Le lettere, un’altra velocità

Dal declino della posta alla riscoperta di una comunicazione più lenta e autentica.

Una rubrica della posta del cuore. Ho sempre pensato che mi piacerebbe averne una tutta mia. Un luogo dove raccogliere lettere, molte ancora scritte a mano, con quella grafia incerta che tradisce l’emozione più di qualsiasi parola. Uno degli ultimi spazi in cui i sentimenti non devono stringersi dentro pochi caratteri né travestirsi da emoticon.

Il mondo accelera, le lettere rallentano (e scompaiono)

Intanto, fuori da questo spazio sospeso, il mondo accelera. Ho provato a spedire un telegramma di condoglianze online: quasi 21 euro (20,58 per l’esattezza). Più un oggetto da museo che un mezzo di comunicazione. La Danimarca, ai primi posti nelle classifiche sulle società più digitali al mondo, ha smesso di consegnare lettere lo scorso 30 dicembre. E i numeri raccontano un cambiamento netto: tra il 2008 e il 2023, secondo la società di consulenza McKinsey, lettere e cartoline sono diminuite del 39% in Germania, del 40% in Svizzera. In Italia la contrazione è ancora più evidente: secondo i report di AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) e di Poste Italiane, negli ultimi anni il volume della corrispondenza tradizionale è sceso sotto i 2 miliardi di invii annui, con una riduzione che sfiora il 70%. Non una scomparsa improvvisa, piuttosto uno slittamento silenzioso delle nostre abitudini.

Un modo di fare relazione

Eppure, ogni volta che penso a questa trasformazione, mi torna addosso un ricordo. Avevo diciott’anni e per qualche settimana ho fatto la postina in un paesino della Basilicata, la mia terra d’origine. Un lavoro semplice solo in apparenza. Dentro ogni giro, tra quelle strade silenziose, c’era una trama invisibile: attese, speranze, piccoli sospesi quotidiani. «Cosa mi porti oggi, signorina?» mi chiedevano le anziane. E quella non era una domanda di rito ma una richiesta di possibilità. Ricordo lo smistamento, i nomi che diventavano quasi familiari – quelli delle vie molto meno – le storie che intuivo senza conoscerle davvero. E le nonne che mi chiedevano di leggere per loro. In quei momenti capivo che la posta non era mai solo posta. Era relazione.

I portalettere: un ponte umano prima che un servizio

Il portalettere – donna o uomo – è stato per anni questo: un ponte umano prima ancora che logistico. Una presenza riconoscibile, affidabile, capace di entrare nella vita degli altri senza invaderla. Non consegnavano solo lettere, ma pezzi di esistenza: dichiarazioni d’amore o di amicizia, notizie lontane, svolte improvvise. Anche il cinema lo ha raccontato con una lucidità sorprendente. “Il postino” di Massimo Troisi ne è un esempio. L’attore, con la sua bicicletta e le sue lettere, diventa la congiunzione tra la poesia di Pablo Neruda e il cuore di un piccolo villaggio. Si parla di connessioni. Di come una parola, se consegnata nel modo giusto, possa cambiare qualcosa. Ce lo racconta pure un’altra pellicola: “The Six Triple Eight”. Narra la storia ispirata a fatti realmente accaduti di un gruppo di 855 donne afroamericane reclutate, nel 1944, dalla divisione americana Women’s Army Corps per formare il 6888th Central Postal Directory Battalion con il compito di smistare montagne di sacchi postali accumulati nei freddi e sporchi hangar. Le donne riuscirono a indirizzare una media di 65mila lettere al giorno, per un totale di quasi sette milioni di pezzi di posta e portarono a termine il compito in tre mesi, contro i sei messi a disposizione. La loro dedizione diede vita al motto “No mail, low morale” (Senza posta, il morale si abbassa), perché sapevano quanto fosse importante per i soldati mantenere il contatto con le famiglie a casa.



