per il 34% e dei suoi legali per il 24%. Gli articoli che danno voce (anche o solo) all’offender tendono a riportare il punto di vista dell’uomo (63%), quello dei legali (31%) e dei familiari (6%). Questa tipologia di vittima, non solo è più invisibile perché la stampa ne parla meno, ma anche perché la sua voce si riduce in favore di quella dell’offender che diventa preponderante (37% vs 63%).
Disperazione, himpathy e malattia della donna rappresentano i fili della cattiva narrazione sui media.
La violenza viene giustificata in quanto conseguenza della disperazione dell’uomo, definendola una “tragedia familiare”. Anche in questo caso si ripropone l’elemento himpathy che mette al centro dell’articolo la sofferenza dell’uomo nell’accudimento o lo smarrimento nel vedere la compagna di vita diventare invalida. E poi c’è la solitudine determinata dalle condizioni di salute della donna che portano a un ennesimo dramma della disperazione.
Qualcosa, però, si muove
Eppure non tutto è fermo. Le wordcloud realizzate dall’Osservatorio Step fotografano il fenomeno con efficacia: nella prima indagine, relativa al triennio 2017-2019, la nuvola di tutti i testi si intitolava «Trova il colpevole», perché il colpevole, semplicemente, mancava dal racconto, come se la violenza fosse un accidente capitato alle donne. Nel 2025, al centro della rappresentazione dell’autore compare la parola «violento», e attorno cominciano ad affacciarsi termini come femminicida, pianificatore, spietato. Non è un caso isolato e non è un miracolo: è il risultato di un lavoro paziente, fatto di osservatori che misurano, di carte come il Manifesto di Venezia, promosso nel 2017 dalle commissioni pari opportunità di Fnsi e Usigrai con GiULiA giornaliste e il Sindacato giornalisti del Veneto, che chiede di bandire «amore», «raptus» e «gelosia» dal racconto dei crimini di possesso. A questo si aggiunge un codice deontologico che da giugno 2025, all’articolo 13, vincola chi scrive a evitare gli stereotipi, a non spettacolarizzare e a non colpevolizzare la vittima. La parola «rispetto», che la Treccani ha scelto per il 2025, in quel codice ricorre ben undici volte.
L’educazione ai media riguarda chi legge
Un pubblico capace di leggere un numero dentro il suo contesto, di riconoscere una cornice esonerante, di accorgersi che in un articolo l’autore parla e la vittima tace, è un pubblico meno manipolabile e più attrezzato a pretendere le risposte che davvero riducono il numero dei morti. È questa la posta in gioco, e non è soltanto giornalistica: è democratica. Perché il modo in cui un Paese racconta la violenza contro le donne è anche il modo in cui decide quanto quella violenza lo riguardi.
Vale anche per le risposte. Alla fine del 2025 l’Italia ha introdotto il femminicidio come reato autonomo, con la legge 181 del 2 dicembre, in vigore dal 17 dicembre. È uno strumento, e come ha scritto Lorena Pacho su Internazionale non è di per sé una soluzione, in un Paese in cui persino le statistiche ufficiali del Viminale continuano a non usare la parola femminicidio. Anche una legge, insomma, chiede di essere letta nel suo contesto, esattamente come un dato: per quello che fa e per quello che, da sola, non può fare.
La notizia che genera speranza costruttiva non è il segno meno davanti alla statistica. È che la narrazione ha già cominciato a cambiare, e che abbiamo le prove che cambiare si può. La sola domanda che resta aperta è se avremo la pazienza e il coraggio di accelerare questo cambiamento.
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Per approfondimenti:
https://www.eures.it/xi-rapporto-eures-sul-femminicidio-in-italia-2024/
https://www.progettostep.it/
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