Dalla Pma al gioco: come raccontare le proprie origini ai bambini

Negli ultimi decenni la medicina riproduttiva ha cambiato profondamente il modo in cui nascono molte famiglie. La procreazione medicalmente assistita, più nota con l’acronimo PMA, comprende un insieme di tecniche che aiutano le persone con difficoltà di fertilità a concepire un figlio. Procedure come la fecondazione in vitro o la microiniezione intracitoplasmatica degli spermatozoi – più conosciuta come ICSI – sono oggi pratiche consolidate nella medicina contemporanea.

Se in passato queste tecniche erano considerate eccezionali, quasi sperimentali, oggi rappresentano invece una realtà diffusa e sempre più integrata nel sistema sanitario. La PMA non riguarda solo il piano clinico o scientifico: tocca la dimensione più intima della vita delle persone, quella del desiderio di genitorialità. Ed è proprio in questo spazio, dove medicina, emozioni e relazioni si incontrano, che emergono nuove domande culturali e sociali: come raccontare ai figli la propria storia? Quali parole usare per spiegare come sono venuti al mondo?

Numeri che raccontano un cambiamento

Per capire quanto questo tema sia ormai centrale nella società italiana basta guardare i dati. Secondo le ultime relazioni del Ministro della Salute al Parlamento, negli ultimi anni il ricorso a queste tecniche è cresciuto in modo significativo.
In Italia, solo lo scorso anno, si sono registrate oltre centomila cicli di PMA, con oltre ottantamila coppie che si sono rivolte ai centri specializzati per intraprendere un percorso di fertilità assistita. Il numero di bambini nati grazie a queste tecniche ha superato i diciassettemila annuali, pari a circa il quattro per cento delle nascite complessive nel Paese. Dal 2005 a oggi, si stima che più di duecentomila bambini siano venuti al mondo grazie alla PMA.

Questi numeri raccontano molto più di una semplice evoluzione tecnologica. Parlano di un cambiamento demografico e sociale profondo. Ma non solo. L’età media delle donne che ricorrono alla PMA è progressivamente aumentata negli anni, superando oggi i 37 anni (il valore più alto rispetto alla media europea che è 35 anni). Si tratta di un dato che riflette tendenze più ampie, come il rinvio della maternità per ragioni lavorative, economiche o personali.
La crescita del ricorso alla PMA dimostra quindi come la medicina riproduttiva sia diventata una componente strutturale della società contemporanea. Dietro i numeri però, ci sono sempre storie individuali: percorsi spesso lunghi e complessi, fatti di speranze, tentativi e attese.

Non solo una storia medica, ma una storia familiare

Ridurre la PMA a una questione puramente medica rischia di semplificare eccessivamente la realtà. Per molte famiglie questo percorso rappresenta soprattutto una storia personale e relazionale. Una storia che inizia molto prima della nascita di un bambino e che continua anche dopo.
Non sempre però queste storie vengono raccontate apertamente. Diversi studi internazionali mostrano come molte famiglie che hanno fatto ricorso alla procreazione assistita esitino a parlarne, sia con il proprio contesto sociale (cerchia di amici, famiglia, colleghi…) sia, in alcuni casi, con i figli stessi. Le ragioni possono essere diverse: il timore di giudizi esterni, la percezione che l’infertilità sia ancora un tema delicato, il senso ingiustificato di fallimento, ma anche la paura che il racconto possa creare confusione – e disagio – nei bambini.

In altre situazioni la difficoltà riguarda semplicemente il linguaggio. Come spiegare a un figlio, in modo chiaro e adatto alla sua età, un percorso che coinvolge laboratori, tecnologie e talvolta la donazione di gameti? Non esiste una risposta semplice a questa domanda, ma sempre più pedagogisti e psicologi concordano su un punto: la trasparenza, se accompagnata da parole adeguate, può favorire una costruzione più serena dell’identità.
È proprio a partire da queste riflessioni che emerge il lavoro di professionisti impegnati nella ricerca di strumenti capaci di facilitare il dialogo familiare. Tra questi c’è anche Emily Mignanelli, pedagogista e ideatrice di un progetto che prova a trasformare una conversazione potenzialmente difficile in un momento di aperta condivisione.