Dalla pittura alla letteratura: le epistole nella cultura

Questi postini così vicini alle persone fanno venire in mente Joseph Roulin, il portalettere di Vincent Van Gogh che, durante il suo soggiorno ad Arles, in Provenza, in lui trovò amicizia e conforto, tanto da ritrarlo più volte. Uniforme blu e gialla, cappello con la visiera con la scritta Postes, sguardo schietto, mani da lavoratore, barba folta.
Anche la letteratura russa ottocentesca, da Tolstoj a Dostoevskij, è piena di corrispondenze epistolari, parole affidate al tempo e alla distanza.

Scrivere meno, il rischio dell’immediatezza

Oggi nessuno si scrive più, non almeno con carta e penna. Massimo Mantellini, uno dei maggiori esperti della rete internet italiana, ha inserito nel libro Dieci splendidi oggetti morti (Einaudi), le lettere tra le cose desuete la cui scomparsa racconta la fine di un’epoca. Eppure, come si legge tra le pagine, le vecchie epistole mantengono qualcosa in comune con le email: sono il luogo dell’indeterminatezza. Tecnologie asincrone, in cui l’attesa fa parte del messaggio. Spediamo una mail (o una lettera) e il destinatario non lo sa. Noi stessi non sappiamo se quella lettera (o quella mail) è stata ricevuta o se è stata letta. Aspettiamo e immaginiamo. È proprio in quel tempo sospeso che si annida una forma di emozione che oggi rischiamo di perdere.

I libri e lo scambio epistolare

Ho provato a fare un esperimento. Per uno dei miei romanzi, Come un fiore sul quaderno (Giraldi editore) ambientato negli anni Ottanta e con due sorelle che hanno una corrispondenza epistolare, ho regalato – durante le presentazioni – due fogli di carta da lettera e due buste. Ho chiesto ai presenti di usarle. Alcuni di loro, so per certo, le hanno utilizzate. Qualcuno ha scritto proprio a me. La gioia di trovare quelle lettere, a sorpresa, nella buchetta della posta, aveva qualcosa di antico e potentissimo. Laura Imai Messina nel suo libro Tutti gli indirizzi perduti (Einaudi) racconta dell’ufficio postale di Awashima su un’isoletta del Giappone dove vengono conservate le lettere spedite a destinatari irraggiungibili, come la ragazza che leggeva Kawabata su un autobus a Roma, o l’inventore del phon. «Tutto il senso dello scrivere queste lettere è, precisamente, scriverle», dice l’autrice. Perché scrivere può curare, tenere compagnia, aiutarci a decifrare il mondo, o la nostra stessa anima.

Un esperimento semplice: tornare a scrivere

Forse la chiave sta qui: non nel rimpiangere ciò che non torna, ma nel decidere cosa salvare.
Recuperare la scrittura non significa tornare indietro. Significa scegliere. Si potrebbe ripartire da gesti semplici e costruttivi: introdurre nelle scuole laboratori di lettere, veri, con carta e penna, non come esercizio nostalgico ma come allenamento all’ascolto e sempre come occasione per scrivere a mano, pratica che numerosi studi collegano al benessere psicofisico. Creare spazi pubblici nelle biblioteche, nei festival, nei luoghi di incontro, dove le persone possano scrivere e, se vogliono, spedire davvero. Rimettere al centro le rubriche epistolari, anche nei giornali e nei blog, dando valore al tempo della risposta. Perfino le tecnologie potrebbero aiutare, se usate per restituire profondità e non solo velocità.
Forse non avremo più cassette piene come una volta. Ma ogni lettera scritta oggi pesa di più. Perché è voluta. Perché chiede tempo. E perché, quando arriva, non si limita a informare. Rimane.

Come direbbero Totò e Peppino… «Punto? Due punti! Ma sì, fai vedere che abbondiamo!».


Isa Grassano
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Isa Grassano

Collabora con le principali testate nazionali scrivendo di turismo, attualità, libri, personaggi e storie vere. Ha fondato il blog di viaggi al femminile Amichesiparte in cui racconta storie da tutto il mondo. Tiene corsi di formazione per giornalisti ed è autrice di libri. Uno spirito entusiasta sempre al lavoro su un nuovo libro di successo.

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