Il bisogno di strumenti pedagogici

Quando si parla di origini, identità e nascita, il modo in cui gli adulti raccontano le storie ai bambini può fare una grande differenza. Non si tratta solo di fornire informazioni corrette, ma di costruire una narrazione che permetta ai più piccoli di sentirsi accolti e compresi.
Negli ultimi anni la pedagogia ha dedicato sempre più attenzione a questi temi. La trasformazione delle strutture familiari – dalle adozioni alle famiglie ricostituite, fino ai percorsi di PMA – richiede infatti nuovi strumenti educativi. Libri illustrati, laboratori, attività narrative e giochi sono alcune delle modalità con cui educatori e genitori cercano di affrontare queste conversazioni.
Il gioco, in particolare, rappresenta un linguaggio privilegiato dell’infanzia. Attraverso le dinamiche ludiche i bambini possono esplorare concetti complessi in modo naturale, senza percepirli come un discorso imposto dall’alto. Per questo motivo sempre più progetti educativi cercano di utilizzare il gioco come mediatore simbolico, capace di creare uno spazio di dialogo tra adulti e bambini.
Ed è proprio in questa direzione che si inserisce il lavoro di Emily Mignanelli.

Emily Magnanelli

La storia di Emily Mignanelli

La storia di Emily Mignanelli “inizia” quando ha diciannove anni. In attesa del suo primo figlio, decide di accantonare il sogno di diventare trapezista circense e di iscriversi a Scienze della Formazione Primaria per diventare maestra.
Crescere un figlio da sola mentre porta avanti gli studi è una sfida importante, ma allo stesso tempo le offre una prospettiva particolare: mentre studia come educare i bambini, vive in prima persona l’esperienza della genitorialità.
Poco dopo, ad appena vent’anni, si presenta un’occasione inattesa: aprire un asilo sperimentale. Emily decide di provarci. Si ritrova così a ricoprire contemporaneamente tre ruoli – studentessa, madre e direttrice di un asilo – osservando il mondo dell’infanzia da punti di vista diversi.
Proprio da questa esperienza nasce una convinzione destinata a segnare il suo percorso professionale: spesso il problema più grande dei bambini sono gli adulti.

Da qui prende forma il desiderio di formarsi come pedagogista per lavorare soprattutto con genitori e insegnanti. L’obiettivo, ci racconta, è aiutare gli adulti a rimuovere quegli ostacoli relazionali ed emotivi che possono interferire con lo sviluppo dei più piccoli. “Molte difficoltà dei bambini nascono all’interno delle dinamiche familiari – osserva – Sono verità scomode, ma la pedagogia deve anche avere il coraggio di essere scomoda: per tutelare i diritti dei bambini, bisogna imporre doveri agli adulti”. E questo il più delle volte è difficile.
Tra questi ostacoli, secondo Emily, ci sono spesso le verità taciute. Nel corso degli anni ha iniziato a raccogliere esempi e osservazioni: in molti casi alcuni comportamenti o sintomi dei bambini sembravano legati proprio a storie familiari non raccontate. Quando quelle storie venivano finalmente condivise, spiega, spesso anche i sintomi del disagio sparivano.

L’incontro con la PMA

L’interesse per il tema della procreazione medicalmente assistita nasce da un episodio avvenuto circa undici anni fa, quando Emily lavorava come insegnante. Un bambino della sua classe raccontava di vedere spesso un uomo alle sue spalle. Durante una lezione, disse persino di vederlo camminare verso di lei, mentre dietro la cattedra non c’era nessuno se non la lavagna. Parlando con il bambino, Emily scoprì che quella figura compariva anche nei suoi sogni e a casa. Con il tempo emerse un elemento importante della sua storia familiare: il bambino era nato tramite donazione di gameti, ma non ne era mai stato informato. 
Per Emily quell’esperienza fu un punto di svolta. L’immagine dell’uomo invisibile, secondo la sua interpretazione, poteva rappresentare una forma simbolica di qualcosa che il bambino percepiva ma che non trovava spazio nel racconto familiare. Il padre biologico del bambino infatti, non corrispondeva a quello che di fatto lo stava crescendo.
Da quel momento iniziò a studiare più a fondo il tema della PMA. Scoprì che esistevano molti strumenti per sostenere gli adulti durante il percorso di fertilità, ma quasi nessun materiale pensato per aiutare i genitori a raccontare ai bambini la loro storia.
“La pedagogia – spiega – ha una funzione fondamentale di prevenzione psicologica. Se il lavoro educativo è fatto bene fin dall’inizio, spesso il bisogno di interventi terapeutici diminuisce”.

Il progetto BABABA

È proprio da questo vuoto educativo che nasce l’idea di BABABA, un gioco da tavolo pensato per affrontare il tema delle origini in modo semplice e inclusivo. L’idea parte da un’osservazione molto concreta: molte famiglie desiderano parlare con i figli della loro storia, ma non sempre trovano le parole giuste. Il rischio è che l’argomento venga rimandato, trasformandosi in un silenzio difficile da colmare.
BABABA prova a ribaltare questa dinamica. Il gioco propone carte, simboli e percorsi narrativi che invitano i partecipanti a raccontare, immaginare e condividere storie di nascita e di vita. Non esiste una sola narrazione possibile: ogni famiglia può costruire la propria. Il gioco è pensato non solo per i bambini nati da PMA, ma anche per tutti gli altri. L’obiettivo, spiega Emily, è normalizzare queste storie: per ogni bambino che racconta di essere nato grazie alla procreazione assistita, ce ne dovrebbero essere molti altri pronti ad ascoltare e a dire semplicemente che è possibile.

Un gioco senza parole

Una delle caratteristiche più particolari di BABABA è che si tratta di un gioco senza parole. Una scelta che lo rende utilizzabile in qualsiasi lingua e in contesti culturali diversi. Esistono già libri che cercano di spiegare ai bambini il percorso della PMA, spesso utilizzando metafore. Secondo Emily queste metafore rischiano talvolta di creare più confusione che chiarezza. Il gioco, al contrario, punta su immagini e materiali che parlano da soli. Ciò che Emily vuole evitare con la creazione di questo gioco è la classica spiegazione dall’alto dell’adulto al bambino. Il suggerimento ai genitori è semplice: non trasformare il momento in una lezione, ma giocare liberamente.
Emily usa spesso un esempio quotidiano: nessun genitore fa una lezione teorica sui sogni ai propri figli. Eppure, quando un bambino si sveglia di notte spaventato, gli viene spiegato che si trattava “solo di un brutto sogno”. Da quel momento la parola entra naturalmente nel suo vocabolario. Il gioco segue lo stesso principio: creare familiarità attraverso l’esperienza, non attraverso una spiegazione formale.
Anche il nome non è casuale. “BABABA” richiama una delle prime lallazioni dei bambini, un suono semplice e immediato. Allo stesso tempo è, nelle parole della pedagogista, una sorta di ironico contrappunto al “blablabla” degli adulti, che spesso complicano ciò che per i bambini potrebbe essere molto più semplice.

Il legame tra PMA e il gioco

In questo senso il collegamento tra il gioco e il tema della procreazione medicalmente assistita diventa particolarmente significativo. Le famiglie nate attraverso percorsi di PMA possono infatti trovarsi di fronte alla necessità di spiegare ai figli una storia che non è immediatamente intuitiva. Uno strumento come BABABA non ha l’obiettivo di sostituire la conversazione tra genitori e figli, ma di creare un contesto in cui quella conversazione possa emergere con maggiore naturalezza.
Attraverso il gioco, il racconto delle origini diventa parte di un’esperienza condivisa, dove domande e curiosità possono trovare spazio senza pressione. Il progetto non si rivolge solo alle famiglie coinvolte direttamente nella PMA.
Emily immagina che possa essere utilizzato anche da genitori che vogliono crescere figli più consapevoli e inclusivi, oltre che da cliniche e centri di fertilità. Il desiderio è quello che il gioco possa essere inserito nei percorsi informativi delle strutture sanitarie e, in futuro, trovare spazio anche nelle scuole, accanto ai giochi educativi più tradizionali.

La forza di uno strumento semplice

La forza di BABABA sta proprio nella sua semplicità. Il gioco crea uno spazio protetto in cui adulti e bambini possono incontrarsi su un terreno comune. Non c’è una lezione da impartire né una spiegazione da memorizzare: c’è piuttosto un processo di scoperta condivisa, fatto di domande, racconti e ascolto reciproco. In una società in cui le modalità di diventare genitori sono sempre più diverse, strumenti capaci di facilitare il dialogo diventano particolarmente preziosi. La medicina ha aperto nuove possibilità per molte famiglie; la sfida ora riguarda anche la dimensione culturale ed educativa, per trovare le parole e le storie per raccontare queste esperienze.
Progetti come BABABA si inseriscono proprio in questo spazio. Dimostrano che, accanto ai progressi scientifici, esiste un bisogno altrettanto importante: quello di costruire narrazioni condivise che aiutino i bambini a comprendere la propria origine e a sentirsi parte di una storia. Una storia che, qualunque sia il percorso che l’ha resa possibile, inizia sempre con lo stesso desiderio: diventare famiglia.


Marta Tarasconi

Comunicazione, scrittura e sostenibilità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *